L’amico siciliano dei Duplantis che si inventò il soprannome Mondo

 

 

L’amico siciliano dei Duplantis che si inventò il soprannome Mondo

Mondo Duplantis ha mani grandi, forti, mani decisive. Per Federico Bahamontes, il ciclista che distingueva gli uomini guardando il palmo, sarebbe state la prova definitiva del campione. Mani che stringono con calore, affabili, e che nel suo lavoro – nei suoi tentativi di scavalcare un’asta con un’altra asta, diventano strumenti di precisione assoluta.

Carlos Arribas ha intervistato lo svedese per El Pais, introducendo le sue parole con un ritratto nel quale lo chiama una creatura cangiante, le stesse mani che piegano aste favolose come nessun altro, “le mani che afferrano e piegano come nessuno può fare”, sanno muoversi con naturalezza quasi musicale quando maneggiano i bastoncini in una cena giapponese a Monte-Carlo, ospiti di Sebastian Coe. L’immagine è esplicita e colta, “con la stessa precisione e agilità con cui il bambino Wolfgang Amadeus faceva danzare le dita sul clavicembalo”. Non a caso, aggiunge il testo, molti lo chiamano il Mozart del salto con l’asta.

Arribas intreccia gesto atletico e gesto umano. Così, con galanteria d’altri tempi, il giorno dopo il campione solleva appena l’abito della compagna per non farlo strisciare sul pavimento dello Yacht Club di Monaco, dove il principe Alberto gli consegna l’ennesimo trofeo di miglior atleta mondiale dell’anno. Duplantis appare come un personaggio quasi fiabesco, un camaleonte, un Piccolo Principe senza collo, dalla curiosità ingenua e inesauribile tra le nuvole, o un Timothée Chalamet prima della metamorfosi in guerriero.

«Il migliore amico di mio padre – racconta Duplantis – è siciliano e ha iniziato a chiamarmi Mondo quando avevo quattro anni. So che significa mondo in italiano, e mi piace molto. Si collega al mio modo di essere». Duplantis è tornato a saltare nell’impianto costruito dal padre nel giardino di casa, in Louisiana. «Avevo bisogno di sentirmi di nuovo quasi come un bambino e semplicemente giocare», dice. Arribas insiste su questa tensione tra grandezza e semplicità, il campione che domina il mondo ma sente il bisogno di tornare al luogo dove tutto è nato. Nell’intervista vera e propria emerge il suo, di mondo. «La paura è ciò che separa i buoni saltatori dai più grandi». Non l’assenza di timore, ma il suo controllo. Si definisce «abbastanza folle, ma non tanto da smettere di pensare», distinguendosi sia da chi si blocca per paura sia da chi salta senza cervello.

Quando Arribas gli chiede se abbia limiti, la risposta è definitiva: «No, non credo. Il limite è dove lo metto io». E sul suo dominio precoce – record del mondo a raffica, imbattibilità, doppio oro olimpico, aggiunge: «L’ego può essere letale». Lo sport, dice, «non diventa mai facile: migliori solo nel gestire le parti difficili».

Duplantis affronta anche la questione famosa dei record battuti centimetro per centimetro. Ammette il bonus economico, ma rifiuta il cinismo: «Un record è un momento unico che posso regalare al pubblico». Spiega che quei salti non si possono simulare in allenamento [«Senza l’energia degli spettatori non hai la velocità necessaria»] e l’unicità del clima che esiste fra gli astisti [«Non è come il calcio. Qui siamo tutti contro la palla. Siamo noi contro l’asticella»]. Una competizione che non è distruttiva, non è tossica, ma è condivisa.

Duplantis parla di responsabilità, opinioni, cambiamento climatico, con un’impronta generazionale: «Cambio, imparo, penso in modo diverso rispetto a ieri». In Louisiana da bambino ricorda di aver vissuto l’uragano Katrina. Fu uno shock collettivo, dice, «molto, molto tragico».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.