Repubblica la definisce una doccia fredda, ma forse nel frattempo era diventata tiepida. Che Paolo Banchero non avrebbe mai giocato neppure un minuto con la maglia azzurra della Nazionale italiana di pallacanestro era chiaro da tempo, a voler leggere tra le righe di quanto accadeva. Matteo De Santis su la Stampa parla di “una scelta che era nelle cose, soprattutto registrando i silenzi diplomatici e le piroette dialettiche degli ultimi sei mesi. Sulla bilancia di Banchero, della sua famiglia (mamma americana e papà di origini liguri) e del suo agente, il potentissimo Mike Miller, hanno pesato di più la chiamata di Grant Hill, l’ex stella di Duke (stessa università), Detroit, Orlando (stessa franchigia Nba) e ora architetto di Team Usa, la convenienza economica di qualche sponsor (forse lo stesso Jordan Brand, famiglia della Nike) in comune con la rappresentativa a stelle e strisce e l’opportunità di militare, non con un ruolo da figurante, in una nazionale che gli offrirà la possibilità di razziare titoli mondiali e olimpici”. La Nazionale italiana veste un altro brand. Anche questo conta, nello sport contemporaneo. Flavio Vanetti sul Corriere della sera si domanda allora se la Federazione ha qualcosa da rimproverarsi e con garbo diplomatico risponde che “forse, pur avendo dato percentuali bilanciate di riuscita dell’operazione, si può imputare un eccesso di fiducia da parte del presidente Petrucci, ottimista sul «sì» di Banchero: l’orgoglio di vestire la maglia azzurra e di onorare la patria dei parenti ha il suo appeal, ma ne ha uno più grande il richiamo dei dollari, degli sponsor e del business made in Usa”.
Franco Arturi sulla Gazzetta scrive: “Ce lo potevi dire prima, caro Paolo Napoleon James. Ci teniamo rigorosamente in tasca l’accusa di tradimento, non è il caso. Ma di frustrazione e disillusione possiamo parlare di certo. Non ci siamo inventati noi le ripetute dichiarazione di «amore per l’Italia e le mie radici italiane» e neanche le dichiarate possibilità di vestire l’azzurro. Il problema è che Banchero si è accorto un po’ tardi di non essere soltanto un ottimo giocatore, ma un potenziale fenomeno, una prima scelta Nba, un giocatore franchigia, la matricola dell’anno della Lega Pro americana. Ci abbiamo sperato, ma ci abbiamo creduto poco e sempre meno ad ogni sua grande partita prima con Duke e poi con gli Orlando Magic. Non penso che qualcuno nei nostri staff d’alto livello nutrisse particolare ottimismo sull’epilogo della storia. Possiamo accettarlo, ma non avremmo voluto saperlo oggi perché siamo ragionevolmente sicuri che questa scelta sia stata maturata da tempo”.
Esatto. Ma se è così, perché la federazione non è stata più trasparente, quando era ormai tutto in superificie? Piero Guerrini su Tuttosport racconta: “Dopo l’esplosione del ragazzo in Nba, le radici familiari hanno ceduto il passo alle opportunità. Anche di marketing, oltre che di possibilità di vittoria. Del resto oltre le radici liguri e la bandiera sventolata anche sui profili social, non c’era molto di italiano. Si presentò al media day di Orlando con il tricolore. E con la canotta azzurra in un servizio sulla rivista Slam quando non era famosissimo. Ha peccato di elegenza, avrebbe potuto fare una telefonata per una questione di stile ed educazione verso chi lo aveva cercato ed era volato in Usa per presentargli il progetto anche economico. Del resto la settimana scorsa Banchero è stato in Italia. Ma nulla era dovuto”.
Umberto De Santis su Pianeta Basket sottolinea come “ovviamente per la FIP è andato tutto storto come nelle peggiori novelle da incubo. La corsa in America per presentargli le proposte economiche della FIP erano un FLOP prima di partire (senza il presidente Petrucci che per strada s’era sfilato)”.
