Chiedi alla polvere chi vincerà il Tour

    TOUR DE FRANCE

Un tourbillon, alla fine è così che lo chiama L’Equipe, questo è stata la giornata di domenica sulle strade bianche, con tutte queste fotografie meravigliose di polvere che si alza, si alza per nascondere le figurine magre e sottili che chiamiamo ciclisti. Il giornale francese dedica le prime 12 pagine di oggi alla tappa di Troyes del Tour, una giornata folle sulle strade bianche”, la chiama Alexander Roos – e al circolo della follia va iscritto il belga Robbe Ghys, fotografato mentre faceva un tratto di corsa a piedi, con quello stile buffo che possono permettersi i ciclisti quando lasciano la bici e mettono a terra le loro scarpe instabili.

Aveva ceduto la bicicletta al compagno Jasper Philipsen vittima di una foratura e ha cominciato a dirigersi verso il fondo della carovana, nella speranza di vedere presto apparire i meccanici della sua squadra, per farsi dare un mezzo di riserva.

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Nella newsletter serale di Bidon, Leonardo Piccione ha scritto che ci sono alcuni giorni, nel ciclismo, in cui la fatica dei suoi protagonisti oltrepassa le barriere dei loro corpi e di qualsivoglia schermo sintonizzato sulla corsa per insinuarsi nelle fibre di chi si accontentava di assistere agli altrui sforzi dalla poltrona e invece si ritrova, al termine della contesa, in un singolare stato di spossatezza fisica e mentale. Ci sentiamo provati dopo le tappe come la nona del Tour de France 2024, come se i continui capovolgimenti e cambi di ritmo avessero avuto luogo nel nostro salotto, come se a un certo punto Vingegaard si fosse rivolto personalmente a noi implorandoci di aiutarlo a chiudere sull’ennesimo allungo di Pogačar, se Evenepoel ci avesse chiesto spiegazioni sulla nostra riluttanza a dargli un cambio o se l’improvviso crollo di Stuyven a un chilometro dall’arrivo, quando sembrava ce l’avesse fatta, fosse responsabilità nostra. Avvertiamo di essere esausti, prosciugati”,

LA TAPPA

In mezzo a tutta questa follia, la Francia ha pescato la terza vittoria di tappa con Anthony Turgis, partito con la fuga giusta a più di 150 km dall’arrivo, rimasto composto quando c’è stato da mettersi all’inseguimento di Jasper Stuyven andato all’avventura da solo, ancora lucido dopo 4 ore nella centrifuga di una lavatrice” [L’Equipe] per battere in volata i compagni di viaggi.

Il trionfo di un flahute dice il giornale francese ripescando un termine del ciclismo vintage, più o meno un flahute può dirsi un duro e puro, al termine di una tappa – ha scritto Roos – che molti paragonavano a una classica, giustamente, ma ancora più bella perché ci sono stati due fronti di combattimento, uno per la vittoria di giornata, l’altro per la generale. Chi oserà ancora dire che non è grandioso andare per questi sentieri bianchi, usati nelle giuste dosi, nei tempi opportuni, chi oserà dire che non hanno il loro posto nel Tour de France, a parte qualche burbero professionista o qualche maniaco del controllo?”

La più immaginifica delle firme de L’Equipe parla di esperienza pazzesca”, di pelle che si stacca per i troppi brividi, di sensazione di fluttuare in un mondo parallelo, trasportati da una magnifica ebbrezza, al termine di una prima settimana nella quale il Tour de France ha puntato i riflettori sulle comparse, sulla loro umanità, sulla loro voglia di riscatto sulle loro tormentate carriere”.

La vittoria di Anthony Turgis è quella di un gran lavoratore, uno dei cinque migliori corridori francesi nelle classiche da dieci anni, dice L’Equipe, uno dei più costanti. Un esperto di corse a cavallo tra l’inverno e la primavera, spuntato per la sua vittoria più grande in un pomeriggio d’estate. Dalla polvere.

LA STORIA DI TURGIS

Luc Herincks ha scritto che finalmente ha conseguito il “diploma di corridore. Per sé e per i suoi. Jimmy e Tanguy, i suoi fratelli minori, hanno dovuto entrambi interrompere il loro percorso da professionisti nel 2020 e nel 2018 per un’anomalia cardiaca. Anthony aveva trascorso la mattinata con loro. «Mi ha tolto peso, mi ha tolto stress, ho pedalato con un fratello in ogni mia gamba». All’inizio della stagione era fuori forma, per la prima volta si era affidato un percorso di allenamento in altura in Sierra Nevada a maggio, ha abbandonato il circuito delle piccole corse per concedersi il lusso di sognare una vittoria prestigiosa, una giornata gloriosa sotto gli occhi del mondo. Thomas Gachignard, un giovane compagno di squadra alla Total, dice che tutti lo avevano criticato. Suo padre – il padre di Anthony, non il padre di Gachinard – era presente a bordo strada al settore sterrato numero 8. Ha detto di aver pianto, quando alla radio ha sentito che aveva vinto suo figlio. Uno dei suoi figli, gente, ha vinto al Tour de France. 

Dietro c’è stato il triello. Le punzecchiature di Pogacar, uno scatto di Evenepoel a 80 km dal traguardo, l’atteggiamento ostruzionistico della Visma. Quello che fa dire a Roos che la Visma-Lease a Bike ha tirato fuori l’estintore della loro strategia senz’anima per spegnere la brace. Gli olandesi hanno il diritto di correre come vogliono, e non possiamo biasimarli, è in questo modo che hanno vinto il Tour dell’anno scorso, ma non hanno conquistato il tifo di chi vuole un sogno, una fuga

Oggi è giorno di riposo.  Meno male. Altrimenti questi quando si fermano.  

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