L’occasione di Curaçao o una carezza per la Giamaica
Tre settimane dopo il passaggio dell’uragano Melissa, una catastrofe da 45 morti e decine di migliaia di sfollati, la Nazionale giamaicana gioca una partita di calcio che come spesso accade pare più grossa di quello che è. Vale il ritorno ai Mondiali dopo 28 anni e vale una carezza al paese, o come dice il presidente della federazione Michael Ricketts un modo per risollevarlo. Lo stadio è rimasto intatto, le strutture attorno sono danneggiate, la rete di comunicazione ancora fragile ha reso difficile perfino la vendita dei biglietti. Il commissario tecnico Steve McClaren, ex Inghilterra, ex Wolfsburg, ha parlato apertamente del peso emotivo del momento, del desiderio di dare fiducia e un sorriso a una popolazione ferita, sfinita. Come racconta Sportschau, per lui sarebbe anche un riscatto personale: dopo una carriera segnata da esoneri e dal fallimento con l’Inghilterra nel 2007, a 64 anni può arrivare finalmente alla sua prima Coppa del mondo. Deve battere Curaçao a Kingston.
Pare facile. Non lo è. Dall’altra parte c’è un secondo vecchio pirata, Dick Advocaat, 76 anni, un veterano, due Mondiali già vissuti: nel 1994 con l’Olanda e nel 2006 con la Corea del sud. Per chi ci crede, quando c’è Advocaat, l’Italia si gioca ai rigori la finale. Potrebbe firmare una delle storie più improbabili del calcio. No, non portare l’Italia ai rigori in finale. Un’altra. Portare ai Mondiali un’isola di 150.000 abitanti. Curaçao diventerebbe il più piccolo Paese a qualificarsi nella storia. Il suo lavoro è stato ingegnoso: ha costruito una squadra quasi totalmente composta da giocatori nati in Olanda con radici caraibiche, molti dei quali con un contratto oggi tra l’Eredivisie e la Turchia. Il 7-0 rifilato a Bermuda, con doppietta dell’esordiente Jordi Paulina [dalla seconda squadra del Borussia Dortmund], li ha portati in vetta al girone. A Curaçao stanotte vanno bene due risultati su tre.
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La devastazione nel villaggio di Usain Bolt
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Marca ha mandato un inviato sui luoghi del dramma. Il reportage di Víctor Romero racconta un viaggio che è insieme cronaca, odissea e ferita aperta. La destinazione è Sherwood Content, il villaggio dove è nato Usain Bolt. Il percorso verso il paese è già da solo una storia: niente internet, mappe che non funzionano, strade precarie, alberi giganteschi sradicati, campi inondati, chilometri di distruzione causati da raffiche che hanno superato i 300 km/h. L’uragano Melissa ha colpito il 28 ottobre, superando per intensità persino l’uragano Gilbert del 1988: l’economia — basata sul turismo — è compromessa alla vigilia della stagione alta.
Arrivati a Sherwood Content, dice Marca, sorprende il silenzio: nessun cartello, nessun indizio dell’uomo più veloce della storia. Quando chiedono informazioni, arriva la risposta più disarmante: «Cercate la sua famiglia: è qui vicino, suonate il campanello». Lo fanno, e trovano la casa dei Bolt. È la nipote a indirizzarli nel punto giusto: «Andate in centro, la madre di Usain è lì ad aiutare».
Così Marca incontra la signora Jennifer Bolt, nel pieno dei lavori di ricostruzione del centro sociale. Dice che suo figlio vive a Kingston, ma è spesso tornato a dare una mano, soprattutto a Martha Brae, la zona dove studiava da bambino, devastata dall’uragano. Il loro vecchio istituto ora è un rifugio, e Bolt sta lavorando perché i bambini possano tornare alle lezioni. Ma Sherwood Content — come tutta la Giamaica occidentale — impiegherà anni per tornare come prima.