Pianeta Basket ricostruisce anche la prima visita in Italia di Banchero, pochi giorni fa, per il ventennale di Sky, la tv che trasmetta la NBA, e “accanto a lui non c’erano né Petrucci e tanto meno Gianmarco Pozzecco, che solo pochi giorni fa avevano garantito che a Milano l’incontro con Banchero ci sarebbe stato. Banchero ha avuto la sua passerella. Alla FIP nessuno ha protestato per essere stati dimenticati, anche perché qualche giorno dopo il presidente Petrucci ha preferito andare a Milano per gara 5 e stringere la mano ad Armani e forse anche a Baraldi piuttosto che seguire la “sua” Nazionale femminile nella delicata partita agli Europei contro il Montenegro che valeva la qualificazione alle Olimpiadi. Il pesce puzza sempre dalla testa: una volta tanto la saggezza popolare non sbaglia”.
La Giornata Tipo dice che “chi in questi tre anni ha sperato che un giocatore di questa caratura vestisse la maglia Azzurra, lo ha fatto non a torto ma a ragione. Le dichiarazioni rilasciate più e più volte dal giocatore in questi anni sono state chiare e, evidentemente, e altrettanto lecitamente, nel corso dei mesi, per il veloce progresso del suo status di giocatore e atleta, ha semplicemente cambiato idea. La scelta di Banchero sia assolutamente legittima e, aggiungiamo, quasi scontata viste le parziali ritrattazioni degli ultimi mesi, è altrettanto legittimo che chi ha creduto a molte delle sue chiarissime dichiarazioni non passi per deficiente. Le parole sono le sue. Le ha dette lui. Non lo ha obbligato nessuno a dirle. In tutta questa storia non c’è alcun deficiente: c’è un giocatore che ha chiaramente cambiato idea, e ci sono dei tifosi italiani che hanno legittimamente creduto a ciò che lui ha detto.
Meno assolutoria è la pagina di OverTime Storie a Specchi, dove si legge: “Con Paolo Banchero che sceglie ufficialmente Team USA toccherà trovare un altro parafulmini di un movimento che dai campionati in attesa di riforma da decenni, alle strutture di alla gestione delle giovanili fa acqua da tutte le parti. Banchero ci avrebbe “sportivamente” salvati, sul campo, in termini di risultati, o quantomeno avrebbe aggiunto enorme potenza di fuoco a un gruppo che parte comunque da una buona base di partenza, testimoniata da Olimpiadi e Europei. Sarebbe stato traino, spinta, visibilità, e entusiasmo ai massimi livelli e di questo tutta l’intera struttura Azzurra avrebbe beneficiato. D’altra parte però Banchero sarebbe stato venduto, e questo si era già capito, allo stesso modo dei famosi 4 azzurri in USA che per anni sono stati etichettati come simbolo del trionfo e fiore all’occhiello della pallacanestro nostrana. Un basket che visti i Belinelli, i Gallinari, i Datome e i Bargnani, si diceva, non aveva bisogno di programmazione e investimenti. L’obiettivo ora dovrebbe essere quello di creare un Banchero in casa. E non sperare in quello che sarebbe stato un gran bel regalo che ci saremmo presi più che volentieri, che ci avrebbe aiutato, che avrebbe portato chissà quante migliaia di ragazzini a giocare a basket per emulare un idolo così “vicino”. La Spagna ha vinto un Europeo di basket anche grazie a Lorenzo Brown, ma non per questo ha basato i suoi unici successi sul recruiting di possibili naturalizzati o sull’esplosione all’estero dei Fontecchio snobbati e maltrattati entro i loro confini. Ci sono investimenti, strutture, pianificazione, ragazzi lanciati in prima squadra come frutto di una programmazione e non usati come slot da riempire per obblighi regolamentari. Accogliamo quindi con enorme rammarico una notizia in cui Paolo stesso ci aveva spinti a credere, naturalizzeremo probabilmente Darius Thompson, ma nel frattempo immaginiamo a come andare anche oltre una splendida occasione del genere”.
Roberto Zanni sul Corriere dello Sport-Stadio si domanda: “E la nostra Federazione? Nessun commento dopo la doccia ghiacciata (che probabilmente si aspettavano): il presidente Gianni Petrucci ha fatto solo sapere che parlerà al momento opportuno”.
