Le Filippine erano la mia salvezza quando stavamo in Giappone. Di tutti gli asiatici, i filippini sono i più umani. Vivono in un mondo di sogno, parlano solo per iperbole
Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio
Per vedere tutti insieme una cinquantina di giocatori della NBA, una volta si poteva solo andare in America. L’Asia è diventata una buona alternativa. Quattro anni fa c’erano i Mondiali in Cina, da oggi sono sparsi fra Giappone Indonesia e Filippine, nel 2027 saranno in Qatar, in mezzo ci sono stati i Giochi di Tokyo. È un privilegio da superpotenza, una salsa internazionale – come la chiama L’Équipe stamattina, una salsa che viene esportata verso Oriente principalmente per via di un biglietto d’ingresso e di costi organizzativi sempre più alti, secondo le volontà della FIBA.
Jean-Pierre Siutat, presidente della federazione francese di pallacanestro, qualche mese fa si rammaricava dell’impossibilità per la sua struttura di farsi avanti e candidarsi da sola a ospitare un evento del genere. Gianni Petrucci sta brontolando da diversi pulpiti: non si può stare un’ora nel traffico per spostarsi dall’albergo al campo d’allenamento. David Crocker, l’organizzatore della Coppa del mondo che comincia, dice che per questo la FIBA autorizza candidature congiunte, per offrire una chance a paesi che non dispongono da soli dei mezzi necessari di cooperare.
“Impossibile ricavare una stima dei costi per i paesi ospitanti” scrive Amaury Perdriau da Giakarta, parlando allora di “strana presenza dell’Indonesia nel trio scelto per questa edizione”. In effetti nelle Filippine il basket regna sovrano, sull’isola di Okinawa in Giappone hanno un’arena da 10.000 posti tra le più moderne al mondo, l’Indonesia è allora una piccola grande scommessa per la promozione del basket. Di allargare i confini e di riscrivere le mappe qualcuno dovrà pur occuparsi. La squadra di casa non c’è. Il criterio della partecipazione di diritto è stato accontonato, nel suo caso. Per guadagnarsi la wild card l’Indonesia avrebbe dovuto raggiungere un risultato di qualità nella Coppa d’Asia che non è arrivato. Ma il paese dispone di un palazzetto da 16.500 posti che fa gola. Ospiterà la Francia finalista ai Giochi e la Spagna campione del mondo uscente, nel primo Mondiale senza l’Argentina, quattro anni fa arrivata alla partita per il titolo senza neppure un giocatore NBA tra i convocati.
tracce DALL’AMERICA ► Sono cinquantasei in tutto, da stamattina, due in più rispetto al 2019. E però. La Serbia non vedeva l’ora di ridare una canottiera a Nikola Jokic, mvp delle finali e carrarmato dei Denver Nuggets. Ha rinunciato. La Grecia voleva riabbracciare il suo gigante Giannis Antetokounmpo, due volte miglior giocatore della lega americana, ma non ha ancora recuperato dal suo infortunio e da un intervento chirurgico. Il Canada deve fare a meno di Jamal Murray, gli USA hanno risparmiato le stelle superstelle per i Giochi di Parigi dell’estate prossima, specialmente quelli avanti nell’età: niente LeBron James, Kevin Durant, Steph Curry. Ventidue delle trentadue nazionali presenti hanno comunque in squadra almeno un giocatore chiamato dai professionisti a mettere la palla in un canestro dall’altra parte dell’Oceano, tutte tranne Capo Verde, Egitto, Iran, Costa d’Avorio, Giordania, Libano, Messico, Nuova Zelanda, Portorico e Venezuela.
Bisogna dar dunque per favoriti gli americani, come spiega Joe Vardon su The Athletic in una guida immaginata per nerd locali abbastanza a digiuno del panorama internazionale. Dice per esempio che la Spagna si presenta con la testa di serie numero #1 del tabellone, il ranking FIBA, ma non significa un bel niente, non è come per i Denver Nuggets quando arrivano i paly-off. Anzi, “si potrebbe sostenere – scrive – che gli Stati Uniti hanno il tabellone più favorevole per il torneo. La classifica non significa molto e si deve al titolo di quattro anni fa”, quando gli USA delusero, delusero proprio parecchio, si piazzarono al settimo posto con due sconfitte, il peggior piazzamento nella storia della squadra.
