La recensione del New York Times fu profetica. Fino a un certo punto. “Il film è bello abbastanza da spingere verso Long Island chiunque lasci una delle sale dove viene proiettato. Sembra il modo ideale per inaugurare la stagione balneare”. Gidget non apriva semplicemente un’estate. Spalancava un’era. Tracciava la via a una cultura. Sandra Dee aveva soffiato il ruolo di Francine, la gidget del titolo (girl + midget), a Barbara Bouchet. Voleva essere un prodotto frivolo, sdolcinato, diventò invece la rappresentazione di un nuovo stile di vita. L’America stava per scoprire una contro-cultura, e quel nuovo pensiero viaggiava sull’onda. Sulle tavole del surf.

Sessantacinque anni dopo, sulle onde di Teahupo’o a Tahiti, sulla cresta dell’onda c’è sempre l’America. Caroline Marks ha surfato verso l’oro battendo in finale la brasiliana Tatiana Weston-Webb per 10.50 a 10.33, qualsiasi cosa significhi. Marks ha 22 anni e succede nell’albo d’oro a Carissa Moore. È della Florida, di Boca Raton, ha iniziato a fare surf all’età di otto anni a Melbourne Beach e a 14 anni si è trasferita in California. È iniziato tutto così presto che non ricorda neppure la la prima volta che è salita su una tavola, gliene parla ogni tanto il padre, in casa hanno pure una foto in cui lei era piccina piccina, così piccina che non portava neppure il costume, e lui le teneva le spalle mentre stavano in piedi sulla tavola. I suoi due fratelli maggiori si erano già appassionati prima di lei. È per andare dietro a Zache e Luke che ha mollato l’equitazione. Al Los Angeles Times una volta ha detto : «Quello che faccio è molto più divertente di quel che farei se andassi in una scuola normale come tutte, tipo partecipare al ballo di fine anno. Preferisco viaggiare per il mondo. È più divertente».
Let’s gooo team 🇺🇸 pic.twitter.com/x5DX69sOe4
— caroline marks (@Caroline_Marks3) July 28, 2024
La cultura del surf
Gidget arrivò nel 1959, verso la fine di un quindicennio circa (1949-1964) che avrebbe visto nascere 77 milioni di bambini. Con la seconda guerra mondiale alle spalle, gli americani potevano immaginare un futuro sereno. Il PIL era passato da duecento miliardi di dollari a cinquecento. Il neo-capitalismo era prosperato sulla spesa pubblica, con la costruzione di infrastrutture, le highways interstatali, le nuove tecnologie e gli elettrodomestici. In ogni casa entravano un televisore e una lavatrice. Gli stipendi erano aumentati, la disoccupazione stava calando. La classe media comprava un terreno e costruiva la sua casetta. Per una giovane coppia era più economico che affittarne una. Le riviste spingevano i giovani a sposarsi presto. A farsi una famiglia.
Gidget incrinò questa pace apparente. Non tanto per quello che fu da solo, ma per quello che suscitò. Il cinema americano inventò il filone dei film da spiaggia. Tra il 1960 e il 1966 vennero prodotte più di 70 commedie romantiche che avevano a che fare con il surf. Elvis Presley si unì al cast di Blue Hawaii. Fu il cavallo di Troia finale dentro la cultura degli anni ‘50. Esisteva un mondo, oltre le villette del benessere, nel quale si poteva uscire dall’acqua in disordine, bagnati, spettinati, e trovare a riva un mucchio di belle ragazze che ti stavano aspettando. Se il cinema lo mostrava, da qualche parte doveva esistere. E se esisteva, gli americani lo volevano.

