Il Kenya è un paese dai profondi e aspri conflitti politici e di classe
Ryszard Kapuściński
Il meeting di Diamond League a Eugene
Una si chiama Fede, l’altra porta il nome della donna che guidava Dante nell’aldilà. Alleluja, sorelle, esultate. Due donne da primato del mondo nel mezzofondo nella stessa sera non si vedevano da oltre trent’anni, da quando nel 1993 accadde ai campionati nazionali di Cina e noi occidentali facemmo gli spiritosi sul brodo che bevevano, il cibo che mangiavano. Più di un record c’era stato a Valencia nel 2020, a Parigi nel 2023 e a New York al coperto qualche mese fa. Ma sempre di mezzo s’era messo pure un uomo. Joshua Cheptegei con Letesenbet Gidey in Spagna cinque anni fa; Lamecha Girma e Jakob Ingebrigtsen con Faith Kipyegon in Francia; solo uomini [Grant Fisher e Yared Nuguse] ai Millrose Games indoor.
Alle 13:33 ora del Pacifico Beatrice Chebet ha invece completato ieri i 5.000 metri in 13:58.06, prima donna nella storia a scendere sotto i 14:00 in pista. Ottanta minuti più tardi era di nuovo fra le corsie per abbracciare Faith Kipyegon, kenyana come lei, capace di correre i 1.500 in 3:48.68 e di battere il primato per il terzo anno consecutivo.
Dice Let’s Run che poche nazioni hanno avuto un pomeriggio migliore di questo in pista e certamente nei cuori più mamelici batte forte l’eco del ricordo di quella domenica d’agosto, quella dozzina di minuti che ha cambiato il corso dell’atletica italiana. Chebet sapeva che Kipyegon avrebbe cercato di battere il record dei 1500 nell’evento finale del meeting. La Fede è una delle sue fonti di ispirazione.
Mi sono detta: se Faith ci sta provando, perché non io?
Nelle sue prime 49 edizioni il Prefontaine Classic aveva avuto sette record mondiali e in due casi ce n’era stato più d’uno: nel 2011 Moses Mosop aveva fatto tutto da solo correndo il miglior tempo sui 30.000 metri e di passaggio sui 25.000. Ma siamo nel campo delle distanze non olimpiche. Due anni fa Mondo Duplantis stabilì il suo settimo primato nel salto con l’asta mentre Gudaf Tsegay faceva il suo nei 5.000 metri.
Eppure, niente a che vedere con ieri sera, la serata di gloria di due amiche, due connazionali e avversarie occasionali. I loro record sono arrivati in modo sorprendentemente simile. Tutt’e due sono entrate all’ultima curva in ritardo sul sistema Wavelight verde a bordo pista e hanno fatto partire ai 200 metri una volata devastante, “una marcia più alta che non dovrebbe essere possibile in una gara così veloce” scrive Jonathan Gault su Let’s Run.
Tutt’e due hanno concluso con un identico parziale, 28.8 secondi negli ultimi 200 metri. Tutt’e due sono state a lungo in compagnia. Tsegay e Agnes Ngetich hanno inseguito Chebet fino alla campana dell’ultimo giro, tanto che Ngetich è arrivata seconda in 14:01.29, terzo tempo di sempre, mentre Tsegay è arrivata terza [14:04.41] con oltre 25 secondi di vantaggio sulla quarta. Nei 1500 invece Jessica Hull ha retto il passo di Kipyegon per 1200 metri – proprio come aveva fatto in occasione del precedente record a Parigi – prima di retrocedere al terzo posto in 3:52.67. L’etiope Diribe Welteji ha chiuso seconda con il primato personale di 3:51.44.
La Wavelight è stata montata ieri sera per quattro gare: i 1500 e i 5000 femminili, il miglio e i 10000 maschili. Nell’intervallo di tempo fra i 5000 e i 1500 un terzo primato mondiale femminile stava per cadere sotto le scarpe di una kenyana, quando Winfred Yavi col passaporto del Bahrain è arrivata a meno di un secondo dal record sulle siepi, correndo in 8:45.25 anziché sotto il crono di 8:44.32. Ha fatto l’ultimo km in 2:49.86.
