
| I primi diecimila scatti di un fotografo sono i peggiori
Henri Cartier-Bresson
Il fotografo franco-britannico Sebastião Salgado è morto a 81 anni: lo ha annunciato l’Académie des Beaux-Arts. Ripubblichiamo la segnalazione di un pezzo uscito su L’Equipe qualche mese fa
Il maestro che andò al Tour de France nel 1986
Sostiene Salgado che la fotografia è un privilegio. Permette alle persone di vedere quello che hai visto tu. Il tempo trascorso a fotografare è solo l’uno per cento di quello impiegato a riflettere, preparare, progettare. Questo è il punto.
Sostiene Salgado, Sebastião Salgado, che le foto sportive più pure sono state scattate durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, perché erano in bianco e nero, e adesso si è persa quell’abitudine di «catturare un gesto senza che fosse edulcorato dagli orpelli del colore».
Ha detto proprio così in una lunga intervista rilasciata a L’Équipe Magazine, in occasione di un numero intero dedicato alla fotografia. «Dovreste discuterne tra di voi – ha detto – e dovreste ricominciare a fare dei reportage in bianco e nero. Non dico tutto. Ma Jacques Tati diceva che troppi colori distraggono lo spettatore».
Per più di mezzo secolo, Salgado ha guardato il mondo in bianco e nero. Nel 1986 venne ingaggiato da Libération per seguire il Tour de France. Ha un laboratorio in Quai de Valmy, a Parigi, dove tiene catalogati i contenuti dei 67.000 rullini accumulati prima del passaggio al formato digitale.
Un percorso iniziato verso la fine degli anni Sessanta, quando intendeva entrare alla Banca Mondiale di Washington. La conoscenza di Henri Cartier-Bresson e il contatto con una Pentax Spotmatic lo hanno portato da un’altra parte. Ha 80 anni e non ha smesso di viaggiare. Un grande lettore de L’Équipe, dice a L’Équipe: «Da quando mi sono trasferito in Francia alla fine degli anni ’60, l’ho comprato quasi ogni giorno. Quando è arrivato il momento di Internet, mi sono iscritto al sito. Oggi ho la app. Guardo il canale. A casa c’è tutto quello che serve per vedere le partite. Ho uno schermo alto 3 metri con un proiettore 4K ad alta definizione. E ho steso un’amaca per godermi lo spettacolo»
Salgado racconta che «con i miei genitori vivevamo in una fattoria a otto ore di cavallo dalla città più vicina. I giornali arrivavano con molto ritardo. Per seguire una partita di calcio in diretta c’era solo la radio. Ma non era facile. Funzionavano a batteria come le automobili, e mio padre le caricava quando andava in città. Con i bottoni scuciti dai vestiti, noi bambini potevamo ricreare le azioni di gioco delle nostre squadre del cuore. Flamengo e Vasco da Gama erano le preferite dai miei amici, io ero totalmente del Fluminense. I miei bottoni erano Castilho, il portiere, Pindaro e Pinheiro, i difensori centrali»
Salgado racconta di essersi accordato una volta con Jorge Valdano ai tempi in cui era direttore sportivo del Real [fra 2000 e 2006] per un libro fotografico sulla squadra. «Amo così tanto il calcio – dice Salgado – che sarebbe come fotografare la mia stessa carne». Valdano gli propose di vivere accanto ai giocatori tutto il tempo necessario. Gli agenti dei calciatori non diedero il loro accordo.
È un dettaglio che illumina all’improvviso molte cose del calcio. Pensiamola così: ci sono persone destinate a curare gli interessi dei giovani giocatori che hanno creduto non fosse bello/unico/storico/utile essere fotografati da Salgado.
Salgado era arrivato in Francia per prepararsi alla Scuola Nazionale di Statistica e Amministrazione Economica (ENSAE). Lélia, sua moglie, studiava architettura e i suoi studi richiedevano una macchina fotografica. Così, durante le vacanze a Menthonnex-sous-Clermont, non lontano da Ginevra, consigliarono loro di prendere una Pentax Spotmatic II, con obiettivo da 50 mm. Il venditore gi consegnò una pellicola Kodachrome 25 e la prima foto della vita di Salgado fu a Lélia seduta alla finestra di una casetta in Alta Savoia.
