Il miglior Jacobs dopo Tokyo. Ma precisamente: che cosa gli stiamo chiedendo?

  Eppur si muove. Anzi no, non si muove, Marcell Jacobs è da urlo [Tuttosport], Marcell Jacobs è tornato a volare [Corriere dello sport-stadio], Marcell Jacobs è da sogno [la Gazzetta dello sport]. A Turku ha corso in 9.99 la batteria, per la prima volta sotto i 10 secondi dopo 20 mesi, in finale 9.92, il suo miglior crono degli ultimi tre anni, dal dopo Tokyo in poi. Ora, se Jacobs è da urlo e da sogno, qualche domanda sul perché non lo sia stato per tre anni bisognerebbe porsela, oltre che domandarsi come mai non ce lo siamo detti durante questi tre anni. Ma non è il momento, sono argomenti per noiosi brontoloni. Dietro di lui Chituru Ali ha corso in 9.96, secondo italiano di sempre, ora che si è dato una struttura muscolare nuova, più consistente, un sorpasso al povero Filippo Tortu – il più menneomorfo di tutti i nostri sprinter – lui che aprì la strada [9.99] e poi l’ha persa.

Marco Bonarrigo sul Corriere della sera sottolinea che contratture e stiramenti sono un ricordo, il cambio di allenatore è assorbito“. Detto con eleganza: il dopo Camossi inizia a funzionare.

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Benny Casadei Lucchi sul Giornale parla di Italia che si veste d’America e Giamaica parlando con l’accento quadrato dei bresciani e quello tondo dei comaschi. Un bresciano che da due anni era in cerca di se stesso e che un attimo dopo il crono della certezza rasserenante di essersi ritrovato, di non aver sbagliato a cambiare allenatore, città, mondo, ha detto al compagno, «al fratello minore», così lo chiama: «Hai visto che cosa hai fatto?».

Sergio Arcobelli sul Messaggero sottolinea allora che sono i cento metri più veloci della storia italiana. È servito andare a Turku, la città finlandese più antica, per scrivere una pagina memorabile per l’atletica azzurra”.

Giulia Zonca su La Stampa parla di cronometri che stravolgono, di nuovo, le prospettive degli azzurri nella velocità sono la prova che a Roma, poche settimane fa, è successo qualcosa di speciale. Proprio prima di questa trasferta, Marcell Jacobs ha lucidato l’argenteria e l’ha mostrata in una foto in cui le medaglie gli pendono dalla schiena. Sono lì da contare, ben visibili a chi, per qualche stramba teoria, si è convinto che Jacobs sia comparso nella notte olimpica di Tokyo e sparito subito dopo. Invece a quell’appuntamento ci è arrivato con i gradi per reggere l’evento e dopo ha vinto a ripetizione nonostante due annate segnate dagli infortuni. Lui ha avvertito che sarebbe riuscito a trovare la sintesi di una rivoluzione in cui ha ribaltato vita e tecnica e forse era anche difficile credergli perché abituati a vederlo progredire con quella falcata leggera, reggere l’accelerazione più di chiunque altro, è stato normale trovarlo diverso, macchinoso, al ritorno dagli Stati Uniti

Anche Giovanni Battistuzzi, firma del Foglio, annota su X: Quello che per i più era uno sbruffone finito non mi sembra tanto finito. E Paolo Marabini sulla Gazzetta dello sport considera: “Le sentenze vanno scritte sempre alla fine. Non più tardi di 22 giorni fa, sulla pista di Ostrava, in Repubblica Ceca, Marcell Jacobs era incappato in una gara decisamente sottotono: terzo al traguardo, con un tempo di 10”19 lontano anni luce dal suo record europeo di 9”80, quello che gli era valso il trionfo a Tokyo. E più d’uno, anche tra gli addetti ai lavori, aveva emesso appunto la sentenza, con largo anticipo su quello che è l’unico vero obiettivo della stagione del poliziotto gardesano, cioè i Giochi di Parigi. La sintesi di molti commenti? L’oro bis è pressoché impossibile. In tre settimane, però, Marcell ha risposto sul campo a quel drastico e frettoloso verdetto”.

Ma se le sentenze si scrivono alla fine, le aspettative si precisano all’inizio. Che cosa chiediamo a Marcell Jacobs per Parigi? Qui lo ripetiamo dal giorno dopo i 100 metri di Tokyo. Se avessimo uno sprinter in assetto costante intorno al 9.99, uno che va in finale a Olimpiadi e Mondiali, uno che corre, che c’è, che non si fa male, non si infortuna, non si assenta per mesi e mesi, sarebbe una bella cosa, sarebbe anzi una cosa mai vista.

La tentazione di considerare quel 9.80 di Tokyo uno standard, una base di partenza verso chissà cosa, ha già fatto del male una volta a Jacobs, gestito e programmato dopo i Giochi con l’ossessione di Bolt, il record del mondo, la sua stessa marca di scarpe, eccetera eccetera. Poi ognuno s’aspetti quel che crede. Sognare non costa nullascrive giustamente Walter Brambilla su Tuttosport.

Il 9.92 di Jacobs è stato il risultato di maggior qualità a Turku, ma non sono stati male neppure il 12.48 di Nia Ali e il 12.51 di Nadine Visser sui 100 ostacoli, il 48.42 di Rasmus Magi sui 400 ostacoli, i 13.25 di Omar Mcleod sui 110 ostacoli. Tutti i risultati sopra i 1.200 punti nella tabella World Athletics sono arrivati in gare nelle quali con le scarpe nuove si rimbalza. 

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