Pogacar vs Vingegaard vs Evenepoel, il triello a cronometro delle prime verità

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Non si può sempre reggere il batticuore, allora oggi ci prendiamo una pausa. O così almeno l’inviato de L’Équipe vive la cronometro, non è un esercizio che deve piacergli abbastanza. Ha scritto che non c’è niente mal si sposa con il romanticismo, ognuno se ne sta al proprio posto, sebbene ci sia della bellezza nella perfezione delle posizioni in sella, nella fluidità delle cadenze della pedalata e nell’esplorazione da parte dei corridori dei propri limiti, fisici e mentali

È una giornata di verdetti. La crono dirà se Tadej Pogacar è davvero più forte di Jonas Vingegaard, su un percorso di 25,3 km sostanzialmente pianeggiante, con una piccola madeleine nel mezzo, un gibbo sul quale lo sforzo massimo durerà tre minuti. Una tappa che farà luce a ritroso pure sul Galibier, dove negli ultimi 800 metri Pogacar ha sviluppato il 10% in più di potenza rispetto a Vingegaard, senza dargli più di 50 secondi e solo 8 in cima. È il secondo appuntamento nel personalissimo Tour della Vendetta che Pogacar intende scrivere sulla pelle del danese, perché dalla cronometro di Combloux, l’anno scorso, fu sconfitto in modo cocente – sempre che cocente si dica ancora. 

Ieri la maglia gialla si è presa un grande spavento, quando a 78 km dall’arrivo il gruppo si è spaccato per un incidente. Così si è trovato da solo in un mucchietto di 50 avversari, neppure un compagno di squadra accanto a lui. Nel giro di 8 km, tutto è tornato alla normalità, All’arrivo Pogacar ha giurato di non essersi lasciato prendere dal panico. Ma a Digione, fa notare L’Èquipe, ha accorciato i suoi obblighi nei confronti dei media e non si è presentato alla conferenza stampa. Un segno dell’importanza della giornata a venire.  

Pogacar l’ha preparata come si deve. Indebolito psicologicamente e fisicamente dalla prova dello scorso anno – dice L’Équipe – lo sloveno non ha cambiato la moto ma quasi tutto il resto: carico di lavoro, posizione e casco. Ha diviso il tempo di allenamento tra la bici da strada e la bici da cronometro, inoltre al Giro ha trovato tantissima fiducia. 

E poi viene la sezione ricerca, la tecnologia. Bert Blocken è professore di ingegneria meccanica alla Heriot-Watt University di Edimburgo e a Leuven in Belgio. È un esperto di ingegneria meccanica e professore di fisica delle costruzioni, ama il ciclismo e il lavoro nelle gallerie del vento. L’Équipe lo indica come l’uomo che ha rivoluzionato la scienza della performance. Ha lavorato sull’aerodinamica con Primoz Roglic e Wout van Aert.

A volte – leggiamo – qualcosa lo incuriosisce in TV. Così torna nella galleria del vento con i suoi colleghi, chiama il suo complice Thierry Marchal dell’Ansys, un’azienda specializzata in simulazioni digitali, e gli chiede di calcolare se per caso la sua intuizione abbia pure il sostegno dei calcoli. L’anno scorso si è concentrato sulla misurazione del significativo guadagno aerodinamico di correre dietro un’auto carica di biciclette sul tettuccio. Con un suo studio precedente aveva convinto l’UCI a modificare la regola della distanza minima, da 10 metri si è passati a 25.

Su richiesta di un giornalista americano che si occupa di triathlon, si è messo a lavorare nel tempo libero sull’utilizzo delle cosiddette “chest fairings”, le carenature che i triatleti indossano sotto la maglia all’altezza dello sterno. Gli specialisti delle crono al Tour de France si sono affrettati a imitarli da tempo, a cominciare da Fränk Schleck durante nel 2011. Vingegaard ha indossato una gobba simile sul petto l’anno scorso a Combloux, Remco Evenepoel ce l’aveva quando è diventato campione del mondo a Glasgow. Un rigonfiamento sistemato là può produrre in una cronometrol come quella di oggi un risparmio fra i 19 e i 20 secondi. Su 25,3 km non sono pochi. 

Solo che in base all’articolo 1.3.033 del regolamento UCI, questa carenatura sarebbe vietata. I team hanno trovato il cavillo per aggirare la regola, senza neppure nascondersi troppo, Invocano motivi di sicurezza e la necessità che il ciclista porti la radio proprio là. Hanno i referti dei medici, secondo i quali una radio posta dietro la schiena, in caso di caduta, embè, fa male. È allora vietato imbottire le radio di nastro adesivo. C’è un controllo alla partenza da superare, ma fila quasi sempre tutto liscio. Al Giro dei Paesi Baschi no, fecero smantellare tutto. L’Équipe scrive che presto queste scatoline di plastica sotto la maglia arriveranno anche nelle tappe in linea. Nessuno scandalo in vista, quindi.  


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