Se poi Petrucci ci dice anche due parole sul disastro della Nazionale femminile agli Europei, siamo anche più contenti. Sempre che nel frattempo si sia fatto raccontare la partita da qualcuno. Lui non c’era.
| leggi anche Come sfiorisce il basket femminile nell’indifferenza di Petrucci [qui] |
UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE
Paolo Banchero nell’archivio di Slalom
#913 Storia di sua madre e di contatti a metà
Slalom 1 aprile 2022
Nell’estate del 1992 Rhonda Smith si lasciò andare. Iniziò a bere, a vagabondare, lasciò la casa di sua madre a Seattle. Quando a settembre si ripresentò all’Università di Washington, sentiva i compagni che alle sue spalle dicevano: «Hai visto quanto è diventata grassa». L’autodistruzione era cominciata per un’ingiustizia, così la chiamava, l’ingiustizia di aver visto morire il suo miglior amico, Travis Spring, compagno di classe alle scuole medie. Un linfoma. La canzone che aveva sentito suonare al funerale, nel mese di maggio, la tormentava. «Ogni volta che in macchina la sentivo alla radio, mi bruciava dentro. Per anni l’ho rifiutata». Oggi è nella sua playlist preferita di Spotify. È una carezza, non più uno schiaffo.
Al rientro al college allora Rhonda pensò: «Non mi importa cosa succederà. Se mi diranno che non potrò più giocare, okay, va bene lo stesso».
Chuck Culpepper del Washington Post racconta che invece Chris Gobrecht, l’allenatore, la fissò davanti a tutte le altre compagne e le disse: «Non ho intenzione di dire nulla sul tuo aspetto. Se riesci a tenere il passo di quello che facciamo, non mi interessa».
Fu il clic che Rhonda Smith cercava. Tornò alla vita, si rimise in forma, avrebbe segnato 2.948 punti con 803 rimbalzi in quattro stagioni. Avrebbe giocato tra le professioniste con Seattle Reign, Portland Power e Sacramento Monarchs. Dieci anni dopo l’estate malaugurata del 1992, è nato suo figlio, Paolo, Paolo Banchero, il ragazzo che dal 2020 si è dichiarato disponibile a giocare con la maglia della Nazionale italiana, ma che da allora non ha ancora debuttato. Posò per Slam Magazine con la canottiera azzurra e il numero 1 nei giorni in cui le migliori Università d’America s’erano messe in fila per offrirgli un programma di studi, in uscita dalla O’Dea High School, uno dei licei della Emerald City, dove segnava 22 punti a partita. «Perché non fare qualcosa di diverso? Giocare con l’Italia offre tante opportunità anche di marketing, e già solo essere in Italia sarà un’esperienza bellissima. Loro sono carichi e io lo sono ugualmente: è un matrimonio perfetto».
Aspetta ancora di essere consumato e c’è una quota di mistero in questo abbraccio rinviato di continuo. Può essere la stella del basket italiano dei prossimi 10 anni, eppure l’ultima volta che il Ct Sacchetti ha parlato di lui (24 febbraio al Corriere dello sport-stadio), ha detto: «Se lo vedremo agli Europei? Il problema non è nostro, quanto suo e della squadra NBA che lo sceglierà. Io ultimamente non ci ho parlato, l’ho fatto tempo fa quando aveva preso il passaporto italiano. Però mi sembra che in ogni foto e video che pubblica, metta dentro questo passaporto…». Perché non gli abbia parlato, boh, e chi lo sa.
Se Paolo Banchero ha in tasca un documento della Repubblica italiana, si deve a papà Mario, ex giocatore di football, oggi importatore di salumi negli USA, e grazie a un bisnonno ligure (“ecco il jolly che abbiamo pescato”, Flavio Vanetti, Corriere della sera), ma più passano i giorni, più la sua dimensione diventa appariscente, più a Slalom sale l’ansia che gli USA gli offrano una maglia per l’oro olimpico di Parigi nel Dream Team. Il 23 giugno la NBA potrebbe tirarlo dentro come prima scelta assoluta, al più tardi entro il numero quattro. Da domani notte inizia il suo cammino nelle finali del torneo universitario NCAA con Duke, il college che alla fine ha preferito a Kentucky, North Carolina, Kansas, Washington, Gonzaga.
