Tappa-11. Il Tour a metà strada. Nel punto più al centro della Francia

TOUR DE FRANCE

Benissimo, ora che abbiamo tirato il fiato, ora che ci siamo presi un giorno al riparo dall’adrenalina e dal batticuore, possiamo ributtarci nel Tour de France del duello, del triello, del pokerello, del pentello, chi lo sa. La volata di Philipsen è stata  un profondo sospiro prima del Massiccio centrale, fine del pisolino, annuncia l’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe alla vigilia dell’11esima tappa. 

Da un estremo all’altro, questo Tour de France ci trasporta dal caos di domenica sulle strade bianche intorno a Troyes alla processione sonnecchiante di martedì. È la natura stessa di una corsa di tre settimane. Ma negli ultimi anni, sotto i colpi degli orchi di questa generazione, abbiamo avuto l’impressione che il concetto di tappa di transizione fosse superato e destinato all’archivio.

Sbagliato. Ieri il Tour si è regalato un tuffo nel passato, ha restituito dignità alla noia [una forma d’arte la definisce Roos], nella sua versione estiva, in piena canicola, quella che Edoardo Bennato cantava a Licola, il sole forte, le tapparelle abbassate, la voce del telecronista di turno che induce all’abbiocco in mezzo alla bafagna. Nemmeno una fuga sul rettilineo tra Orléans e Saint-Amand-Montrond, la città di Alaphilippe, dove Mark Cavendish aveva vinto nel 2013 ma dove ha lasciato il primo successo di tappa al re degli sprint del momento, e dove abbiamo rivisto Mathieu Van der Poel nel ruolo di attore non protagonista, il pesce pilota, l’ultimo vagone, il gregario di lusso, come lo vogliamo chiamare, in definitiva un arcobaleno, una maglia iridata che apre la strada a un compagno, uno che dice qualcosa di sinistra in bicicletta, un’altra manifestazione della gauche nel giro di due giorni dalla Francia. 

Una tappa di guerriglia, la chiama L’Équipe, 211 km verso Lioran, un susseguirsi di gobbe e gibbi, che è un’ingiustizia descrivere come montagna media, quando il Massiccio centrale ha tutte le caratteristiche di una montagna grande. Il profilo di mercoledì favorisce le grandi epopee. Secondo Roos la trama che bisogna aspettarsi è più o meno la stessa dei giorni scorsi, con la maglia gialla di Pogacar e la maglia bianca di Evenepoel all’attacco, ma con Vingegaard nel ruolo di Vierchowod, di Claudio Gentile e di Pasquale Bruno messi assieme, cercherà soprattutto di mettere la museruola a quei due cani pazzi, perché ogni giorno che passa senza danni va a vantaggio suo, avvicinandolo alla famosa terza settimana e alla tela del ragno che intende tessere per Pogacar. Lo sloveno è in testa alla corsa, ma abbiamo l’impressione che sia Vingegaard a dettare i tempi, che sia lui a decidere l’ora di apertura del bar. Corre come il boss del Tour de France, in quel suo modo di condurre la battaglia psicologica. Facendo credere che stia aspettando pazientemente il suo momento, gli ultimi giorni, crea tensione, paura e urgenza di attaccare, un modo per mettere Pogacar sotto pressione. Ma niente dice che non si tratti di un bluff, di un miraggio. Mogol e Battisti saprebbero come dirci che prima o poi lo scopriremo, per Roos non sappiamo niente, e questa è la cosa più bella. La lotta è appena cominciata.

 

  CAMEI

JONAS ABRAHAMSEN DICE CHE I MAGRI SONO EGOISTI

La maglia a pois pare che abbia una stretta di mano decisa, un sorriso angelico e i riccioli di un bambino nonostante i suoi 28 anni. Così viene descritto da Yohann Hautbois su L’Équipe quando descrive questa carcassa di quasi 80 kg (77 al Tour) che galleggia negli stessi pantaloncini di qualche anno fa, quando era ossessionato dal suo peso (60 kg), prima di capire che il suo corpo, per esprimere tutte le sue qualità fisiologiche, aveva bisogno di carburante, semplicemente doveva mangiare.