Il regista Bruce Brown alzò il livello della sfida quando decise di girare il primo film sul surf con dei surfisti per attori, si chiamava Endless Summer (1966), e fu un altro passo verso la rivoluzione. Mostrava le estese possibilità di una vita fatta di mare, sole, onde, corpi muscolosi. Fu l’atto di nascita dell’estetica del surf.
Il surf era sempre esistito. Era sotto gli occhi di tutti, solo che gli sguardi erano andati da un’altra parte. Certe pitture rupestri del XII secolo trovate in Polinesia già mostravano persone a cavallo delle onde. Furono i polinesiani a portare quell’arte fino alle Hawaii e la politica mise inconsapevolmente la sua firma su una svolta, quando nell’agosto del 1959, quattro mesi dopo l’uscita di Gidget, faceva dell’arcipelago vulcanico nel Pacifico il cinquantesimo stato americano. Era stata pensata e prodotta una muta che proteggeva i surfisti dalle acque fredde. Il disegno delle curve delle tavole diventò più dolce. Rendeva la cavalcata alla portata di tanti. I praticanti salirono nel giro di un anno solo da 500 a 150 mila. C’era già tutto perché diventasse un intrattenimento di massa.
Eppure il surf alle Hawaii era sempre stato molto di più di quel sollazzo mostrato dal cinema. Era cerimonia, era rito, era una liturgia per chiedere la protezione e la benevolenza degli Dei.
I missionari calvinisti ne avevano intuito l’insidia, se è vero che nel 1820, quando erano sbarcati alle Hawaii, lo avevano vietato considerandolo sfrenato. Conoscevano più di chiunque altro la potenza religiosa dell’acqua e della sua simbologia. Che cosa poteva sembrare se non un surfista, il Dio dell’Antico Testamento, quando al versetto 2 della Genesi dopo aver creato il cielo e la terra, si legge che nel deserto e nelle tenebre il suo spirito aleggiava sulle acque? L’acqua è l’elemento del battesimo. L’acqua è nelle ciotole che i buddisti offrono in segno di illuminazione. La conversione all’ebraismo richiede un’immersione. Le radici spirituali del surf aggiungevano insomma altre suggestioni per quella che il Premio Pulitzer William Finnegan avrebbe definito la dipendenza dalle onde. Il diario di James Cook alle Hawaii lo chiamava un gioco selvaggio per selvaggi. La parola surf non esisteva. Gli indigeni lo chiamavano he’e nalu. Significa: essere una cosa sola con le onde. Eppure dal surf si erano fatti incantare viaggiatori come Mark Twain e Jack London, le loro pagine sarebbero diventate amplificatrici di una visione.

Il surfista più famoso dell’età vissuta nell’ombra si chiamava Duke Kahanamoku, aveva partecipato ai Giochi Olimpici di Stoccolma e aveva vinto i 100 metri stile libero. Si disse che aveva dedotto la tecnica proprio dal surf. Fu un Johnny Weissmuller prima di Johnny Weissmuller. Uno dei più grandi disegnatori di poster e copertine anni ‘60, Rick Griffin, trovò una grammatica del tratto per rappresentare questa vita da romanzo, nella quale ognuno cerca la sua onda, la prende, la lascia, ne cerca un’altra più grande. Una cultura di scoperta, conoscenza, mescolanza. Così come i musicisti diedero il loro contributo creando un genere, prima con i Beach Boys e poi con Jimi Hendrix e il suo Voodoo Child, colonna sonora di Fluid Drive, film del 1973. Si è detto che l’effetto di riverbero delle chitarre elettriche questo è: l’evocazione delle onde che si infrangono e si ritirano.
il surf era associato ai camper, l’altro simbolo di libertà e di emancipazione, anche sessuale. Un furgone era mezzo di trasporto, era un appartamento, era un’alcova. Nacque uno slang, un gergo per iniziati. Anche lo skateboard è un nipotino di quest’aria. Era il surf sul marciapiede, era un roll surf. Come poi lo snowboard o il kitesurf.
Il titolo maschile a Tahiti è andato a un ragazzo di Tahiti. Si chiama Kauli Vaast, oro per la Francia a 22 anni, dopo aver vinto all’età di otto il suo primo titolo fanciullesco. L’ex surfista professionista Raimana Van Bastolaer si è preso cura di lui, lo ha aiutato a trovare degli sponsor, gli ha fatto da pare. Kauli è un nome hawaiano. Significa colui che va nell’oceano. Certe volte è tutto già scritto sull’acqua.
[rielaborato da un pezzo uscito in precedenza su Gazzetta]