Banchero è uno di quei lunghi moderni, di grande energia, tiro in sospensione, capacità di giocare con la palla a terra, dalla “mostruosa versatilità” (Andrea Beltrama, Ultimo Uomo) e dal “corpo di seta” (Washington Post). Jonathan Wasserman di Bleacher Report lo ha paragonato al primo Blake Griffin (“senza la sua incredibile esplosività ma con passaggio e creazione di tiro dal palleggio per compensare”) e a Julius Randle (“per la capacità di attaccare fronte a canestro, ma anche per le difficoltà difensive a scalare da 5 e il tiro da tre punti non completamente affidabile”). Ha giocato nella stagione con 17 punti di media, 7 rimbalzi e 3 assist in 32 minuti. Sergio Arcobelli sul Giornale dice che “l’Nba già lo ama per il suo talento difensivo, per l’atletismo e per la capacità di giocare bene in tutti i ruoli, nel senso che vede il gioco come un playmaker, tira come una guardia e sotto canestro domina come un centro”.
Sulla Gazzetta dello sport di lunedì scorso, Dan Peterson ha scritto: “Mi fa pensare a Kevin Durant e per il passato Bob McAdoo e Kevin Garnett. Vado contro il mio principio di non caricare i giovani con troppo peso di responsabilità o aspettative. Ha anche una cosa che mi piace molto: il palleggio-arresto-tiro. Cioè, quello che gli allenatori chiamano the middle game. Spero che la squadra Nba che lo prende non dica, «Oh, ragazzo, devi mettere 10 kg di muscoli». Meglio lasciarlo crescere naturalmente. Ho visto alcuni giocatori rovinati dai troppi pesi. Banchero ha una struttura fisica perfetta per il basket. Devo solo maturare. Cosa potrebbe fare per la Nazionale? Come l’Urss con Sergei Belov. Come la Jugoslavia con Kresimir Cosic o Drazen Dalipagic. Come l’Italia con Dino Meneghin. Come la Spagna con Pau Gasol e Juan Carlos Navarro. Come la Francia con Tony Parker. Come la Lituania con Arvydas Sabonis. Insomma, come dicono gli allenatori americani, una “portaerei” che domina la situazione. Con lui in campo, gli azzurri diventeranno una squadra capace di battere chiunque”.
Ora certamente vorrete sapere di mamma Rhonda. Dopo aver insegnato in una scuola superiore e in un college, lavora per un’organizzazione no-profit di Seattle che cerca alloggi per gli homeless afflitti da dipendenze e da disagi psicologici. «Quando le persone hanno un riparo – ha detto al Washington Post – è più facile prendersi cura di loro».
#1280 Banchero rookie dell’anno
Slalom 26 aprile 2023
Novantotto voti su 100. Così Paolo Banchero degli Orlando Magic è diventato il miglior debuttante dell’anno in NBA, in una stagione da 20 punti di media, 6,9 rimbalzi e 4,7 assist in 72 partite, tutte da titolare. Ha tirato con il 42,7% dal campo. Nella terzina delle nomination c’erano il centro di Utah Walker Kessler e la guardia di Oklahoma Jalen Williams.
The Athletic scrive che “il premio dovrebbe chiudere la porta allo scetticismo sul Draft. Banchero selezionato per primo in assoluto, lo scorso giugno aveva fatto sollevare qualche sopracciglio. Questo voto è la conferma che il front office di Orlando aveva fatto la scelta giusta. Per una franchigia che ha passato alcuni momenti difficili ed è ancora considerata in una fase di ricostruzione, Banchero è un promemoria dei giorni luminosi che verranno. C’è spazio perché migliori la fase difensiva. Orlando concede quasi sette punti in più quando lui è in campo rispetto ai minuti che trascorre fuori, ma in certi lampi ha mostrato di essere anche un valido difensore. Dopo la pausa per l’All-Star Game, Banchero è parso molto più a suo agio. Ricordiamolo, ha solo 20 anni. Crescerà”. Presto ci farà sapere che ha deciso di giocare per gli USA e non per l’Italia. Felici di sbagliare.
