

L’aria qui non odora di silicio — che è per sua natura un elemento sterile — ma del fumo pesante della carne asada che si alza dai cortili sul retro di El Camino Real. Un tempo, prima che i microchip sostituissero la fotosintesi, questa zona era conosciuta come la Valle della Delizia del Cuore, un oceano ininterrotto di frutteti, peri e albicocchi a perdita d’occhio. Oggi, l’ultima testimonianza di quel passato rurale è l’argilla rossa della Missione di Santa Clara de Asís, piantata qui dai francescani spagnoli verso la fine del Settecento. I muri spessi di mattoni crudi, sopravvissuti a scosse e incendi, osservano il passaggio frenetico di ingegneri indiani e programmatori europei che corrono verso i loro uffici con un caffè di Starbucks tra le mani. Camminano sopra le tombe dimenticate dei nativi Ohlone, accelerando il passo come se avessero paura che il passato possa afferrarli per le caviglie.
Giro l’angolo dietro la vecchia stazione ferroviaria e mi ritrovo davanti a una piccola autofficina specializzata in lowriders, le vecchie Chevrolet decapottabili modificate per viaggiare a pochi centimetri dal suolo. Sotto la tettoia di lamiera, Don Chava sta lucidando il parafango cromato di una Impala del ‘64, verde metallizzato. Ha i capelli raccolti in una retina nera e le braccia tatuate con la silhouette della Vergine di Guadalupe, identica a quella che abbiamo lasciato sui furgoncini di Ecatepec.
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