La nazionale è passata dalle mani del leggendario Popovich a quelle di Steve Kerr, la guida dei Golden State Warriors, segno di un’ambizione. In cinque partite di preparazione, gli USA non hanno mai perso. Hanno identificato in Anthony Edwards il loro ragazzo del poster, hanno avuto rotazioni solide, buona circolazione della palla, difesa accettabile. Nessuno può dar fastidio nella prima fase, nessuno neppure nella seconda fase, di nuovo struttrata in gruppi, ai quali accederanno le prime due di ogni girone. “Gli Stati Uniti non cercano solo il sesto titolo mondiale, ma vogliono anche cancellare il cattivo gusto di quel settimo posto” dice The Athletic, sebbene l’opinione pubblica sia più concentrata sulle scelte di mercato e il futuro di un paio di fenomeni NBA, Giannis Antetokounmpo e Joel Embiid, tentati dal cercarsi un destino differente, fuori da Milwaukee e da Philedelphia. Qui, per esempio, il greco ne parla tra le righe e non solo tra le righe con il New York Times.
orizzonti STELLE ► Stringi stringi, la stella fra le stelle di questo Mondiale ce l’ha la Slovenia, quel Luka Doncic che ha già portato al paese un titolo europeo e una semifinale olimpica, paradossalmente i risultati collettivi migliori della sua carriera. Ai Mavericks di Dallas invece finora ha regalato i suoi record, di cui ogni mattina arriva un’eco da noi in Europa, appena svegli. Davide Chinellato ha scritto sulla Gazzetta: “Luka è il capitano, ha perso il suo mentore Goran Dragic come spalla e sa che dovrà fare la differenza in ogni singola partita, sempre coi riflettori puntati addosso. La Slovenia a Tokyo ha funzionato alla grande perché ha capito bene come giocare attorno a Luka: Doncic è la superstar da aiutare, quella a cui lasciare le luci della ribalta aspettando un passaggio geniale che ti metta in condizione di fare canestro. La Slovenia insegue una medaglia, Doncic un grande risultato a livello internazionale con cui lanciarsi nella stagione Nba andando a caccia di quel premio di mvp a cui sa di essere destinato. Luka è arrivato all’appuntamento tirato a lucido, ben consapevole di quello che ci si aspetta da lui”.
Per il resto: Shai Gilgeous-Alexander rende più luccicoso il Canada, Josh Giddey è il brillantino dell’Australia, Dennis Schröder fa il leader internazionale della Germania accanto ai fratelli Wagner e a Daniel Theis [fuori Maxi Kleber], la Francia s’aspetta parecchio da Rudy Gobert in assenza del baby prodigio Victor Wembanyama, attento a costruirsi un principio di carriera senza stress per il fisico. Si era sfilato dall’Eurolega un anno fa, adesso si è sfilato dalla nazionale. San Antonio aspetta la sua stagione da rookie, il Mondiale pre-olimpico può essere sacrificato, aspettando Parigi 2024. Evan Fournier e Nic Batum si divideranno il peso da portare.
Guillaume Degoulet firma stamattina il suo editoriale su l’Équipe, dove hanno dedicato ai Mondiali la copertina e le prime otto pagine da sfogliare su carta. Dice che sebbene la parola alchimia sia quasi scomparsa dal mondo moderno, nell’ombra alcuni specialisti tramandano le loro conoscenze sul senso e sul suo significato profondo. Il ct Vincent Collet appartiene “a questa confraternita segreta dove tutto è questione di scienza, cuore e fede. Dietro il suo look da top class, nasconde un sapere unico, in grado di trasformare il piombo in oro”. Duecentotrentaquattro partite sulla panchina, una percentuale di successi del 71,8%.
L’Équipe si domanda se l’ondata di caldo può aver sciolto alcuni dei neuroni della squadra [“Non impossibile”] ricordando che mai in passato i giocatori della Francia si sono presentati da favoriti sulla linea di partenza di un Mondiale. Negli ultimi tre grandi tornei sono sempre adnati a medaglia e senza troppi giri di parole il giornale francese dice che sta arrivando il momento di prendersi l’oro “per questa generazione totalmente liberata dall’ombra di Tony Parker”.
