L’imbarazzante caso degli inni ai Mondiali di rugby

Quattro anni fa, i Mondiali li vinse il Galles. No, non i Mondiali di rugby veri e propri. Il Galles vinse i Mondiali degli inni nazionali. Lo stabilì il quotidiano New Zealand Herald dopo un tabellone serio, fatto di sfide uguali alle partite vere e chiuso da una finale contro la Marsigliese della Francia. Bei tempi. Ora che i Mondiali di rugby sono ricominciati proprio in Francia, l’esecuzione degli inni prima delle partite sta diventando un caso. 

Quando tutto è iniziato venerdì scorso, allo Stade de France, il piccolo mondo antico della palla ovale s’è guardato attorno e s’è domandato: sul serio? 

“Un’ondata di commenti desolati, anzi inorriditi” riassume il quotidiano francese L’Équipe.

Gli inni sono stati affidati a un coro di voci bianche, ma nolti spettatori hanno cominciato a protestare, con la sensazione che mancasse ogni tipo di sintonia tra il canto dei bambini sul prato e quello del pubblico in tribuna, fino a rovinare la liturgia. In Francia ci sono rimasti particolarmente male perché la Marsigliese a cappella è diventata un must in questi anni, “una macchina da brividi prima delle partite della nazionale”. Invece, Julien Benneteau, capitano della squadra francese di Federation Cup, su Twitter o come si chiama adesso, se n’è lamentato. Altri cori nei giorni successivi sono stati registrati. Mirco Bergamasco, ex azzurro, ha brontolato parecchio pure lui per l’esecuzione prima di Italia-Namibia, a Saint-Étienne. «Non possiamo farli cantare normalmente, per favore?».

 

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