Un’anomalia chiamata Mirra Andreeva

Che fatica essere oggi una teen-nista

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Una Mirra Andreeva poteva finire tra di noi e passare come una fra le tante, una di quelle teenager venute da qualche marginalità con tanto appetito dentro da mangiarsi il tennis. È pieno questo sport di teenager così. Tracy Austin vinse il suo primo titolo Slam a sedici anni, Serena Williams e Steffi Graf vinsero a diciassette, Martina Hingis ne aveva già messi da parte cinque prima di compiere 19 anni, Monica Seles addirittura 8 da adolescente. 

Mirra Andreeva è finita invece in mezzo a noi adesso che è un’eccezione, in questa fase di passaggio dove una campionessa adolescente nel tennis è una rarità. Fino a quando la diciottenne Maya Joint non ha raggiunto i quarti di finale in un torneo in Messico alla fine di febbraio ed è schizzata al posto #85 del mondo, Andreeva è stata a lungo l’unica teen-nista fra le prime-100.

A questa giovane anomalia partita dalla Siberia per prendere la residenza a Cannes si è dedicata Louise Thomas sul raffinato New Yorker ipotizzando che la potenza necessaria a emergere in uno sport sempre più atletico, dove spesso si vince colpendo la palla più forte, richieda corpi completamente sviluppati. Molte veterane sono oggi in grado di allontanare il declino fisico portandosi dietro nutrizionisti, fisioterapisti, psicologi, preparatori, misurando le piccole fluttuazioni dei battiti cardiaci mentre dormono.

Quante ne sanno gli adulti per fermare i giovani. Il tennis poi si mette spesso di traverso sulla strada dei prodigi baby. Jennifer Capriati raggiunse la prima semifinale Slam a quattordici anni e venne sorpresa a rubare nei negozi. Austin ha lasciato il gioco a venti prima di un breve ritorno, Hingis si è ritirata la prima volta a 22. Seles è stata pugnalata tra le scapole da un tifoso squilibrato quando aveva 19 anni. È stato così che la WTA ha iniziato a limitare il numero di eventi a cui le giovani giocatrici possono partecipare prima di aver compiuto 18 anni. Eppure non basta. Emma Raducanu ha vinto gli US Open 2021 all’età di diciotto anni, ma sta soffrendo la nuova vita da catapultata nel mondo delle superstar. Amanda Anisimova è arrivata in semifinale al Roland-Garros a 17 anni, ma dopo la morte del padre ha giocato con parsimonia e nel 2023 si è presa una pausa di otto mesi per burnout. 

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Tutto lo sport lentamente ha introdotto politiche per proteggere le più giovani, il tennis ha appena introdotto un congedo di maternità retribuito per agevolare il rientro in campo da neo-mamme. Jasmine Paolini che esplode a 29 anni è uno dei volti del cambiamento. Jessica Pegula ha ottenuto i suoi successi migliori più verso i trenta che i venti. Nel 2000 c’erano 17 adolescenti tra le prime-100, quest’anno a Melbourne Open c’erano 8 madri in tabellone.

Scrive il New Yorker che arrivano in alto in fretta quelle adolescenti già mature, com’è successo a Cori Gauff e come adesso capita a Mirra Andreeva

Ha un portamento soprannaturale – dice Louise Thomas – un’intelligenza in campo straordinaria e sembra essersi circondata di un solido supporto. La sua allenatrice è Conchita Martínez, non solo ha una mente tattica fantastica, ma è ampiamente considerata una vera adulta, cosa nient’affatto scontata nel tennis professionistico.

Il tennis di Andreeva è tutto istinto e consapevolezza. Va nel punto giusto prima ancora che la sua avversaria abbia colpito, consentendole di tenere i piedi fermi e giocare colpi precisi e piatti per restituire dall’altra parte palle che sono boomerang, portatrici della stessa velocità con cui sono arrivate. 

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La sua tecnica le consente di mascherare la direzione dei colpi. Ha qualche problema quando viene mossa negli angoli del campo ma già alla fine della stagione scorsa aveva una delle migliori risposte del tour, un’abilità che si basa su un tipo di visione e di atletismo difficili da insegnare. A Dubai ha mostrato una nuova potenza al servizio. Andy Roddick ne ha parlato con entusiasmo nel suo podcast. Ha servito il settimo maggior numero di ace in tour, il 45% in più rispetto ad Aryna Sabalenka in questa stagione.

La sua virtù è la pazienza, il modo in cui mescola aggressività e difesa, la sua capacità di scivolare in uno slice, con le gambe larghe e il peso bilanciato, per poi scattare verso il centro del campo e colpire in modo aggressivo da fondo. Dice il New Yorker che c’è una sorta di semplicità nella sua ricerca dell’eccellenza. Quando un giornalista le ha chiesto cosa intendesse fare con i circa seicentomila dollari di premio appena vinti, ha detto: «Non so nemmeno io cosa voglio. Quando ci penso, sento di avere tutto ciò che avevo sempre desiderato. Volevo vincere un torneo e l’ho vinto».  Il guaio è che nel tennis ce n’è sempre un altro, la settimana dopo.

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