«A quel tempo non sapevo nemmeno come rimuovere la pellicola. Bisognava consultare il manuale per capire che sotto la macchina c’era un piccolissimo pulsante da premere per riavvolgerla. Completai la mia attrezzatura comprando un obiettivo da 28 mm e poi un 135. Tornato alla Città Universitaria, allestii un piccolo laboratorio. Non avevo i soldi per comprare le pellicole e i prodotti chimici, ma comprai un ingranditore, un Durst M301. Cominciai a mettere annunci nei ristoranti e miracolosamente trovai i miei primi clienti»
Dopo il dottorato Salgado accettò un’offerta da un fondo di investimento con sede a Londra. Lo mandarono in Ruanda e in Burundi, due paesi produttori di caffè che volevano ottimizzare la loro produttività. Si portò dietro la Pentax e si rese conto che scattare foto gli faceva guadagnare dieci volte più piacere che scrivere resoconti finanziari. quando davvero gli offrirono il lavoro tanto desiderato presso la Banca Mondiale a Washington, rifiutò.
Il suo capo da Londra gli disse: «Sebastiao, sei il più grande idiota che conosca». Un inaffidabile. Il capo gli disse che perfino sua moglie scattava foto, pure sua figlia scattava foto, tutti nel mondo scattano foto. Lui invece era così bravo in economia, «rimani negli Stati Uniti per cinque anni», gli propose, «così ritorni in Brasile e diventi il Ministro delle Finanze». Allora Sebastião rispose: «Grazie, ma no, torno a Parigi».
Gli inizi furono difficili. Provò di tutto: sport, ritratti, nudi. Senza molto successo. La svolta arrivò presentandosi a La Vie Catholique, un giornale in Boulevard Malesherbes a Parigi. Gli risero in faccia. Gli risposero che non prendevano certo fotografi che andavano a proporsi. Però – per dire della potente azione del Caso – un caporedattore in servizio si fece attraversare da un pensiero, gli offrì vieni con me, ti faccio vedere il numero che stiamo preparando, se ci porti delle foto giuste per i servizi le prendiamo. Era un giornale per metà centrato sull’immigrazione. La settimana dopo Salgado si ripresentò con un servizio sulle baraccopoli di Nanterre. Le presero. Lo pagarono.
A quel tempo, le riviste erano molto potenti. L’unico paese che avesse agenzie fotografiche di livello mondiale [Sigma, Sipa, Gamma, Magnum] era la Francia. Salgado diventò amico di Roger Thérond, caporedattore di Paris Match, il quale si definiva un fotografo che non aveva mai fotografato. Vide i suoi scatti, gli fece avere un contratto lunghissimo per reportage lunghi anche otto-dieci pagine.
Libération gli avrebbe proposto di seguire il Tour nel 1986 insieme con i suoi cinque giornalisti: uno veniva dalla politica, un altro dall’economia. «Ho davvero conosciuto il paese. Ho fotografato i volti della Bretagna e dei Pirenei. Ho fatto alcune cose irragionevoli. Ho guidato la macchina con il finestrino aperto scattando foto sul Mont Ventoux. Françoise Berger di Le Monde mi urlava di smetterla. Aveva paura che uccidessi qualcuno perché c’era un mucchio di folla, io tenevo il volante con le gambe e scattavo con la mano fuori dal finestrino, in mezzo alla folla».
Una foto è qui | Un’altra foto è qui | Qui ci sono quelle esposte alla Polka Galerie.
Sostiene Salgado che a una foto sportiva non bisogna chiedere nulla. «Le foto sono estetica, questa è la nostra unica lingua. Bisogna andare oltre il quadro delle informazioni, ammettere in ogni caso che è molto difficile fare una bella foto. Un’immagine naviga. Abbiamo una frazione di secondo per rompere tutto e fermarla. Più che la fortuna, la concentrazione fa tutto. Quante volte sono stato sicuro che l’azione sarebbe avvenuta quando me l’aspettavo. Ero preparato. Una frazione di secondo prima era troppo presto, una frazione di secondo dopo mi era sfuggita. Una foto è il momento in cui si incrociano una serie di variabili: luci, linee, composizione, azione. Deve stare tutto lì dentro. Non ho mai avuto l’opportunità di andare a un’Olimpiade. Ma se fosse accaduto, non sarei andato da solo. I Giochi sono lunghi. Vedi così tante cose che devi parlare, scambiare informazioni. Senza condivisione non è divertente. Così lavorava il mio amico David Burnett. Ha seguito tutte le Olimpiadi dal 1986. Sempre in gruppo».