Il giornalista dello scoop ha altri pensieri
L’uomo che ieri ha fatto lo scoop, pare che abbia un problema di conflitto di interessi. Shams Charania di Athletic è uno degli insider NBA più informati. Considera il Washington Post con Ben Strauss che i suoi articoli hanno un impatto notevole anche sulle scommesse, e Charania risulta un consulente retribuito della piattaforma FanDuel. Charania appare anche su Stadium TV. È un volto e una firma autorevole. “Sia gli scommettitori sia le case di scommesse sportive prestano attenzione ai suoi report. Tutto questo significa che quando gli Hornets hanno preso Miller al Draft, ci sono stati scommettitori che hanno perso dei soldi in favore di una società che paga anche Charania”.
Questo è successo, infatti. Uno dei suoi scoop si è rivelato sbagliato. Anche il Wall Street Journal rilancia la notizia, con grande evidenza, ieri sera era l’apertura della sezione sportiva del suo sito. “Le cose si sono complicate – scrive il giornale economico – quando ha twittato un consiglio che si è rivelato sbagliato”.
Non sfugge il fatto che The Athletic sia di proprietà del New York Times, un giornale concorrente. Un portavoce del media newyorkese ha replicato che le due cose non hanno nulla a che fare tra loro, e «Shams Charania non incoraggia nessuno a giocare d’azzardo. Riferisce semplicemente notizie, dopo averle riportate prima su The Athletic».
L’America intanto continua a celebrare Nikola Jokic, anche adesso che l’anello dei Denver Nuggets è in cassaforte. Il Washington Post gli ha dedicato un ritratto che nel titolo sottolinea la sua sublime genialità. Ben Golliver racconta: “Jokic vive in area ma raramente schiaccia. È quasi sempre il più grosso giocatore in campo, ma raramente gioca sopra il canestro. Tocca costantemente la palla ma fa uno sforzo per non trattenerla. A volte fa fatica a muoversi lateralmente in difesa, ma balla il tip tap oltre i difensori. La sua personalità serena è fondamentale per il suo successo nelle situazioni di fine partita, ma lungo la strada è spesso esploso in alcuni falli memorabili. Ha evitato l’attenzione dei media e ha cercato di minimizzare la sua fama. In risposta a una domanda sul prmio di MVP assegnato a Joel Embiid, ha detto che le persone sono cattive quando sostengono che il centro dei Philadelphia 76ers non è un vincitore meritevole. Non ha alcun interesse ad alimentare una rivalità. Qui sta la più grande contraddizione di tutte: sebbene Jokic preferisca tenere il pubblico a debita distanza, il suo gioco è assolutamente magnetico, un mix ideale di sostanza e stile”.
Il dopo scudetto di Milano
➣ La supremazia di Milano e Bologna, e di conseguenza il loro duello, esalta il basket italiano o lo limita?
Dell’Orco: «Ci sono tante realtà forti, che vengono sottovalutate. La Coppa Italia l’ha vinta Brescia con merito. Tortona è sempre tra le migliori, anche se è arrivata in A da poco. Sassari e Venezia sono competitive. Non parlerei della supremazia di due squadre, anche se Bologna è la nostra avversaria più costante».
➣ Perché quest’anno Milano non è riuscita a sfondare in Eurolega?
Dell’Orco: «Abbiamo avuto infortuni, vicissitudini e anche sfortuna. In Eurolega la competizione è durissima e per fare strada devi aver anche un pizzico di buona sorte dalla tua parte. Ma quando hai problemi è lì che si vedono le vere squadre e le vere società, e noi lo siamo stati. Di questo sono orgoglioso».
➣ Parliamo di pallone, sia Milan che Inter hanno cambiato proprietà dopo le gestioni Berlusconi e Moratti: non è mai stato tentato dal calcio? Un pensierino all’Inter? Al Milan? Mai fatto?
Armani: «Tifo per entrambe le squadre di Milano e sono orgoglioso quando riescono ad affermarsi a livello internazionale. Ma il mio sport preferito è e resta il basket e il fatto che l’Olimpia unisca tutta la città di Milano sotto un’unica bandiera è bellissimo. Quando andiamo in campo sappiamo di rappresentare tutta Milano, non solo una parte». – intervista di daniele dallera e roberto de ponti, Corriere della sera [qui]