È la sintesi di un colloquio con il corridore norvegese leader della classifica del gran premio della montagna, una chiacchierata fatta lunedì durante il giorno di riposo, quando si è concesso una torta alla cannella e un hamburger, ripensando agli anni di privazioni che hanno sconvolto la sua pubertà e che avrebbero potuto costargli una carriera ai massimi livelli

Abrahmsen racconta: «Quando pesavo 60 kg, non avevo energie. Dal momento in cui ne ho presi 20, il mio corpo ha reagito bene, ho iniziato a mettere massa muscolare, il mio peso si è stabilizzato intorno agli 80. Ora so che sono nel Tour grazie a questo cambiamento. Quando ero magro, non correvo bene. Durante la pubertà ero come un orso in letargo, dormivo. Ho mangiato così poco che il mio corpo si è spento per quattro, cinque anni. Intorno ai 19 anni ho capito che dovevo cambiare. I miei risultati stavano calando. Ne ho parlato con la squadra ma non è stato facile da superare. era Era una cosa che andava oltre il ciclismo. Prima ero totalmente concentrato solo su me stesso. Ora ho una ragazza, ho più legame con i miei amici, non penso più solo a me. Quando sei magro, non hai abbastanza energie per pensare a nient’altro che a te. Tutto quello che avevo in mente era cosa mangiare, come allenarmi, come migliorare. Ero egoista. 

«Ho ricevuto aiuto da James Moran, il nutrizionista della Uno-X Mobility e dal mio team, dopo anni in cui facevo tutto da solo. Ho capito che dovevo mangiare di più, zucchero, dolci, cose normali. All’improvviso ho messo massa muscolare, sono ingrassato, ho iniziato a potermi allenare di più, a consumare più carboidrati. I chili sono arrivati ​​molto velocemente. Ora il mio peso è stabile dopo molti alti e bassi. Mangio quello che voglio. Fuori stagione ingrasso un po’, soprattutto quando a casa fa freddo. Adoro i tacos, cosa ci posso fare. Quando torno a casa, mia madre me li prepara.

«Quando avevo 16 anni, vedere corridori molto magri era un fatto culturale, anche nel mio paese. Io pensavo che così avrei scalato più facilmente la montagna. Mi allenavo per 1.200 ore all’anno, ma mangiato poco. A 20 anni avevo il fisico di un 16enne. Fino al giorno in cui il mio corpo si è svegliato. È stato quando ho iniziato a conoscere le ragazze. È interessante ciò che tanto allenamento e poco cibo possono fare al tuo corpo» 

«Quando mi rivedo così magro nelle foto, penso che in fondo è stato anche un bel momento, ma sono felice di aver preso la decisione di evolvermi. Non sono brutti ricordi, ero felice, ma oggi sto meglio»

 LE STRADE DEL TOUR

IL CUORE DELLA FRANCIA

Al Tour del 2024 hanno fatto le cose per bene. Le cose per bene si nascondono nelle minuzie. La minuzia del giorno consiste nel fatto che la boa della corsa, l’esatta metà del suo tracciato cade a Bruère-Allichamps, come segnala Carlos Arribas su El Pais, vale a dire uno dei sette comuni che rivendicano il titolo di centro geografico della Francia. Un po’ come il famoso birillo rosso di Foligno raccontato da Eugenio Scalfari, il birillo rosso al centro del tavolo di biliardo, che eè al centro del Bar dello Sport, che è al centro della città di Foligno, che è al centro della regione Umbria, che è al centro della nazione Italia, che è al centro del mar Mediterraneo, che è al centro del resto del mondo. Dunque il birillo rosso di Foligno è il centro del mondo. 

Ecco. A questa maniera Bruère-Allichamps è stato il primo comune francese a rivendicare il titolo di centro di Francia, nel dipartimento dello Cher, nella regione della Loira, 7 km a nord di Saint-Amand-Montrond, l’asse che collega Bourges a Montluçon. Una rivendicazione basata sui calcoli del geografo Adolphe Joanne (1813-1881). Nel suo Dizionario geografico individuò il punto tra 46° 51′32 ″  e 46° 40’ 02 ″  di latitudine e 0° e  0° 10′33 ″ di longitudine. In realtà i calcoli furono effettuati tra il 1860 e il 1870, quando l’Alsazia e la Lorena erano francesi, così come Nizza e la Savoia, ma senza tenere conto dei territori ceduti dall’Italia alla Francia con il Trattato di Parigi del 1947. Però qui non siamo notai, ci piace Arribas, e Bruère-Allichamps resta il centro della Francia. Basta così. 

Peraltro Arribas racconta pure altro: che al giro di boa del Tour, ci sono tre spagnoli fra i primi-10, proprio quel ciclismo spagnolo che due-tre anni fa si sentiva alla periferia dell’impero. Uno è l’esordiente Juan Ayuso della Generazione Coliving, un altro Carlos Rodríguez alla sua seconda partecipazione, il terzo è il veterano Landa, ormai 34 anni, al suo settimo anno di Tour con un nuovo lavoro. “Un lavoro speciale – dice Arribas – che forse si è inventato lui, o che forse solo lui può svolgere. Non è più un leader, come è stato per tutta la sua vita. Né è gregario o capitano sulla strada, due ruoli tradizionali. Il suo lavoro alla Soudal, al fianco del fantastico Remco Evenepoel, potrebbe benissimo essere definito quello di tenente-tata”. 

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