TOUR DE FRANCE
Se il punto di riferimento della tua estate si chiama Marco Pantani, allora è dai luoghi di Marco Pantani che la tua estate deve passare. Charles Baudelaire avrebbe detto che una foresta di segni annunciava a Tadej Pogacar che sì, questa poteva essere la volta buona per ripetere l’accoppiata Giro+Tour che il ciclismo non vive dal 1998.
Parte prima. Il Giro è partito dall’Italia salendo sulla montagna dove Pantani andava ad allenarsi, un giorno si è messo in marcia da Cesenatico dove tutto è cominciato, un altro giorno ha chiuso una tappa a Rimini, dove la sua vita finì.
Parte seconda. Il Tour non arriva a Parigi per la prima volta nella storia, non termina agli Champs-Élysées ma a Nizza, che per uno straordinario scherzo del destino è proprio il luogo in cui cominciò il Giro del ’98. L’itinerario della doppietta di Pantani fu Nizza-Milano-Dublino-Parigi, quello della doppietta imminente di Pogacar sarà Torino-Roma-Firenze-Nizza.
In mezzo c’è la sontuosa esibizione di ieri in uno dei luoghi più pantaneschi, Plateau de Beille, dove Tadej è arrivato in cima facendo il record della scalata, 39 minuti e 50 secondi, 3 minuti in meno di quanti ne impiegò Pantani, una delle più imperiose prestazioni in montagna nella storia del ciclismo. “Pogastar” dice da ieri l’account del Tour de France su Twitter o come si chiama adesso.
Secondo l’immaginifico Alexandre Roos de L’Èquipe, “la prestazione monumentale di Tadej Pogacar negli ultimi chilometri ha fatto venir voglia a 150 corridori di tornare a casa, andare alla spiaggia più vicina, e a Gruissan per il secondo giorno di riposo non sarà lontana. In una sessione collettiva di autopersuasione, ci siamo detti che il 25enne sloveno aveva schiacciato il Giro a causa della debole concorrenza, sicuramente un fattore, ma in questo week-end sui Pirenei ha deciso di far appassire tutti allo stesso modo al Tour de France”.
L’Équipe fa notare che i distacchi sono quelli che ci si poteva aspettare in classifica generale dopo due settimane di corsa. Solo 11 corridori sono entro i 20 minuti di distacco dalla maglia gialla, 36 sono rimasti entro la mezz’ora in cima a le Beille. Su richiesta di alcune squadre che temevano di chiudere la giornata con troppi uomini fuori tempo massimo, la giuria ha allungato del 2% il margine della sofferenza, sei e sette minuti in più per tutti per arrivare al traguardo. Arnaud Démare l’ha tagliato per ultimo, 152esimo, quasi un’ora dopo Pogacar.
Scrive L’Équipe che due corridori come Richard Carapaz e Jai Hindley, due che hanno vinto un Grande Giro, pensano di non aver mai corso una tappa più dura di questa, corsa dai gregari di Pogacar con l’animosità di chi voleva subito mettere alle strette Vingegaard, fin dal Peyresourde per sfiancarlo, così “l’abisso, visto sabato al Pla d’Adet è aumentato sul Plateau de Beille”.
Vingegaard ha tentato un lancio di dadi a 10 km dalla vetta, il suo primo vero grande attacco di questo Tour, Pogacar gli ha preso la scia, è rimasto alla sua ruota, gli ha fatto prendere tutto il vento di Francia, mentre chi guardava – come dice Roos – si stava chiedendo quanto male gli stesse facendo male il danese, o se Pogacar stesse solo aspettando il momento per spaccarlo in due.
La seconda che hai detto. È stato chiaro a 5 km e mezzo km dall’arrivo. Gli ha inflitto 1 minuto e 12 di distacco, ora il totale è superiore ai 3 minuti. Per star dietro allo sloveno, anche Vingegaard e Remco Evenepoel sono andati su con un tempo più veloce di quello stagionato di Pantani. Mikel Landa non gli è arrivato lontano. È per questo che “Vingegaard si ritrova ora ad affrontare una doppia impotenza – dice L’Équipe – la sua contro Pogacar e quella della sua squadra”.
Cosa ci aspetta nella terza settimana, stamattina pare chiaro. L’ineluttabile. Sui Pirenei, come sottolinea L’Équipe, si è manifestata tutta l’inadeguatezza della teoria che voleva il danese più forte nella terza settimana, “ma non vediamo perché dovrebbe arrendersi così presto, senza cercare, almeno per un giorno, di vendicarsi. Questo folle duello entrerà in una nuova fase, più passiva, ma coi coltelli sempre a portata di mano. Questo allenterà la morsa che strangola gli altri, restituendo la libertà a chi vorrà scappare. E se la battaglia per la classifica generale dovesse essere finita qui, allora significa che Pogacar è sulla strada buona per una storica doppietta. Ci sono sempre motivi per amare il Tour de France”, conclude Roos, mentre in un altro pezzo sul giornale francese Pierre Menjot esamina appunto cosa può sperare di fare ancora Vingegaard, oltre che confidare in una crisi di Pogacar.
Secondo Andy Schleck, maglia gialla 2010 a tavolino per la squalifica di Contador, Vingegaard deve rischiare. Non avrebbe senso per lui difendere il secondo posto. Andy Schleck è un discreto maestro di attacchi in apparenza scriteriati. Nella tappa che nel 2011 celebrava il centenario del Galibier, attaccò a 62 km dal traguardo, “nel tratto più duro e lunare della salita, chiamato la Cass Deserte, dove due stele ricordano Coppi e Bobet”, scrisse Gianni Mura, sottolineando pure che “molti giornali qui dipingono i fratelli Schleck come un po’ gnoccoloni”
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