
Questi sono i giorni di Alfonsina, i giorni del centenario del suo Giro. Simona Baldelli qualche anno fa ha messo ordine nella storia e l’ha raccontata in un libro [qui], una vita che ha attraversato in punta di ribellione la prima metà del Novecento, la Prima guerra mondiale, il fascismo di Mussolini, la Seconda guerra.
Una donna che si impose per avere lo stesso diritto degli uomini di correre in bicicletta, ma che per paradosso ricordiamo con il suo cognome acquisito, da sposata. Lei era Alfonsina Morini, cresciuta a Fossamarcia, nei pressi di Bologna dove era nata nel 1891. Nelle pagine di Baldelli si legge di D’Annunzio che le regalò una stella d’oro, di Mussolini che volle darle un’onorificenza da lei mai ritirata, di una medaglia che la zarina Alessandra le appuntò al petto. Ci sono gli anni trascorsi a esibirsi nei circhi di tutta Europa e ci sono appunto i due matrimoni, il primo all’età di 14 anni con un ragazzon 17enne, Luigi, Luigi Strada, il suo primo meccanico.
La storia di Alfonsina è stata ripresa e riassunta qualche giorno fa per i lettori spagnoli da Carlos Arribas su. Lei che con la bicicletta scopre come “i confini della sua vita non sono la miseria e la disperazione, scopre che esiste un mondo”, lei che parte “disinibita alla sua scoperta, mentre la chiamano La Loca, Il diavolo in gonnella. Lavora come sarta, cerca clienti in bicicletta e fa la consegne di domenica”.
Ma vuole di più. Vuole essere un ciclista. Le convenzioni sociali, l’orrore di avere una figlia atletica, quello che dirà la gente, prevalgono su tutto. Sua madre le dice che per scappare deve fare quel che fanno tutte: sposarsi. È Luigi che le regala la prima bici da corsa. È per questo che porterà per sempre il suo cognome, ma si sarebbero sposati solo dopo 10 anni di convivenza. A quei tempi.
“La bicicletta – ha scritto Arribas – è stata il grande strumento di liberazione delle donne lavoratrici di inizio secolo. Alfonsina forse lo sa, ma sa per certo che è lo strumento della sua liberazione, lo strumento della sua conoscenze della sua avventura”.
Allora si chiede perché non possa competere con gli uomini. Convince i responsabili della Gazzetta a farle correre il Lombardia, perché il regolamento dice che è una corsa riservata ai ciclisti, ma non dice di che genere. Si svolge nel 1917, una settimana dopo Caporetto. Quando Luigi viene ricoverato in un ospedale psichiatrico, lei ritorna a Fossamarcia a far la sarta, ma nel 1924 torna alla redazione de La Gazzetta e chiede di correre il Giro d’Italia.
Ha già 33 anni. «Ma ho un marito in manicomio che devo aiutare – dice – e una bambina a scuola che mi costa 10 lire al giorno. Cosa devo fare, la puttana?».
Gli organizzatori si fanno due conti. Tutti i grandi campioni – Girardengo, Belloni, Brunero, Binda, Bottecchia – hanno rinunciato perché il compenso è basso.
“Senza stelle – racconta Arribas su El Pais – il Giro rischia di essere un disastro. La partecipazione di una donna può salvarlo”.
In effetti va così. La corsa si muove il 10 maggio da Porta Ticinese a Milano, lei porta i capelli tagliati, il numero 72 dietro la schiena, in tasca porta un quarto di pollo, un filetto, due panini al prosciutto e due alla marmellata, tre uova crude, due banane, due mele, un’arancia, dei biscotti e una tavoletta di cioccolato. Nell’elenco dei partecipanti pubblicato dalla Gazzetta appare come Alfonsin, sul Corriere della sera come Alfonso. Il Giro non vuole scandali. Lei va, corre, finisce tutte le tappe, “sempre dietro alla prima – scrive Arribas – ma sempre davanti a qualche uomo”.
Finché all’ottava tappa, tra L’Aquila e Perugia sotto un diluvio, cade due volte, fora e rompe il telaio. Riesce a ripararlo in qualche modo con un manico di scopa, ma rompe pure una ruota. Va fuori tempo massimo. Sarebbe eliminata. Sarebbe. Ma tutto il gruppo intercede, chiedono all’organizzazione di tenerla ancora in gara. Non solo la richiesta viene accolta, ma ad Alfonsina Strada vengono promessi il pagamento dell’alloggio e delll’assistenza, nel caso in cui dovesse finire la corsa. È lei il motivo dell’incremento delle vendite della Gazzetta. Il Giro lo vince Giuseppe Enrici, un italiano nato a Pittsburgh, “le cui fortune per il pubblico – ha scritto Arribas – contano meno delle sfortune di Alfonsina Strada, attesa al traguardo dalla folla per l’applauso”.
Finiranno il Giro 30 uomini. Trenta uomini, più Alfonsina. Non le hanno mai più permesso di iscriversi al Giro.
Oggi, 24 maggio, sono cent’anni della tappa di Perugia, la tappa del diluvio, del manico di scopa e della sua vittoria definitiva da ultima. Il Giro aveva bisogno di lei.
COVER vista qui