| Come fa la gente a vivere tutta la vita
senza sapere come si chiamano le varie parti del proprio corpo?
Don DeLillo
“Mettere a nudo la disabilità, spezzare la tirannia dei modelli estetici dominanti, affermare che esiste un corpo dell’atleta paralimpico e che ciascuno di noi è unico nelle sue forme, nei suoi pensieri. Senza aggettivi”. Questo fece Oliviero Toscani nelle trentasei fotografie della campagna Naked, rispondendo alla richiesta del comitato italiano paralimpico.
“Mettere a nudo la propria anima, la propria storia e le proprie abilità in un’unica visione” diceva lo slogan. Dodici campioni e campionesse si offrirono al suo obiettivo, “con la voglia di raccontarsi e di dimostrare che è il momento di abbattere ogni barriera culturale e fisica, con il coraggio di essere sé stessi”: dai campioni di nuoto Simone Barlaam e Arianna Talamona allo snowboarder Jacopo Luchini, dal pesista Donato Telesca all’arciera Eleonora Sarti; dal cestista Giulio Maria Papi agli schermidori Edoardo Giordan e Andreea Mogos. Nel progetto entrarono Anila Hoxha del canottaggio e Florian Planker dell’hockey, portabandiera azzurro alle Paralimpiadi di PyeongChang, più due giocatrici della nazionale di sitting volley, Giulia Aringhieri e Silvia Biasi.
Toscani fotografò tutte e tutti in primo piano, in tenuta da competizione o senza veli. Sembravano giganti. Luca Pancalli la disse «una mostra meravigliosa che parla di noi, senza filtri, ma parla anche di tutte le persone, delle proprie sfide, dell’importanza di superare le difficoltà, le paure e le insicurezze». Erano ancora gli anni in cui si enfatizzava il tipo di narrazione nato ai Giochi di Londra del 2012. «Questi ragazzi – disse Toscani – sono dei super-uomini e delle super-donne che hanno sviluppato un altro muscolo, quello del cervello e del cuore, della generosità e soprattutto del coraggio. Il muscolo del coraggio è quello da dove noi dobbiamo imparare». Quando il mito di Pistorius è caduto, tutto il movimento ha cambiato aggettivi e paradigma: non ci sono eroi, nessuno è super, siamo persone.
La notifica con la notizia della morte di Oliviero Toscani è arrivata mentre era ancora in campo Jannik Sinner, uno dei suoi campioni preferiti, un innamoramento recente, esploso durante la malattia, una amiloidosi raccontata nello scorso mese di agosto in una intervista al Corriere della sera. È stato il fotografo della luce e dei colore, della creatività fuori dagli schemi. Disse di aver perso in un anno 40 chili. «Neppure il vino riesco più a bere: il sapore è alterato dai medicinali». Raccontava di essersi sottoposto a una cura sperimentale e di non temere la morte. «Basta che non faccia male. E poi ho vissuto troppo e troppo bene, sono viziatissimo. Non ho mai avuto un padrone, uno stipendio, sono sempre stato libero». Aveva confessato l’intenzione di rivolgersi «all’amico Cappato» per scegliere il fine vita assistito in Svizzera, dove invece era stato a settembre per la mostra Photography and Provocation al Museum für Gestaltung, una delle sue ultime apparizioni pubbliche.
Le partite di Jannik Sinner gli tenevano compagnia. «Leggo, guardo in tv l’Inter e certe squadre inglesi. E poi c’è Sinner, che mi dà sollievo nella vita. Ora sono tutti gelosi e invidiosi di lui: tipico degli italiani. Imparerà presto chi sono i veri amici e chi no». Jannik gli mandò un messaggio dicendosi onorato. L’Inter era invece il primo amore. Aveva trovato Massimo Moratti il personaggio più divertente da fotografare, «supergeneroso, sorprendente, la persona meno adatta per fare il presidente di una squadra. Un presidente diverso da tutti, con un plusvalore umano unico. Ho lavorato per l’Inter soprattutto per lui, perché la persona è fuori misura. Di solito vado ai derby con un mio amico milanista, e ogni volta che mi invitavano loro vincevamo. Ricordo un’Inter-Milan di dieci anni fa coi nerazzurri in nove e un rigore tirato da Ronaldinho. Dissi al mio amico Giorgio Galli: – L’ho visto con Sgarbi al ristorante, si è scolato due bottiglie di vino. Questo sbaglia. E infatti sbagliò, o gli fu parato che è peggio di sbagliarlo». Essere interisti per Oliviero Toscani «non è una scelta sportiva, ma filosofica. La squadra di calcio serve a vincere o perdere, ma con l’Inter non è così: è una follia, una sorpresa, deve essere il destino. Ricordo l’autorete di Lukaku col Siviglia, è una roba artistica perché il nostro capocannoniere fa autogol. Solo l’Inter può fare cose così. Ma questo fatto è più importante della vita. L’Inter è una fidanzata che ti fa impazzire ma le vuoi bene e le sei fedele”. Un0’altra volta l’aveva definita “fuorilegge”.
Fuorilegge sono stati i suoi scatti scandalosi. I jeans di Chi mi ama mi segua fecero scendere in campo Pier Paolo Pasolini sulla prima pagina del Corriere della sera. PPP scrisse che quello slogan conservava i caratteri ideologici e estetici della espressività. “Vuol dire – forse – che anche il futuro che a noi – religiosi e umanisti – appare come fissazione e morte, sarà in un modo nuovo, storia; che l’esigenza di pura comunicatività della produzione sarà in qualche modo contraddetta. Infatti lo slogan di questi jeans non si limita a comunicarne la necessità del consumo, ma si presenta addirittura come la nemesi – sia pur incosciente – che punisce la Chiesa per il suo patto col diavolo”. Era un intervento che cinquant’anni dopo si presenta attuale e illuminante nel punto in cui Pasolini si domandava: “Ma è possibile prevedere un mondo così negativo? È possibile prevedere un futuro come “fine di tutto”? Qualcuno – come me – tende a farlo, per disperazione: l’amore per il mondo che è stato vissuto e sperimentato impedisce di poter pensarne un altro che sia altrettanto reale; che si possano creare altri valori analoghi a quelli che hanno resa preziosa una esistenza. Questa visione apocalittica del futuro è giustificabile, ma probabilmente ingiusta”.
Nel futuro di Toscani entrarono il bacio del prete alla suora e le facce dei condannati a morte. I corpi. Sempre. Ovunque. La materia prima dello sport. Fotografò Muhammad Alì in accappatoio bianco, con le mani nei guantoni e i guantoni sui fianchi. Toscani lo ha amato al punto da aver dato il suo nome a una figlia. Quando al rugbista Cherif Traoré, giocatore della sua Benetton Treviso, i compagni regalarono una banana marcia per Natale, Toscani rispose che si trattava di «emeriti cretini, come tutti gli sportivi. Mi dica una frase intelligente detta nella storia da uno sportivo al di fuori di Muhammad Ali. Non ragionano mai. Sono anche loro dei deficienti tatuati. L’unica cosa che sanno fare è mettersi l’inchiostro sulla pelle e andare dal parrucchiere. Nient’altro».