Citazione finale tratta da Paulo Coelho: c’è solo una cosa che può rendere impossibile un sogno: la paura di fallire. Invece “oggi i Blues non hanno più paura di nulla”.
Intervista a Nicolas Batum che obamianamente dice oui nous pouvons – lui che resterà per sempre quello della stoppata inchiodata al tabellone sul tiro finale di Klemen Prepelic, in semifinale all’Olimpiade di Tokyo, per scolpire con quel gesto il 90-89 sulla sirena. L’esordio è già una partitina niente male contro il Canada.
quando | oggi ore 15.30 in tv su Dazn e Sky
Subito l’Italia contro Angola
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E noi, e noi? Eh, noi. L’Italia si presenta con una squadra che chiede a sé stessa di sapere quanto vale davvero, dopo aver perso il tram Banchero ma pure dopo aver vinto sette partite su sette in avvicinamento ai Mondiali. Simone Fontecchio è l’NBA azzurro, la Gazzetta dice che “Utah lo terrà d’occhio: Fontecchio deve convincere la sua franchigia a dargli più spazio il prossimo anno”. Flavio Vanetti sul Corriere della sera stamattina scrive che “alla fine il Poz ha scolpito la Nazionale secondo le sue convinzioni — Melli architrave; Spissu e Polonara la connessione con la Sassari che allenò; Fontecchio prima punta; Tonut colui che deve difendere e osare in attacco — e in corso d’opera ha valorizzato certezze (Ricci uomo ovunque) e importanti novità (Spagnolo, Diouf). Matteo De Santis su la Stampa aggiunge che “anche l’Italbasket, qualora non si complichi la vita con Angola, Repubblica Dominicana e Filippine nel primo girone, può coltivare sogni di un posto dal sole. Dal settimo al tredicesimo posto, nelle classifiche della vigilia dominate dal quintetto Usa-Francia-Canada-Germania-Spagna”.
Andrea Barocci sul Corriere dello Sport-Stadio parla di consapevole incoscienza, per “una Nazionale non perfetta, e proprio per questo ancora più determinata e affamata. Ma se esiste un uomo in grado di regalare a questo gruppo quell’apporto offensivo fondamentale per andare oltre i limiti e le piccole e grandi speranze, quello è Datome. Il sogno è che la sua Last Dance faccia ballare l’intera Nazionale”.
parole Simone Fontecchio
➣ Sente la pressione di questa responsabilità?
«No, non percepisco questa sensazione. Sono felice che il Poz, lo staff e la squadra mi riconoscano questo ruolo e mi diano questo tipo di occasione per dimostrare il mio valore. Sono super orgoglioso di questo e farò di tutto per fare le cose giuste in campo e aiutare la squadra».
– intervista di davide romani, la Gazzetta dello sport
➣ Fontecchio, le impressioni su Manila?
«Un caos incredibile invivibile, non si va nessuna parte con questo traffico. Però la gente è stupenda, ha questa cultura dell’accoglienza e della disponibilità straordinaria, son super fan della pallacanestro. Sarà un gran mondiale».
➣ Dopo Procida, anche Spagnolo all’Alba Berlino. Lei ha tracciato un percorso.
«Ma no, prima di me hanno indicato la via altri, per esempio Datome e Melli. È tutto un inseguirsi nello sport. Si percorrono le orme degli altri, si prende esempio, si cerca di mette del proprio. Andare all’estero porta a una crescita umana, non c’è dubbio. Ti metti in gioco. Se riesci a farlo da giovane, ancora meglio. Poi Berlino è un posto per me speciale, una società fantastica, che con i giovani ha sempre fatto un lavoro eccezionale. Abbiamo stesso agente Comellini e i suoi consigli hanno aiutato» – intervista di piero guerrini, Tuttosport
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ANTAGONISTI L’Angola
Andrea Barocci sul Corriere dello Sport-Stadio presenta l’Angola come un punto di riferimento per il basket africano. “Il suo è un gioco che punta sul ritmo, sui rimbalzi e sull’intensità. Forse è anche la migliore nazionale del Continente Nero per ciò che riguarda la difesa”.