Kipyegon ha trascorso la prima metà dell’anno a preparare con Nike il tentativo chiamato Breaking4, cioè il primo miglio di una donna sotto i quattro minuti come sir Bannister settant’anni fa. La settimana scorsa ha corso a Parigi il miglior crono di sempre, in condizioni speciali, così speciali che i cronometri di Nike non coincidono con quelli ufficiali: 4:06.91 o 4:06.42, chi lo sa, chi lo può sapere. Anziché abbandonarsi alla delusione, me meschina me tapina, Kipyegon ha scelto di capitalizzare la sua forma fisica in un altro modo, ha preso un volo per Eugene e sempre in casa Nike ieri sera ha fatto quel che ha fatto. È l’unica donna che abbia mai saputo correre i 1.500 sotto i tre minuti e 50. È così indiscutibilmente la migliore di sempre in questa disciplina che pare strano, molto strano, vederla a questi livelli solo adesso, alla soglia dei trent’anni. Ha vinto titoli mondiali nel 2016, 2017, 2021 e 2022, ma non aveva mai battuto il record mondiale fino al 2023, per poi migliorarsi e superarsi un pochino ogni volta, un pochino ogni anno.
Il mezzofondo non è il salto con l’asta, dove sali di un centimetro ogni volta e accumuli record su record, bonus su bonus. Battere per tre volte il proprio record del mondo è un’impresa rara. Kipyegon è la prima a riuscirci dai tempi della russa Gulnara Samitova-Galkina nelle siepi, quando le donne sulle siepi erano pioniere e ancora ai margini, fuori dal programma olimpico fino al 2008. Prima di lei bisogna tornare al 1998, quando Haile Gebrselassie stabilì i suoi ultimi record mondiali nei 5.000 e nei 10.000 metri.
Con tutta la fede nella Faith di questo mondo, c’è stato un momento in cui Beatrice ha creduto di non poter vedere il paradiso. Il ritmo medio per battere il record del mondo sui 5.000 è di 67.21 ogni 400 metri. Tra l’ottavo e il nono giro, Chebet stava invece tenendo un passo da 68.9, sotto il sole, con una temperatura intorno ai 21 gradi, condizioni così poco favorevoli che già sembra chiaro a Let’s Run che “possa andare significativamente più veloce su questa distanza”. Su strada ha corso i 5 km in 13:54. Chebet in fondo ha solo 25 anni e “se rimarrà in salute nei prossimi anni – considera Jonathan Gault – non sarebbe una sorpresa vederla scendere in pista sotto i 13:50”.
Un meeting straordinario tutt’intorno
Eugene prometteva il miglior meeting dell’anno per il cast allestito. È stato di gran lunga il miglior meeting del 2025 per risultati finali, con una somma di punti arrivata a toccare 98121, contro i 94873 messi insieme il 20 giugno da Parigi e i 94302 del 14 giugno a Stoccolma.
In modo abbastanza sorprendente, le tabelle di conversione di misure e tempi in punteggi per il confronto delle prestazioni, mette i due record del mondo femminili di ieri sera alle spalle dei 400 ostacoli maschili corsi da Alison dos Santos in 46.65.
La performance del brasiliano vale da tabella di World Athletics 1302 punti, quella di Faith Kipyegon arriva a 1298 e Beatrice Chebet raggiunge a malapena 1286. Entrambe stanno dietro finanche a Rai Benjamin, secondo nei 400 ostacoli in 46.71. Mmm.
Il tempo di Kipyegon viene considerato pari a un 9.74 corso sui 100 metri da un uomo, quello di Chebet vale 9.77, quello di Alison è un 9.72. In termini cari a Mondo Duplantis, siamo rispettivamente nei pressi di tre salti con l’asta pari a 6,12 per Kipyegon, 6,07 per Chebet e 6,13 per Alison.
Il vero Duplantis invece nella sua gara ha stentato sui 6 metri e quando ha tentato i 6,29 per mettersi in tasca un assegno in più si è infastidito per il vento laterale che tirava.
In tutto ci sono state 55 prestazioni sopra i 1230 punti. Come se nei 100 metri maschili in 55 avessero corso sotto i 9,93 o sotto i 10.86 in campo femminile.
