L’esultanza di Tudor
Fino alla fine, e va bene. Ma pure Pazza Juve. Senza offesa. Nei panni di Adzic stavolta s’è messo Vlahovic con una doppietta e un assist per ribaltare l’umore e la trama della partita, o forse no, forse era Kelly che ha segnato al sesto minuto di recupero il gol del 4-4, l’ottavo gol in quattro giorni dopo averne subiti sette.
Se ci fosse Zeman sulla panchina di questa squadra, farne uno in più degli altri parrebbe naturale, esotico, eretico. Ma sarebbe tutto più coerente. Invece c’è Igor Tudor, nominato in fretta dagli italianisti come degno erede del ceppo. Così si avverte una certa agitazione nella schiera. Non si sa come maneggiare il paradosso. Se esulti dai ragione a chi pensa che conti farne uno in più. Se ti deprimi svilisci il valore del totem-risultato.
Il più saggio di tutti pareva ieri sera Alex Del Piero negli studi Sky, quando ha dovuto tirar su il vecchio amico abbacchiato, ehi guarda che una l’hai vinta e una l’hai pareggiata, hai segnato otto gol fra Inter e Borussia. A tutto il resto magari ci pensi da domani.
Emanuele Gamba su Repubblica ha scritto che “la Juve è meravigliosamente inspiegabile, non c’è premio Nobel che possa dare una spiegazione logica, e figurarsi scientifica, a come nascono, crescono e non muoiono mai le sue partite. Va così, è un luna park: la ruota gira, le montagne russe impazzano e alla fine dal nulla sbuca un jolly, travestito da teenager montenegrino o da difensore inglese (largamente il peggiore in campo, fin lì: ma cosa importa?) spedito in attacco per l’ultimo giro di giostra”.
Fabio Licari su La Gazzetta dello sport evoca Raf [“inevitabile follia”] e dice che si tratta di “uno di quei risultati che fa innamorare la gente. Ma oltre l’epica c’è la realtà di una squadra ancora senza equilibrio, dal potenziale notevole ma con limiti pericolosi in difesa e impostazione”.
Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio considera che “i primi 45′ della Juventus sono stati identici a tante partite della scorsa stagione: il niente. Vuota, brutta, lenta, involuta. Poi, quando la gara è impazzita, allora sì che la Juve più dissennata degli ultimi tempi ha perso l’orientamento, prima del ribaltone finale. Una difesa, anzi, un sistema difensivo che non sta in piedi. In tre giorni sul suo campo ha preso 7 gol. La storia della Juve non lo permette”.
Il tiro a giro di Yildiz
Una di quelle volte in cui Caso si diverte a far succedere delle cose per sentire di nascosto come le raccontiamo. E come lo vuoi raccontare un gol alla Del Piero che arriva a ridosso dell’anniversario tondo tondo e perfetto del primo gol internazionale alla Del Piero. Per forza viene la tentazione di vederla come un’eredità, un’investitura. Del resto il ragazzo una delle prime volte si divertì lui stesso a tirar fuori la lingua. Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera ammette che è “un po’ dura non fare paragoni. Era alla ricerca dell’ispirazione nel primo tempo quando, a tratti, pareva uno scrittore con la sindrome della pagina bianca”.
Le altalene di Di Gregorio
È da qualche anno, forse un decennio, un decennio e mezzo, che i portieri di calcio copiano. Devono imitare i centrocampisti quando impostano il gioco, scimmiottano portieri di altri sport quando parano. Ai tempi in cui stava in porta Garella, se la prendeva con i piedi non gli dicevano mica che era stato un intervento da pallamano. Da Neuer in avanti sì. Perché è vero. Soprattutto per la scuola tecnica tedesca. Il modello è quello. Di Gregorio ieri ha aggiunto al bagaglio l’istinto del portiere di hockey, quando ha messo il braccio sul tiro di Guirassy. Cent’anni fa c’era Zamora che parava con i gomiti, quello stile fece nascere la definizione zamorana. Dopo – dopo la zamorana da hockeista – c’è stato “un immanente senso di insicurezza” [Massimiliano Nerozzi, Corriere della sera]. Per Fabio Licari sulla Gazzetta “il portiere comincia a diventare un problema”. Perin incombe.
L’esternaccio di Koopmeiners
È lo juventino che Slalom aspetta di più. Siamo già oltre i lunghi tempi di attesa [cinque-sei mesi] che perfino un Michel Platini si prese per capire la Juventus. È uscito dal campo tra i fischi. Ma non c’è un’altra via di uscita per un giocatore costato caro. Devi recuperarlo. Fosse anche solo per potergli restituire un mercato. Se poi Tudor dovesse restituirlo allo smalto bergamasco, la Juventus si diverte per davvero. Nel frattempo ha giocato un paio di palloni con le parti più sbrilluccicose del piede [l’esterno e il calcagno] ma con esiti così così. Il Corriere della serai dice che “i ritmi compassati lo illudono, anche con il lusso di un elegante colpo di tacco; ma nella ripresa, davanti alla porta, torna l’ansia da «Tre giorni del Condor»: esterno maldestro fuori”.
Il colpo sotto di Vlahovic
In totale trance agonistica dopo due gol, al culmine del momento Tempesta e Assalto, decide di giocare un tocco delicato e un colpo sotto la palla per metterla in mezzo all’area e vedere come va a finire. Va a finire bene, alimentando felicemente una catena di contraddizioni. Gamba su Repubblica parla di una Juventus che “aveva reagito con prontezza, classe e rabbia ai gol presi, ma non aveva saputo mantenere l’equilibrio tanto caro a Tudor e dunque concesso gol evitabilissimi”.