
Se fosse Obama: yes, she can. Se fosse Lucio Battisti: perché no. Invece è Mats Wilander. Allora dice: certo. Certo che Loïs Boisson può vincere il Roland-Garros. A questo punto sì. A questo punto può anche succedere che batta Cori Gauff in semifinale e poi nella partita per il titolo una fra Aryna Sabalenka e Iga Swiatek. È il giorno delle semifinali femminili e lo svedese che oggi il tennis lo racconta da Eurosport e dalle colonne de l’Équipe sostiene che la gran sorpresa del torneo “gioca in modo molto diverso da tutte le altre giocatrici. Con il suo topspin di dritto incredibilmente efficace, le altre hanno bisogno di molto tempo per adattarsi”.
Eurosport ieri ha mostrato una grafica in effetti sconcertante. I giri che Boisson dà alla rotazione della sua palla sono di gran lunga superiori al numero raggiunto in media dalle altre giocatrici, così superiore che tocca dimensioni maschili.
“Le sue avversarie – spiega Wilander sul giornale francese – non l’hanno mai affrontata, quindi non sanno cosa aspettarsi, mentre lei conosce il loro gioco. Si muove in modo incredibile. Sa usare il rovescio in slice con saggezza, ci sono sempre molte varianti. Questo colpo, basso rispetto al dritto di Coco Gauff, dovrebbe funzionare bene in semifinale e darle il tempo di rientrare nello scambio. La combinazione del suo topspin di dritto e del suo slice di rovescio è l’ideale. Può anche accelerare sul lato del rovescio quando vuole, perché ha tecnica. Sembra ancora un po’ contenuta. È l’unico aspetto del suo gioco in cui non vedo la stessa sicurezza delle altre giocatrici. Ma ha un’altra dote incredibile, la sua capacità di giocare molto lungo, molto profondo. Di solito quando si dispone di un topspin del genere, si tende a giocare un po’ corto perché può bastare. Ma è sempre meglio tirare lungo perché diventa un colpo aggressivo, non una semplice risposta di sicurezza. Con uno spin del genere, sulla racchetta dell’avversaria non arriva mai una palla pulita”.
Wilander spiega che è il motivo per il quale “nonostante la terra rossa del Roland-Garros sia la migliore al mondo, il rimbalzo dei tiri di Boisson non sia mai perfetto. Non c’è ritmo nel suo gioco, le variazioni di altezza e spin sono un incubo da gestire per le giocatrici. Infine Loïs non ha paura. Perché non le è successo niente di male in questo momento che vive da dieci giorni. È nella sua bolla. Non è una questione di fortuna, è il suo vero livello. Quando la vedo giocare, non sono sorpreso. Quando conosco la sua storia, lo sono totalmente”.
Non si tira indietro di fronte al braccio di ferro. Non è neppure più così stupita da sé stessa. Se mette un passante all’incrocio delle righe, non esulta: mette la mano all’orecchio e dice non vi sento. Il primo set con Mirra Andreeva è durato solo 14 minuti in meno dell’intero incontro tra Carlos Alcaraz e Tommy Paul dell’altra sera. A parte Kim Clijsters e Justine Henin – non classificate a New York 2009 e Melbourne 2010 – Boisson è la giocatrice con la classifica più bassa a essersi mai qualificata per la semifinale di uno Slam da quando esiste il computer. All’età di 22 anni e 9 giorni è la più giovane francese a farcela dai tempi di Amélie Mauresmo, [Australian Open 1999]. È anche la prima giocatrice fuori dalle prime-300 al mondo a battere più di un’avversaria tra le prime-10 in un torneo da quando Serena Williams si presentò a Chicago nel 1997 e fece fuori una dietro l’altra Mary Pierce e Monica Seles.
Peraltro sta facendo tutto questo alla prima apparizione in un torneo dello Slam, una debuttante come nell’era Open hanno fatto Chris Evert agli US Open 1971, Ekblom all’Australian Open 1976, Monica Seles al Roland-Garros 1989, Jennifer Capriati al Roland-Garros 1990. Tutto da una wild card, la prima di sempre sulla terra rossa, mentre a Wimbledon c’erano già state Jie Zheng, Sabine Lisicki ed Elina Svitolina, Kim Clijsters agli US Open, Justine Henin agli Australian Open.
IL PARERE DELL’ORTOPEDICO CHE L’HA OPERATA
L’Équipe le dedica stamattina la copertina e le prime cinque pagine, intervistando pure Bertrand Sonnery-Cottet, che ha il nome di un filosofo esistenzialista impegnato nelle lotte studentesche del Sessantotto ma in realtà è un chirurgo ortopedico [fanno comodo pure quelli]. È il chirurgo che il 23 maggio 2024 ha operato Lois Boisson al legamento crociato anteriore del ginocchio destro e adesso dice che gli viene la pelle d’oca a vedere come la sua paziente sta prendendo a schiaffi le migliori giocatrici del mondo.
«Ho operato diversi atleti di alto livello. Tra i più impressionanti mentalmente ci sono Zlatan Ibrahimovic, Charles Ollivon, Ada Hegerberg e lei. Zlatan e Charles erano alla fine della loro carriera. Lei era una ragazza di 21 anni, sconosciuta, sul punto di raggiungere qualcosa, finita dentro un tunnel di dubbi e domande su come gestire l’infortunio, su quale livello avrebbe raggiunto al ritorno».
Il professore li chiama «animali feriti che soffrono. È un processo lungo, tornare a un livello superiore a quello di prima è inimmaginabile. Nel caso di Loïs è una cosa eccezionale. Ma dopo trenta secondi con lei capisci con chi hai a che fare. Le prima cosa di cui mi ha parlato quando ci siamo visti è stato il dritto lungolinea. Ho sentito che avevo il dovere di riportarla in campo. Lois ha un carattere enorme. Mette alla prova le persone, avevo bisogno che si fidasse di me e che dimostrassi le mie capacità. Mi faceva un sacco di domande sui dettagli dell’intervento, sulla convalescenza. Mi chiedeva delle pubblicazioni scientifiche che avevo scritto sull’argomento. Non era affatto nella posizione della povera sfortunata, decideva tutto ciò che era necessario fare per la guarigione, con uno staff molto forte, molto unito e competente. Dopo tre minuti di discussione, sapeva quale decisione avrebbe preso e cosa avrebbe fatto, dove, come. È una ragazza chiusa, non è un’estroversa, non è una chiacchierona. È ossessionata da quello che fa e appassionata. Durante la riabilitazione impongo periodi di riposo, delle vacanze, perché è una storia del genere è dura da affrontare mentalmente e fisicamente. Quindici giorni. Lei ha rifiutato, mi ha detto: Mi sento bene, devo lavorare. Dopo tre mesi mi ha chiesto se le permettevo di colpire la palla. Ha detto che era importante per i suoi colpi. Le ho risposto che avrebbe messo a rischio il ginocchio e allora mi ha chiesto se poteva farlo da seduta su una sedia. Ho ceduto. È una macchina. Non so quante atlete possiedono un livello mentale del genere. Appena ha un piccolo problema, mi manda un messaggio. Ci siamo sentiti l’altra domenica perché aveva un dolore al ginocchio sinistro dopo la partita con Jacquemot al terzo turno. Era un dolore è molto passeggero, lo sentiva su alcuni servizi, una cosa normale. Ha detto che verrà a trovarmi dopo il Roland-Garros. Io spero il più tardi possibile».