Allarme: questi giovani d’oggi si vestono tutti uguali

 

 

  Il 12 gennaio nel 1966 è un mercoledì e l’Italia è in preda a un piccolo panico per lo sciopero di 24 ore dei dipendenti delle società di energia elettrica. “Possono mancare luce, acqua e gas” titola La Stampa in prima pagina, sconsigliando l’uso di ascensori, scaldabagno, lavabiancheria, frigoriferi e ferri da stiro. Nel settore delle ferrovie, in caso di emergenza, saranno impiegati locomotori diesel e a vapore. In assenza di tram e filobus, nelle grandi città “autocarri guidati da personale militare assicureranno i collegamenti più importanti”.

Nel mondo accade che gli americani consegnino un promemoria al governo del Vietnam e il vicepresidente USA Hubert Humphrey di passaggio a Roma si fermi a dialogare con Aldo Moro, che nessun giornale si azzarda a chiamare premier. Commuove la foto del presidente pakistano che porta a spalla la bara di Shastri, il premier indiano – lui sì – morto durante i colloqui di Tashkent. “Fatiche ed emozioni lo hanno stroncato” scrive il Corriere della sera. La bara è stata accolta a Nuova Delhi da un lancio di petali e le cronache raccontano del sole che si è oscurato all’atterraggio dell’aereo. 

Dopo le dimissioni da ministro degli Esteri, Amintore Fanfani riprende a tenere le sue lezioni di storia economica alla facoltà di economia e commercio dell’Università di Roma. Dove non può non essersi accorto di quanto va scrivendo Isa Vercelloni sul Corriere della sera in una pagina dedicata al Tempo dei giovani. Non importa la città, non importa il marciapiede, si vestono tutti uguali e tutte uguali. Basta fermarsi qualche minuto davanti all’uscita di una scuola, o su una scala troppo stretta. Prima ancora di riconoscere i volti, si riconoscono le forme. Una sorta di moda ufficiale. 

“Qual è la misteriosa parola d’ordine che oggi fa vestire tutte le ragazze sotto i venti in gonna nera e maglioncino bianco con il collo alla ciclista, tutte uguali da Roma a Londra? La stessa scena potrebbe essere stata girata a Milano o a Roma, durante una coda per un autografo o per l’iscrizione a un corso accelerato: stesse frange, stessi maglioncini, stessa attesa disciplinata”.



Il cinema ha già registrato quello che sta accadendo. Una fila di ragazze giovani, graziose, ordinatissime salgono le scale verso l’appartamento di uno scapolo irresistibile nell’inizio di The Knack, il film più giovane dell’anno. “Non una di loro che non abbia il famoso maglioncino bianco”. L’unica a non indossarlo arriverà dopo, e sarà la provinciale, la pecora nera. Ma quella stessa scena — osserva Vercelloni — potrebbe svolgersi a Milano o a Roma, davanti a un cinema, a un corso per estetiste o per hostess.

Lo stesso accade ai ragazzi.  “Basta passare davanti a una scuola, all’ora dell’uscita, per naufragare in un mare di berrettini neri e blu, portati sia dai piccoletti delle elementari che dagli spilungoni delle prime classi del liceo, con varianti minime e misteriose: una lettera, un bollino, due bottoni, quasi segnali segreti di appartenenza”.

A Vercelloni non interessa smascherare un colpevole — l’idolo, il fabbricante, il mercato — perché ogni spiegazione lineare si arena contro una contraddizione e un paradosso. “Le scelte dei giovanissimi rappresentano un misto di ribellione e di estremo conformismo: si muovono in una direzione precisa, ma sempre inattesa. L’idolo lancia la moda solo quando i giovani sono pronti ad accettarla, e il mercato spesso si limita a inseguire ciò che è già esploso”. Gli adolescenti si muovono in massa, ma sempre in modo imprevedibile. Per questo, scrive, le ricerche motivazionali falliscono. Non riescono a ridurre a uno schema un comportamento che è insieme imitazione e scarto. La storia recente dell’abbigliamento è nel 1966 diventa una stratificazione di cicli. C’è stato il momento del loden, quello della sciarpa da college, e poi la caban, i jeans di ogni colore. Sono mode che nascono, si esauriscono, fanno un giro enorme e ritornano modificate. I residuati di guerra provano a resistere, oggetti come sacche militari, giacche, pantaloni kaki. La moda dei giovanissimi, osserva Vercelloni, nasce nel dopoguerra ma porta ancora addosso quella memoria materiale.

Eppure qualcosa sta cambiando. Dal gusto dell’indumento pratico e resistente si è passati a una scelta più sofisticata, a una cura narcisistica che arriva fino al gesto estremo di modellare i jeans sul corpo, bagnandoli nella vasca da bagno. Non cambia il bisogno profondo, indossare un capo come segno di appartenenza a un clan, oppure a una generazione, “il gusto della divisa, la scelta dell’indumento come distintivo. Salvo poi personalizzarlo nel modo di portarlo: il cardigan abbottonato sulla schiena, la cintura con la fibbia dietro, il collo alto rovesciato all’interno. In questo regno del conformismo parossistico, essere il primo a imitare il primissimo equivale quasi a un patto d’amicizia, a una dichiarazione d’amore”.

Siamo solo nel 1966 e l’adolescenza occidentale ha già imparato a riconoscersi attraverso il corpo vestito, tra un desiderio di distinzione e il bisogno feroce di somigliarsi.

 

Intervistare il campione del mondo a vent’anni

Chissà com’era invece vestito il giovane Mura, vent’anni compiuti tre mesi prima. Il 12 gennaio del 1966 sulla Gazzetta dello sport esce una sua intervista a Tommy Simpson, il campione del mondo di ciclismo. Nella foto che appare a pagina 9 sta fumando la pipa. Simpson, non Mura. La didascalia lo chiama “il campione filosofo”. Si trova in ritiro pre-stagionale a St. Gervais e a questo giovane giornalista che aveva scritto il suo primo articolo neppure un anno prima, Simpson dice di vedere in giro un solo vero grande campione, Eddy Merckx, mentre fra gli italiani preferisce Gianni Motta a Felice Gimondi perché sa leggere meglio le corse. Ma al di là delle risposte di Simpson, il pezzo sulla Gazzetta si fa leggere per il cappello all’intervista. Il giovane Mura, vent’anni da tre mesi, attacca così. 

“Loge Kouterstraat 87, Mariakerke, dice Simpson quando gli chiediamo dove stia di casa. Il merlo ridanciano pare avere trovato un domicilio fisso. Prima non per niente lo chiamavano ragazzo con la valigia. L’unico problema, aggiunge Tommy, è quello di parlare coi figli, una specie di torre di Babele abbastanza svitata e divertente, un’incomunicabilità in sedicesimo. Dice che sua moglie parla ai figli in inglese e i figli, cresciuti nelle Fiandre, rispondono in fiammingo; succede anche che i figli parlino in inglese e la madre in francese. Il capofamiglia, per non complicare le cose, mette pace in tedesco. Con autoironia tutta britannica, Simpson confessa che in molti, dopo il campionato del mondo, si sono complimentati con lui per la sua buona conoscenza del tedesco. È un simpatico diavolazzo, questo campione del mondo in carica”.


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