I copioni di quel copione di Pogačar: vince sempre allo stesso modo

     

I copioni di quel copione di Pogačar 

Perdere il Giro delle Fiandre è stato facile. Per farsi battere da Tadej Pogačar bastava aspettare che accadesse esattamente quello che si poteva immaginare sarebbe accaduto. Come alla Sanremo. Uno pensa: attaccherà sulla Cipressa, e quello sulla Cipressa attacca per davvero. Uno pensa: proverà a restare da solo sul Vecchio Kwaremont, e quello sul Vecchio Kwaremont se ne va. La differenza tra la Sanremo e il Fiandre la fa la gamba di chi dovrebbe resistere. Sulla riviera Mathieu Van der Poel tenne la bocca spalancata, gli stette dietro e lo batté in volata. In Belgio, sulla salita più lunga della Ronde, 2,2 km al 4,2%, è stato facile perdere alla stessa maniera di due anni fa. Nel 2022 Camandrej aveva provato a giocare di sorpresa, aveva provato a staccare Van der Poel sul Paterberg, ma le sorprese non gli vengono bene. Era stato costretto a giocarsi la corsa in volata e in volata Van der Poel lo batte ancora. 

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Casomai Pogačar è bravo nel download degli aggiornamenti al sistema operativo. Sul pavé finalmente asciutto rispetto agli anni scorsi, ha chiesto alla squadra di tenere alto ritmo prima di entrare nel tratto finale. Non tutto è stato perfetto nella partita dell’UAE, ma Mikkel Bjerg, il giovane Antonio Morgado e soprattutto Nils Politt si sono guadagnati la distribuzione del montepremi fino in fondo, una corsa chiusa a 44.981 di media, uno in più rispetto al successo del 2023 [44.083].  

Come due anni fa Tadej Pogačar ha esploso il primo tracco durante il secondo dei tre passaggi sul Vecchio Kwaremont, quando mancavano ancora più di 50 km dal traguardo, dopo aver lasciato che la Visma credesse di tenere in mano la corsa con Benoot davanti e Van Aert che si rifiutava di dare i cambi nell’inseguirlo. I successivi se li è giocati sul Koppenberg, sul Taaienberg e sul Kruisberg. Assaggi. Petardi accesi fino al botto finale nel terzo e ultimo passaggio. Due anni fa VdP cedette dopo i primi metri di acciottolato, stavolta ha resistito per qualche decina di metri in più. Due anni fa Pogačar aveva un vantaggio di 13 secondi sulla salita, stavolta di dieci, ma in cima al Paterberg e poi all’arrivo erano stati rispettivamente 15 e 16 secondi nel 2023, 25 secondi e un minuto nel 2025. Con la stessa tattica, senza sorprese, ha vinto meglio. È facile perdere il Giro delle Fiandre quando c’è Pogačar. 

COSA SCRIVE L’EQUIPE

A una settimana dalla Parigi-Roubaix che non ha mai vinto perché non l’ha mai corsa, il campione del mondo è in uno stato di grazia. L’immaginifico Roos – ah se solo sapesse che da qualche parte in Europa esiste un personaggio che si chiama l’immaginifico Roos – ebbene, l’immaginifico Roos parla di battaglia brutale e diluvio di violenza per raccontare che il vincitore era atteso, così come il luogo del suo attacco decisivo, ma tutto il resto molto meno. Sia Pogačar sia Van der Poel hanno dovuto affrontare venti contrari e avversari magnifici, che non si sono mai arresi. Una lotta violenta, suspense e un arcobaleno che ha avvolto Oudenaarde. Una vera delizia”. Anche Van Aert, dice Roos, perfino Van Aert dato per disperso dopo un inizio di stagione incerto, è stato un avversario sublime, eroico, il Van Aert che tutti amano e che ci è mancato per oltre un anno, mancato al pubblico, al ciclismo. È stato bellissimo vedere lui in testa alla Ronde a meno di 20 km dal traguardo, quando ha attaccato ai piedi dell’ultimo Vieux Kwaremont, sapendo di essere spacciato in salita, per ricordarci che si muore sempre con le armi in mano, e che classe e che intelligenza: non scompaiono da un giorno all’altro

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È un pezzo, quello di Roos, che rende omaggio a tutti i battuti, tutti gli sconfitti sono stati magnifici, sballottati sulle salite non appena Tadej Pogačar ha accelerato, cosa che succede spesso, ma tutti hanno ripreso coraggio non appena la tempesta si è un po’ calmata. Di VdP bisogna dire che era pure caduto a 126 km dal traguardo ma non ha accampato scuse. È risalito in bici e si è riportato sul gruppo che nel frattempo aveva un minuto di vantaggio. È divertente il passaggio in cui Roos scrive che Pogačar potrebbe essere denunciato per molestie dai suoi avversari, dall’olandese in particolare. Ha vinto il Fiandre, dice, per fugare i dubbi nati dalla sconfitta di Sanremo e per ricordarci che in bicicletta è davvero solo al mondo, sulla strada verso una gloria che nessuno dei suoi contemporanei può vantare. A questa sua corsa martellante bisogna aggiungere la padronanza del posizionamento, una grande arte, quella di trovarsi sempre al posto giusto negli ultimi 150 km. È stato un nuovo capolavoro. Se due anni fa ci fu una certa dose di sorpresa, di stupore, di meraviglia intorno a lui, ieri abbiamo ci siamo inginocchiati tutti davanti a questo esempio di coraggio, a questa impressione di una normalità, di un’impresa attesa. Anche le Fiandre sono diventate un suo giardino. Tadej Pogačar ha privato Mathieu Van der Poel della quarta vittoria e del record nella Ronde, ma ha anche avanzato l’idea che un giorno questo record potrebbe appartenere a lui

