Quelli che si erano messi in viaggio
Per trovare qualche obiezione al rinvio massiccio delle partite di calcio in occasione della morte di papa Francesco e in occasione del suo funerale di sabato bisogna uscire dai media tradizionali. Quando morì Wojtyla, il blocco delle attività sportive produsse una discussione più accesa e meno sopita, eppure Wojtyla si presentava come meno divisivo di Bergoglio, o forse così pare di ricordare adesso.
Il Post scrive che “il governo ha un po’ esagerato con il lutto nazionale”. A cinque giorni non eravamo mai arrivati. “Furono tre – si legge – i giorni di lutto proclamati per la morte di Pio XII, nell’ottobre del 1958: il Consiglio dei ministri del 9 di quel mese fu annullato, e nei tre giorni seguenti le bandiere degli uffici pubblici rimasero esposte a mezz’asta. Il 10 ottobre e poi nel giorno dei funerali, furono sospesi tutti gli spettacoli e rimasero chiuse le scuole. La stessa procedura venne replicata nel giugno del 1963, quando morì Giovanni XXIII: tre giorni di lutto con bandiere a mezz’asta, un giorno di sospensione di spettacoli pubblici e lezioni nelle scuole, oltre che delle udienze in tribunale. Da Paolo VI in poi, anche in sintonia con una maggiore sobrietà voluta da papa Montini, il lutto venne ridimensionato: sia nella durata (un solo giorno di sospensione di spettacoli pubblici per la sua morte, avvenuta il 7 agosto del 1978), sia nell’applicazione concreta delle misure: non vennero più interrotte le lezioni a scuola o nei tribunali. Lo stesso successe due mesi e mezzo dopo quando morì Giovanni Paolo I. Il governo di Silvio Berlusconi invece proclamò 3 giorni di lutto per la morte di Giovanni Paolo II: ma anche in questo caso in una forma in qualche modo attenuata”.
Gabriele Moretti su Sportellate sottolinea la differenza con il lutto per Wojtyla, quando la federazione contattò il sabato sera tutti i club e trovò un accordo per disporre il rinvio di tutte le partite, non qualcuna sì e qualcun altra no. Stavolta avevano già cominciato a giocare. “Non poteva che uscirne un casino che ha danneggiato molti e fatto felici pochi, forse nessuno, per motivi che difficilmente si riescono a comprendere se non il voler mostrare la grande reverenza delle istituzioni sportive nei confronti del Papa” dice Sportellate.
Non siamo la Francia, dove il principio di laicità è decisamente più esplicito che per lo stato italiano, segnato dai Patti lateranensi e con il Vaticano presente dentro Roma: metro A fermata Ottaviano. Sportellate dice che sarebbe curioso comprendere “se esistano dei criteri per definire il confine tra i morti che meritano un rinvio, morti che meritano un minuto di silenzio e morti che non meritano onore alcuno. Pensando soltanto a questa stagione, ci sono state scomparse illustri o tremendamente tragiche e percepite come ingiuste ma strettamente legate al mondo del calcio, pensiamo alla morte di Bruno Pizzul o al tragico incidente che ha spazzato via le vite di tre minorenni, tifosi del Foggia, mentre andavano alla partita. Morti per le quali, nonostante le richieste, non è stato applicato neanche il minuto di silenzio di circostanza, dedicato invece al presidente onorario della Federginnastica, Riccardo Agabio”.
Odissee
Ma ci sono soprattutto le migliaia di persone che si erano messe in viaggio, a cominciare da “staff, i magazzinieri, i cuochi, l’ufficio stampa e altre persone non particolarmente privilegiate, con una famiglia a casa, e che a volte non viaggiano neppure in aereo con la squadra” per finire ai tifosi, “chi rinuncia alla Pasqua e fa ore e ore di auto, treno o pullman, percorrendo centinaia (se non migliaia) di chilometri per la propria squadra sa benissimo di non ricevere niente in cambio, sceglie consapevolmente di farlo e non si aspetta regali né pacche sulle spalle. Fatica ancora, però, ad accettare che di essere completamente ignorato, trattato come un non-problema”.
Seguono esempi: “Si pensi ai i baresi, partiti dalla Puglia intorno alle 22 di venerdì, che hanno viaggiato tutta la notte attraversato l’Italia spendendo almeno un centinaio di euro per arrivare a Bolzano entro 12:30, rimasti col cerino in mano in autogrill in mezzo al Veneto. Ci sono i fiorentini, partiti per la Sardegna in traghetto, che hanno dovuto scegliere tra l’allungamento della permanenza sull’isola – con conseguente impennata dei costi e giorni di ferie persi – e l’aver fatto un viaggio a vuoto del genere. Si pensi ai laziali, messi in marcia al mattino direzione Genova e bloccati a metà strada; ai salernitani, diretti a Cittadella, molti dei quali in Veneto già da sabato; ai catanzaresi, arrivati fino a Mantova senza una partita a cui assistere ma riscaldati dall’accoglienza degli ultras di casa, con i quali hanno grigliato e giocato a calcio; ai sampdoriani, partiti durante la notte per Castellammare di Stabia e tornati indietro; si pensi a questi e a tutti quelli che, per brevità, non abbiamo ancora nominato”.
La rivista Contrasti parla di “pura ipocrisia” perché la paralisi e il rinvio coincidono proprio con il turno di campionato che il calcio aveva deciso di giocare occupando la domenica della Pasqua. “Qualcuno – si legge – ha addotto anche la ragione del periodo, una morte simbolica nel periodo della Resurrezione di Gesù, ma pure qui, siamo onesti: la Pasqua in Italia ha ancora una valenza religiosa così sentita e partecipata? Se l’avesse avuta, intanto, non si sarebbe neppure giocato questo fine settimana ma poi è sufficiente vedere gli auguri dei vari club per la festività: uova, decorazioni, simboli, una festa ridotta a marketing colorato e, ben che vada, ad occasione per stare un po’ con le proprie famiglie. E già qui si percepisce il grado di scristianizzazione e secolarizzazione delle nostre società, consapevoli a malapena di ciò che rappresentano le feste comandate. Non possiamo che rivolgere anche un augurio al nostro calcio: che torni davvero nella società, come la Chiesa di Francesco, perché ne avrebbe disperato bisogno”.