La partecipazione ai Giochi di Tokyo 2021 resterà un’eccezione, la sola perla olimpica degli ultimi vent’anni di gestione della pallacanestro italiana. Un fiore nel deserto, un coniglio tirato fuori dal cilindro baffuto di Romeo Sacchetti. Arrivò senza Gallinari ancora impegnato con Atlanta nei play-off NBA, senza Belinelli e Datome che si chiamarono fuori per sistemare qualche acciacco. Romeo Sacchetti si inventò un gruppo, lo saldò a modo suo, gli mise in testa i concetti della sua pallacanestro corri-e-tira, insomma fece l’impresa in Serbia, anche se non c’era Jokic.
Venne allontanato in fretta e furia meno di un anno dopo, quando si preparava a portare la squadra agli Europei, mancavano 90 giorni dal torneo, per far posto in panchina a Gianmarco Pozzecco, una scommessa di Gianni Petrucci. La scommessa è perduta e se Giovanni Arpino avesse scritto un romanzo sul basket, anche questa Nazionale dovrebbe fare i suoi bei conti con l’Azzurro Tenebra nei titoli. “Adieu Parigi” dice Flavio Vanetti stamattina sul Corriere della sera, parlando di una Italia “impoverita da assenze importanti (Fontecchio per il tiro, uno come Procida per la fisicità) ma anche incapace di compensare le lacune con uno stile di gioco particolare”. Ma anche la Lituania non aveva Jonas Valanciunas, una buona notizia l’abbiamo chiamata nei giorni scorsi, all’italiana, quando era già chiaro che servisse qualcosa per fare un miracolo, serviva una mano dagli altri. Non ce l’ha data il Porto Rico, non ce l’ha data la Lituania, contro la quale l’Italia ha tirato con 6 su 21 da tre e ha preso 16 rimbalzi di meno. Quando non ci mette la mano la provvidenza, la strada e il passo dell’Italia sono sempre corti.

Va così da vent’anni, e sarebbe definitivamente il caso di aprire una riflessione sull’adeguatezza alla modernità e alla complessità dello sport contemporaneo delle linee guida di Gianni Petrucci, ex segretario della federazione calcio, ex suo commissario, ex commissario pure dell’associazione arbitri, ex vicepresidente della Roma, ex presidente del CONI per 14 anni, ex sindaco di San Felice Circeo, ex presidente della federbasket ai tempi in cui esistevano la lira e la Jugoslavia, fino a diventare un ex ex-presidente, periodicamente impegnato in un corpo-a-corpo con il calcio e con i governi, salvo scoprirlo all’improvviso vicepresidente di un club di serie A [la Salernitana] per accompagnarla in B, e puntuale sostenitore delle decisioni dei ministri, dopo averle all’inizio occasionalmente avversate.
A Sacchetti che aveva la pretesa di far da solo le convocazioni, puntando sulla conferma del gruppo di Tokyo, mandò a dire che «se un allenatore non convoca i migliori, significa che non è un grande allenatore», e ancora che «se uno pensa che ci siano antipatie, quel qualcuno si deve fare da parte». Flavio Vanetti sul Corriere della sera accennò all’epoca a una fronda di alcuni giocatori. “Di qui l’accelerazione al divorzio” scrisse, illuminando il panorama di un ulteriore aspetto inquietante, la cessione della sovranità alla squadra. Petrucci immaginava un’Italia da podio agli Europei e con un posto alle Olimpiadi.
Non sono arrivati né l’uno né l’altro. Un podio agli Europei manca dal 2003, negli ultimi sei Mondiali per tre volte non ci siamo qualificati e il miglior piazzamento è stato un ottavo posto. Questa condizione da naufraghi per abitudine vive in un mare aperto nel quale molti altri sport hanno invece aperto le vele, mostrando moderne capacità di reclutamento e di formazione: negli ultimi vent’anni l’atletica leggera ha costruito la più profonda nazionale di sempre, il nuoto lo stesso, la pallanuoto ha vinto due Mondiali e la pallavolo ha due squadre a Parigi con ambizioni da medaglia. Il basket rimane invece un piccolo mondo antico precipitato ai suoi minimi storici, una specie di prima repubblica che non finisce mai.