La beffa di Laros
Dopo aver messo insieme titoli europei Under-18 e Under-20, l’olandese Niels Laros si è presentato sulla scena assoluta infilzando come in uno spiedino campioni come Yared Nuguse e Cole Hocker, oltre al leader mondiale dei 1500 Azeddine Habz. Laros li ha battuti tutti, passando dal 12esimo posto al primo negli ultimi 500 metri dei 1.500 e superando Nuguse proprio sul traguardo, di un filo, con la piega della maglia, correndo un tempo di 3:45.94 contro 3:45.95.
Nuguse ha commesso un errore tattico, deviando negli ultimi 100 metri verso l’esterno e lasciando libera la corsia interna nel rettilineo finale. Se non lo avesse fatto, Laros non avrebbe mai avuto lo spazio per passare. Ma poveraccio: era esausto.
Le sconfitte di Sha’Carri e di Athing Mu
Negli 800 metri femminili tutti gli occhi erano puntati su Athing Mu-Nikolayev, campionessa olimpica 2021 e mondiale 2022, di nuovo alle prese con questa distanza dopo un anno. È stata surclassata. È partita lenta e poi è calata un poco. Alla campana ha cercato di darsi una mossa. Ha chiuso ultima in 2:03.44. Athing Mu era caduta ai Trials olimpici dello scorso anno, restando fuori da Parigi per la crudeltà del regolamento USA. Il suo crono di ieri sera, a parte l’incidente di quel giorno, è il suo tempo più lento dal febbraio 2021.
Let’s Run fa notare che Mu continua a “sentirsi incredibilmente a disagio nel correre in gruppo e ha costantemente corso all’esterno per ridurre al minimo la possibilità di contatti, anche quando si trovava nelle ultime posizioni del gruppo. Spesso il suo incredibile livello di forma è stato sufficiente a compensare lo svantaggio. Ieri è apparsa fuori condizione e tatticamente ingenua”.
Ha 26 giorni di tempo per ribaltare la situazione e presentarsi ai campionati USA che valgono come Trials per i Mondiali di Tokyo a settembre.
Ultima pure Sha’Carri Richardson, campionessa del mondo in carica sui 100 metri, alla sua seconda uscita nel 2025. Ha corso in 11.19, molto meglio del precedente 11.47 a Tokyo, non abbastanza per resistere alla medaglia di bronzo olimpica Melissa Jefferson-Wooden che ha dominato nelle tappe del Grand Slam Track e ieri arrivata davanti pure all’oro olimpico Julien Alfred, ancora imbattuta prima di Eugene. MJW ha vinto in 10.75, primo successo in carriera nella Diamond League. Come se non fosse abbastanza impressionante, la gara si è tenuta con un vento contrario di 1,5 m/s.
Secondo le tabelle di conversione di Jonas Mureika, il suo tempo vale un 10,64 in condizioni di vento costante. Non c’era mai stata una sprinter più veloce di 10.75 con con un vento contro di almeno 1,0 m/s.
Chissà come si regola l’Etiopia
I 10.000 metri maschili erano considerati Trials dai kenyani. Si sono presentati in massa e 11 dei primi 17 vengono tutti dal loro paese. Ma la gara è stata dominata dagli etiopi. Gli ultimi 100 metri si sono decisi con uno sprint a tre che è stato un derby: la medaglia d’argento olimpica Berihu Aregawi, il campione olimpico 2021 Selemon Barega e il 6° classificato di Parigi sui 5.000 metri Biniam Mehary. Ha prevalso Mehary, il più giovane di tutti, con un tempo di 26:43.82, miglior crono al mondo dell’anno. Mehary ha 18 anni, ma la federazione etiope si riserva di cambiare la squadra e iscrizioni per i Mondiali secondo principi misteriosi.
Leo Fabbri settimo nel peso
Le cosine di noi italiani non sono andate benissimo. Leonardo Fabbri ha chiuso il getto del peso al settimo posto con la misura di 21,71. Ha vinto Joe Kovacs con 22,48. C’erano tutti i più forti tranne Ryan Crouser: si sta curando un gomito. Alessandro Sibilio si è piazzato nono nei 400 ostacoli in 50.17.