INGHILTERRA
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L’esonero dell’allenatore del Manchester United
Forse Van Nistelrooy avrà una carta da giocarsi o forse davvero regge solo l’interim finché il Manchester United non si sarà affidato a un decimo allenatore dopo-Ferguson, nel lungo vuoto che dura da undici anni, undici anni senza vincere la Premier. Barney Ronay sul Guardian di stamattina ha analizzato la situazione del club e del gruppo che lo possiede, la INEOS di sir Jimmy Radcliffe, scrivendo che all’Old Trafford non possono permettersi di continuare a essere questa versione di una squadra di calcio, non possono permettersi di essere un patrimonio in declino.
Eppure succede, i declini esistono. È meno credibile immaginarne in contesti benestanti. C’è sempre dentro di noi il pensiero che la disponibilità di una grossa mole di danaro aiuterà a venir fuori dai guai. Nella tesi di Ronay, il Manchester United è in preda a un clima pesante, una cappa di tristezza. Si spinge a dire che “gli ultimi mesi di Erik Ten Hag sono sembrati un ritorno a certi giorni crepuscolari dell’Unione Sovietica, quando il segretario del Comitato Centrale sembrava sempre morto o moribondo, portato fuori dal Cremlino a malincuore per supervisionare una parata, come volto umano di una vasta burocrazia rossa, fondamentalmente un cadavere in un cappotto appoggiato di fronte a dei missili”. Urca.
L’uomo che ha suscitato un simile confronto non c’è più. “Quell’olandese calvo e accigliato, con un modo di stare sulla linea laterale dell’Old Trafford che trasmetteva un tipo di pathos stranamente tenero, quell’uomo riceverà ora la grande ricompensa prevista da un contratto biennale completamente folle firmato in estate, in un momento nel quale era già chiaramente solo un paio di gambe che camminano dentro un completo. Possiamo considerarlo il peggior licenziamento dello United finora?”.
L’editorialista del Guardian considera che ten Hag e INEOS sono riusciti a trasformare il Manchester United “da disordinato, sexy e rumoroso in qualcosa di glaciale, sovietico e stranamente noioso”. La cosa più vitale fra tutte quelle che accadute è la rivendicazione di una Coppa di Lega vinta, mentre “gli ultimi mesi di deriva” sono serviti a rimpicciolire la portata universale di un marchio. Ronay definisce l’esonero di ten Hag “un grosso occhio nero per Ineos che ha gestito la successione in modo goffo”.
Ora che l’esperienza di è conclusa, in Inghilterra si stanno soprattutto chiedendo perché al Manchester United abbiano impiegato così tanto a fare la cosa giusta, “licenziare un allenatore inadeguato. Era ovvio – dice il Guardian . che Ten Hag avrebbe dovuto andarsene alla fine della scorsa stagione. La qualità che definisce l’attuale squadra è lo sconcerto, la vaghezza di intenti, un gruppo che sembra totalmente sotto-attrezzato per il suo compito, come guardare una cucciolata di labrador che cercano di riattivare un circuito elettrico”.
Ci sono critiche anche all’atteggiamento tenuto da ten Hag, che “aveva iniziato a inveire costantemente contro le ingiustizie, forse con l’obiettivo di essere ricordato semplicemente come sfortunato. Un tentativo di avvelenare i pozzi. L’intero percorso di Matthijs de Ligt allo United sembra aver comportato un semplice allargamento delle braccia tra un urlo e un latro contro le ingiustizie, le cospirazioni, le scie chimiche, i ripetitori telefonici. La realtà dell’esperienza di Ten Hag è fatta da 600 milioni di sterline spesi per peggiorare una squadra mediocre. Ten Hag è sembrato costantemente avvolto nella tristezza, un austero prete del XVI secolo che vi parlerà, se proprio insistete, di VAR e di errori difensivi, ma che in realtà avrebbe solo piacere nel dirvi che la vita è buia, breve e senza gioia. Entrare in Champions League a questo punto richiederà un’impresa di drammatica rianimazione”.
Nulla di particolarmente tecnico, non c’è un’analisi di cosa andava, cosa non andava, il ruolo di Rashford, i movimenti della difesa, niente, ma uno di quei meravigliosi pezzi così tipicamente inglesi per dire che il Manchester United è in balia di sé stesso, commette un errore dietro l’altro, in una fase nella quale “il calcio d’élite è un posto fluido: non era proprio il momento di inciampare”.
Secondo il Guardian, allenare lo United oggi significa assumere tre ruoli contemporaneamente. Innanzitutto devi gestire il passato, che è costantemente dentro la stessa stanza in cui lavori. In secondo luogo, devi gestire la disfunzionalità del presente, dal tetto dello stadio che perde alla squadra sbilanciata. In terzo luogo devi fare la cosa che un allenatore deve fare da sempre, vincere, per giunta farlo bene, convincendo. Quando Ronay esamina la galleria degli allenatori venuti dopo Ferguson, trova che siano passati “un vero uomo di football, una leggenda invecchiata, un gigante decaduto, una statua di cera da museo del club e un giocatore di medio livello, ragionevole ma limitato. E ora? Cosa ci aspetta? Una scommessa giovane? Uno svizzero poliamoroso di 27 anni che arriva su un hoverboard e parla di dominio dei non-spazi?”.
Lo capiremo. Forse Amorim, fino a un paio di giorni fa considerato la migliore soluzione non per il dopo-Ferguson così maturo ma per un dopo-Guardiola ancora acerbo. Forse una scelta ragionevole, dice il Guardian, perché lo United ha bisogno di “un manager d’acciaio, un uomo non aziendale, qualcuno che inietti un po’ di intensità senza compromessi in questa squadra in decadenza: fondamentalmente un maniaco ipercompetente, qualcuno in ascesa, disposto a soffrire e lavorare, ma con un sufficiente livello di volontà ed egocentrismo per portare avanti il senso di sé che esiste nel club”.