L’umanità di un Pallone d’oro a Ousmane Dembélé

L’umanità di un Pallone d’oro a Ousmane Dembélé

Stavolta sono gli spagnoli, non i francesi, che si incazzano. Stavolta sono il papà e l’entourage di Lamine Yamal a dirsi umiliati, offesi e pure un pochino sospettosi per l’esito del Pallone d’oro, mentre dall’Inghilterra c’è chi considera che il successo di Ousmane Dembélé è una vittoria umana nel teatro tossico del calcio. Lo ha scritto Barney Ronay sul Guardian, incerto se trovare più nauseabonda la folla di parigini trasformata in zombie della fama e accalcata contro le transenne quattro ore prima della cerimonia, quelli che ululavano alle presentatrici televisive di passaggio assistendo alla preparazione, gli indignati contro la decisione di far giocare contemporaneamente il PSG a Marsiglia, o più in generale tutto questo momento del culto della personalità, della confusione tra talento e virtù, della super eroizzazione di persone che per puro caso sono molto brave nello sport

Detto ogni male possibile della cultura dei premi e di una cantante sexy multilingue che si è presentata e ha cantato una canzone sexy multilingue, l’editorialista del Guardian considera che però il calcio sa sempre stupire, sedurre e farsi amare. Perfino se il Pallone d’oro va a Ousmane Dembélé che gioca per un progetto statale”. Perché nel suo caso siamo di fronte a un ragazzo che ospita qualità umane irresistibilmente riconoscibili. Con lui non abbiamo solo un calciatore meraviglioso, ma una storia umana edificante, incarnata da un brav’uomo che ha avuto un anno brillante in una squadra brillante. Anche qui c’è una trappola. Non esageriamo. Non fate come L’Équipe. Non fate di Dembélé il Gesù del calcio di una scuola tattica monotematica solo perché ha fatto molto pressing ad alta velocità. Non parlate del compimento di un destino tortuoso che dimostra come tutte le storie siano possibili. Non si tratta nemmeno di un buono-cattivo. Non è stata la vittoria di Ousmane contro una macchina, come gli avatar online del Real Madrid si sono affrettati a esultare, la vittoria di un giocatore rovinosamente costoso per il Barcellona che ha eliminato il bambino d’oro della Masia. Nel mondo così sempre binario è stata irritante l’indignazione post-cerimonia per Lamine Yamal, l’idea che questo diciottenne dal talento soprannaturale, già ricco oltre ogni ragionevolezza, portato in giro su una sedia come un principino dorato, sia stato in qualche modo vittima.

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La sua storia da outsider e il fatto che in futuro vincerà senz’altro un mucchio di Palloni d’oro non impedisce a Dembélé di essere il giusto vincitore,  in un modo che non è solo logico ma anche redentivo. Dembélé è una vittoria per i sentimenti. È un calciatore che esalta, dotato di una tecnica rara, autore di gol brillanti e tutto questo è successo tardi, quando non ne aveva più bisogno. Un anno fa era fuori dal PSG. Tre anni fa è stato sostituito in una finale di Coppa del Mondo dopo 40 minuti orribili”. 

Il Guardian ricostruisce allora una certa cattiveria presente a Barcellona nel descriverlo pigro, disorganizzato, schiavo del cibo spazzatura, circondato da amici inetti e ragazzi di strada. In questo contesto, la genialità del suo recupero sta nella disposizione al gioco di squadra, al pressing sfrenato e all’intelligenza tattica. È la vittoria di una buona gestione, delle persone che vanno d’accordo tra loro, guidate da un allenatore che lo aveva scaricato dopo una lite e che lo trasformato. Il Pallone d’Oro a Dembélé dice che niente è prestabilito, che è ancora possibile attingere agli angoli nascosti del proprio talento. Ed è anche possibile farlo senza essere un alfa sportivo, dopo aver conosciuto il dubbio e l’incertezza, una circostanza ironica e divertente in un mondo che è chiassoso e appariscente.

Maxime Dupois per Eurosport France dice più o meno cose simili con altre parole. Se ve l’avessero detto un anno fa, non ci avreste creduto. Eppure, Ousmane Dembélé ha vinto il Pallone d’Oro. La vittoria del parigino è un’esperienza confortante, vista la sua personalità. E la morale della favola è che il trofeo individuale più prestigioso è tornato a essere un premio collettivo, assegnato al giocatore della stagione. Non alla stella dell’anno.

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