Quanto si assomigliano PSG e Flamengo

 

   

La finale della vecchia Coppa Intercontinentale

Doha, Qatar. Prima di consegnare il premio FIFA per la pace a Donald Trump, tre anni fa Gianni Infantino portò qui il Mondiale che veniva dopo quello a casa di Vladimir Putin. Fu il Mondiale che si chiuse con Leo Messi in bisht, la mantellina della tradizione araba che simboleggia regalità e prestigio. La foto che l’emiro del Qatar sognava, che il progetto PSG inseguiva e che la FIFA quella sera gli consegnò. 

Doha, Qatar, rieccoci. Il PSG gioca una finale intercontinentale ma soprattutto gioca una partita più lunga, quella della popolarità nel paese del suo proprietario. Hugo Delom racconta su L’Équipe una scena che dice molto più di qualsiasi dato di marketing: bambini che corrono su un campetto illuminato tra i grattacieli, un educatore in maglia PSG Academy che insiste sul controllo orientato, famiglie che scattano foto davanti ai trofei stagionali. Tutto è marchiato Paris Saint-Germain, eppure l’adesione emotiva resta ancora in costruzione.

Il club ha inaugurato l’Ici, c’est Paris Park, una fan zone pensata per “far scoprire meglio il PSG alla madrepatria” e provare a colmare il divario con i due colossi che dominano l’immaginario calcistico locale. Mohamed, collezionista di maglie, ammette con il giornale francese che «il PSG è un club molto popolare, ma non il più popolare: qui è terzo, dietro Barcellona e Real Madrid». Una gerarchia figlia della storia, della continuità, di marchi costruiti molto prima dell’era QSI.

Il PSG semina. Ha tredici academy, 1.700 giovani iscritti, organizza eventi, mobilita influencer, mette star della prima squadra in vetrina. Ma raccoglie segnali intermittenti. C’è chi si è innamorato vedendo Mbappé alla finale mondiale, chi ha riscoperto il club con la Champions appena vinta, chi rivendica un tifo di lunga data, gente che dice «io guardavo il PSG già con Ronaldinho» come a Napoli adesso domandano «dov’eri tu la domenica della partita a Giarre». La vittoria europea ha acceso qualcosa, chi frequenta Doha per lavoro racconta di una fioritura improvvisa di maglie e un orgoglio nuovo nei discorsi dei locali. Ma il calcio qatarino resta una cultura fatta di stelle raccolte più che di stadi pieni. Alla vigilia della finale con il Flamengo, nonostante prezzi bassissimi, i biglietti venduti dicono che l’entusiasmo non è ancora sistema. Come scrive Delom, per riempire uno stadio a Doha, il PSG ha ancora bisogno di gente che arrivi da lontano.

Nell’altra metà del campo sta il Flamengo, diventato il club più potente del Sudamerica, al punto da potersi presentare alla finale di Coppa intercontinentale contro il PSG come “un suo equivalente continentale”. Così viene definito da L’Equipe che racconta l’impatto sociale del club a Rio e in tutto il Brasile: una presenza capace di fermare la città, con milioni di tifosi vissuti come un capitale identitario prima ancora che economico, “essere flanguista è come appartenere a una religione” dice Reinaldo.

C’è stata una trasformazione strutturale: il passaggio chiave è arrivato nel 2013, quando la dirigenza ha scelto di sanare i debiti invece di inseguire scorciatoie sportive. È l’inizio di una gestione virtuosa che ha portato a una crescita verticale dei ricavi, oggi oltre 1,7 miliardi di reais, alimentati da diritti TV, biglietteria, marketing e valorizzazione del vivaio. Il Flamengo è diventato una macchina economica prima ancora che calcistica. L’Equipe lega questa solidità finanziaria alla nuova ambizione sportiva: infrastrutture d’élite, cessioni eccellenti [Paquetá, Vinícius Jr.] e la possibilità di attrarre nomi europei affermati. La sintesi di un modello molto simile a quello di Parigi in Qatar, per potenza popolare, ricchezza, capacità di dominio. Con la sensazione che per il Flamengo l’egemonia in Sudamerica sia appena cominciata.

  domani ore 18    su DAZN e FIFA+

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