La BONE Squad è una band jazz, anzi di jazz hip-hop, pieno di funk, groove e soul. È una specie di istituzione locale nel Bronx, dove suona l’atto di apertura ogni sera in un teatro del quartiere. Ma è stato in una sala di Manhattan che la BONE Squad ha presentato il suo nuovo album e il suo nuovo musicista, un batterista di 77 anni, il cugino di uno di loro. Stix Bones, il leader della band, ha preso il microfono e ha detto signore e signori, l’uomo in persona qui con noi, l’uomo che è entrato nella band si chiama Bob Beamon.
Bob Beamon. Lui. Quello degli 8 metri e 90 a Città del Messico. Con lui la BONE Squad ha inciso un album che si intitola Olympik Soul, una delle tracce è Leap, in copertina una fotografia in bianco e nero di un condominio in mattoni, assai assomigliante ai 40 Projects di South Jamaica, Queens, dove Beamon è cresciuto.
Quella sera Beamon si è messo a battere i palmi delle mani sulle congas, portando i suoi ormai tipici occhialini rotondi “che sembrano cambiare colore alla luce e sembrano quasi un paio di anelli olimpici” racconta il Washington Post. Beamon è un appassionato sia di jazz sia di batteria. Stima di avere 6.000 dischi nella sua casa di Myrtle Beach. Quest’estate pare che sia stato invitato a suonare la batteria a Parigi durante le Olimpiadi, con il trombettista francese Ibrahim Maalouf. Ci sono dizionari americani che hanno introdotto il neologismo Beamonesque dopo il suo salto del ‘68. Più o meno significa spettacolare, notevole. Beamonesque. Bello. Lo useremo. Bob dice ogni tanto alla gente: «Non ho mai avuto una tessera della biblioteca e ho il mio nome nel dizionario».
Beamon è finito nella band perché un giorno ha chiamato il cugino Al Brisbane, il bassista della BONE Squad, e glielo ha chiesto. Ehi, non è che vi serve un batterista. Beamon racconta di essersi innamorato dello strumento quando aveva 9 anni, era seduto in un caldo sabato mattina nell’appartamento della nonna e dalla finestra aperta sentì un rullo. L’infanzia di Beamon al 40 Projects non era delle migliori. Sua madre era morta quando lui era neonato. Suo padre entrava e usciva dalla sua vita. È stata sua nonna a crescerlo. “Lui aveva difficoltà a sapere di chi fidarsi” dice il Washington Post. Il suo rifugio erano i campi da basket, dove lo sceglievano per primo. Saltava più in alto di tutti. Non sapeva né leggere né scrivere. Aveva problemi a scuola. Era finito in una gang. A 14 anni era stato mandato in una scuola di recupero a Manhattan. Bob la vide come un’opportunità per azzerare tutto e ricominciare. Imparò a leggere guardando le pagine sportive dei giornali. Trovò degli amici a cui pure piaceva la batteria. Trovò allenatori che gli fecero conoscere l’atletica leggera. Scoprì che sapeva saltare lontano, molto lontano. L’anno dopo, prese la metropolitana e andò a certe Olimpiadi jr di New York, pregò uno degli altri concorrenti di prestargli le scarpe, fece un salto in lungo e batté il record giovanile. La sua foto apparve sul New York Mirror. Andò al liceo e poi al college della North Carolina A&T, infine alla University of Texas El Paso e alle Olimpiadi di Città del Messico. Così è andata.
Ma dopo la medaglia d’oro non poteva più vivere nei 40 Projects. La sua borsa di studio per l’atletica leggera alla Università era stata ritirata prima delle Olimpiadi, quando si era rifiutato di gareggiare in un meeting dopo l’assassinio di Martin Luther King. Non aveva sponsor. L’atletica non era professionistica. “Si sentiva sfruttato, insicuro” ripercorre il Washington Post. Fu ingaggiato dai Phoenix Suns ma non giocò mai. Si laureò alla Adelphi University di New York, lavorò per un periodo in banca, non provò mai più partecipare a un’altra Olimpiade, tentò di trovare un lavoro, tutto mentre appariva occasionalmente in trasmissioni televisive. Un giorno incontra Julius Erving, la stella dei Philadelphia 75ers, e quello lo scuote, gli dice: «Cazzo, forse non ti è chiaro, fratello. Tu non hai capito chi sei. Tu sei Bob Beamon”. Aveva uno dei nomi più famosi nello sport, dice il Washington Post, eppure non si sentiva speciale. Fumava sigarette e mangiava troppo. Quando perse peso, ripartì a Miami facendo l’istruttore per bambini. Poi, come gli aveva detto Dottor J, si mise a fare Bob Beamon. Disegnò una linea di cravatte e di sciarpe. Ma sentiva che gli mancava la batteria. Qualche anno dopo le Olimpiadi, era arrivato a trascinare la sua in un locale jazz di San Diego, per suonare con i i musicisti di turno. Finalmente. Poteva suonare la batteria come aveva sempre sognato.
Quando il cugino Al Brisbane riferì ai ragazzi della BONE Squad di questo lontano cugino che voleva entrare, il leader Stix Bones non ne fu completamente sorpreso. Conosceva Beamon. Si erano incontrati a certe funzioni familiari di Brisbane e Beamon glielo aveva detto, sai so suonare la batteria. Aveva pure sentito dire che Beamon una volta era stato un bravo atleta, ma tutto qua, era il cugino di Al che una volta aveva partecipato alle Olimpiadi.
Bob era lento. Non teneva il tempo dei pezzi più veloci. Se vuoi entrare davvero nella band, gli dissero, ti devi dare una mossa. Per prima cosa gli fecero tenere le mani e le braccia più strette. Gli hanno insegnato a usare un metronomo e a seguirlo. In due mesi Beamon è passato da 50 battiti al minuto a 150.
Per chiudere col passato Beamon ha venduto la sua medaglia d’oro, mettendola all’asta da Christie’s. L’aveva conservata per mezzo secolo in una cassetta di sicurezza. L’anno scorso ha iniziato a chiedersi cosa ne sarebbe stato, quando fosse morto. Stava pensando a cosa avrebbe potuto lasciare in eredità. Voleva aprire una fondazione o un trust per aiutare le organizzazioni non profit e le persone bisognose. Pensò che liberandosi di quell’oggetto rotondo e d’oro avrebbe avuto i soldi necessari.
In effetti la medaglia è stata venduta a febbraio per 441mila dollari. Né Beamon né Christie’s hanno reso noto il nome della persona che l’ha comprata. Lui dice che è in buone mani e che adesso può finalmente pensare alla batteria. Olimpik Soul era a metà febbraio il 71esimo album jazz più trasmesso nelle stazioni radio di genere. È rimasto fra i primi 100 per tutta la primavera. Adesso a Broadway dicono che di questa vita vorrebbero fare un musical. Cazzo, forse non ti è chiaro, fratello. Tu non hai capito chi sei. Tu sei Bob Beamon.