Pep Claros, il suo coach, ha vinto una medaglia o un campionato in quattro continenti su cinque. “I problemi nascono in cabina di regia, dove i play non brillano. Inoltre dipende troppo dal tiro da tre. Contro la difesa schierata fa fatica. La stella non può che essere il pivot Bruno Fernando, un 2,06 tornato in estate agli Atlanta Hawks dopo le esperienze con Boston e Houston. Forte fisicamente, intimidatore e rimbalzista”
Nella sua specialissima guida ai Mondiali, La giornata tipo segnala con Giorgio Barbareschi che bisogna dare un occhio al playmaker Childe Dundao, “alto meno di un metro e settanta, ma è stato lui a guidare la sua nazionale fino a Manila, registrando una media di 12,1 punti, 3,6 assist 3,1 rimbalzi e 3,3 palle recuperate nelle partite di qualificazione. Un giocatore di culto, con mani rapidissime e in grado di entrare sottopelle ai portatori di palla avversari. I centimetri e i chilogrammi sono invece più importanti in mezzo all’area, dove Fernando, De Silva e Bango potrebbero infastidire le nazionali meno “dimensionate” come l’Italia (sai la novità) garantendo possessi extra a rimbalzo”.
IL PAESE
Si gioca nel palazzetto di Ali-Frazier
“Don King era quel che era, ed è quel che è, ma non si può dire che non sapesse fare il suo mestiere. Dopo il trionfo di Kinshasa, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista dell’audience mondiale, pensò a un altro incontro, e quell’incontro non poteva che essere il terzo episodio della trilogia tra Ali e Frazier. Avevano vinto un match a testa, sempre disputato al Madison Square Garden, e il mondo voleva sapere chi era il più forte.
Anche in questo caso i soldi per il match non arrivarono né dal Madison Square Garden né da Las Vegas, bensì da un Paese lontano oltre diecimila chilometri, le Filippine, anch’esso sotto il controllo di un dittatore, Ferdinand Marcos. A Manila la posse di Ali tracimò. Al seguito c’erano trentasette persone, delle quali più o meno sette attive, mentre le altre si distinguevano soprattutto al ristorante e in costosissime telefonate intercontinentali. In passato tra i non attivissimi c’era stato per qualche tempo anche Stepin Fetchit, nome d’arte di Lincoln Theodore Monroe Andrew Perry, al cui padre evidentemente non dispiacevano i nomi dei presidenti americani spirati. Pare dovesse il suo nome a un cavallo, dal curioso nome “Step and fetch it”, che gli era valso una fortuna a seguito di un’ispiratissima scommessa. Il nostro, soggetto assolutamente irripetibile, era graditissimo a “The Champ” perché sosteneva di essere stato testimone oculare delle imprese del leggendario Jack Johnson. Non era ovviamente vero, ma ad Ali bastava sentirselo raccontare. Comunque stessero le cose, nessuno potrà mai negargli di essere stato il primo attore nero milionario e il primo ad aver avuto il proprio nome nei titoli di coda di un film di Hollywood.
Il match, che sarà ricordato per sempre come “Thrilla in Manila”, si disputò il primo ottobre 1975 nella tarda mattinata di Manila, con il cento per cento di umidità in un luogo non favorito dal fatto che il tetto del palazzo dello sport era in lamiera. E quel palazzo dello sport era l’Araneta Coliseum, la Mecca del basket filippino. Marcos dominava il Paese con la legge marziale e il coprifuoco da quasi dieci anni, e, dovendo tenere buoni i filippini costretti a casa, adottò il basket come sport nazionale. Lo faceva trasmettere in TV a qualsiasi ora. Ecco perché Alvin Patrimonio, leggenda della pallacanestro locale, per anni rappresentò il prototipo di uomo al quale un padre filippino avrebbe voluto dare in sposa la propria figlia”.
di federico buffa e elena catozzi, Muhammad Ali. Un uomo decisivo per uomini decisivi [Rizzoli]
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in tv oggi ore 10 Rai 2, Sky, Dazn: Italia-Angola | 10 Dazn: Finlandia-Australia | 10.45 Dazn: Messico-Montenegro | 11.15 Dazn: Lettonia-Libano | 14 Sky e Dazn: Repubblica Dominicana-Filippine | 14.10 Dazn: Germania-Giappone | 14.30 Dazn: Egitto-Lituania | 15.30 Sky, Dazn: Canada-Francia