Trascorreremo i prossimi sei giorni a chiederci se possa mai presentarsi alla Roubaix per la prima volta e vincerla, se non sia troppo perfino per uno come Casamandrej. Secondo Roos non c’è alcuna garanzia che ce la faccia, avrà per avversari Van der Poel, Pedersen, Van Aert, Ganna e Küng, tutti su un terreno più favorevole a loro. Il divario dovrebbe ridursi e l’incertezza dovrebbe aumentare. Per regalarci la promessa di una battaglia ancora più fantastica.

LE BOLLICINE E IL RITORNO DI BIDON

La sorpresa di questo Fiandre dalla media più alta di sempre è un’altra. Il ritorno dei racconti di Bidon Magazine. Ehi, fatevi sentire pià spesso. Filippo Cauz ha scritto che a contarli, gli attacchi di Tadej Pogačar, c’è da ubriacarsi.

Bollicine è il titolo del pezzo. Sono stati otto gli attacchi per quella che viene definita una delle classiche monumento più avvincenti degli ultimi tempi, non diversamente da quella che l’aveva preceduta e da quella che la seguirà. La causa è sempre la stessa, perché sempre le stesse sono le mani che agitano la bottiglia: prima quelle di Tadej Pogačar, poi quelle di Mathieu van der Poel. E non solo le loro, questo pomeriggio, perché in molti si sono lasciati ispirare dal buon esempio, con l’esito di una marea ditate sul vetro.

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E tuttavia, tra le righe finali di Cauz, si avverte una ineluttabile resa alla piega che sta prendendo l’età dell’oro del ciclismo, quando di legge che questo gorgogliante Giro delle Fiandre ha mostrato una volta di più che l’equilibrio del ciclismo di questi anni è destinato a soccombere al disequilibrio provocato da un fenomeno che spesso, pressoché sempre, riesce a esercitare una pressione talmente schiacciante sul destino delle corse da raggiungere il punto di rottura. La resa di Van der Poel sull’Oude Kwaremont, prima lenta e poi rapidissima, è stata come l’ultimo sbuffo di quelle bollicine che riescono ancora a evadere ma senza più riuscire a sprizzare, scorrendo languidamente sul collo della bottiglia. Poco dopo aver tagliato il traguardo, Pogačar è stato circondato da massaggiatori, direttori sportivi e addetti stampa della squadra. Apparentemente già risollevato dallo sforzo, ha scambiato sorrisi e cenni di giubilo con chi gli stava attorno. Poi ha aperto una bottiglia d’acqua per berne un lungo sorso. Non ne è uscita alcuna bollicina.

È un paraustiello che significa: attenzione. Perché ormai tutto è perfetto se sei Tadej Pogačar  – questo lo dice Rachel Jary per la rivista Rouleur. Scrive che la sola presenza di Pogačar in una corsa ciclistica cambia le carte in tavola per tutti gli altri. Sarà anche un piccolo, esile scalatore, ma la sua presenza incombe: è un avvertimento, un pericolo. Sta cambiando le carte in tavola una gara alla volta. Quando è in bici, sembra che la vita sia sempre perfetta. Corre come se fosse nato per farlo, rendendo semplici le imprese più assurde, riducendo uno sport complicato alla sua forma più pura e cruda. Come si fa a batterlo? È una domanda che i suoi concorrenti si porranno ancora per un po’.

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L’altro arcobaleno di Lotte Kopecky

L’attesa per Elisa Longo Borghini è andata invece a schiantarsi contro quel marciapiede al bordo della strada dov’è caduta e dov’è finita la sua corsa. Un’ora prima del via, Anna van der Breggen aveva caricato una foto su Instagram nella quale fletteva i bicipiti sopra una didascalia di quattro parole: Ce la possiamo fare. Un cartello comprato per 4 euro e appeso all’interno delle stanze dell’SD Worx per un po’ di tempo. Era il segno di quanto Longo Borghini fosse temuta, ancora di più dopo la manifestazione di superiorità alla Dwar doors Vlaanderen di qualche giorno prima. E niente: è andata così. 

È andata che Lotte Kopecky ha vinto in maglia da campionessa del mondo come Pogacar e sul traguardo ha fatto quel gesto. I bicipiti. È il suo terzo Fiandre. Quando Longo Borghini si è ritirata, il monologo della SD Worx è diventato il solo copione possibile per la corsa, una conclusione scontata la definisce Rouleur. Un’altra. Ha detto di avere avuto dei dubbi su sé stessa nei giorni scorsi perché ha ancora poche corse nelle gambe. Ma dopo la delusione alla Gent-Wevelgem e alla Dwars door Vlaanderen, Kopecky è di nuovo dominante. Ha portato Pauline Ferrand-Prévot, Liane Lippert e Kasia Niewiadoma al traguardo, tutte con un gran palmarès, nessuna con la gamba per batterla in uno sprint. Ora va a Roubaix da campionessa in carica e favorita assoluta. Anche l’anno scorso aveva avuto dei brutti presentimenti alla Ronde e poi aveva vinto in Francia. 

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