Hanno arrestato sette persone, i feriti sono stati diciassette e poteva scapparci il morto. Sono state distrutte decine di macchine, la polizia ha dovuto lanciare lacrimogeni. Cinquanta giovani sono stati fermati e schedati, centinaia di persone si sono sentite male, almeno una decina di agenti si sono fatti medicare dopo essere stati colpiti dal lancio di bottiglie di vetro. Stamattina sui giornali sportivi si parla di questo, della giornata di follia vissuta a Roma da ventimila persone in fila per comprare un biglietto, un biglietto per la finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool, a fine mese all’Olimpico. Una caccia selvaggia, la chiama la Gazzetta, “ore di assurda violenza in una scenografia da film di guerra. La carica della polizia a cavallo, due elicotteri che volteggiavano davanti allo stadio Olimpico, la marea di gente che urlava, ondeggiava paurosamente”.
A mezzanotte e mezza molte persone hanno cominciato a sistemarsi in camper, tende, sacchi a pelo. Piazza della Palla è diventato un accampamento. Radio e stereo a tutto volume, qualche chitarra e una prima miccia di violenza quando qualcuno ha visto passare i pullman dei tifosi della Lazio di ritorno da Pisa. Una cinquantina di teppisti hanno preso posizione sul lungotevere e hanno cominciato a lanciare pietre. Intorno alle 2 è iniziata invece l’intimidazione verso chi stava in fila. Ettore Arena, benzinaio, si era messo in coda dalle tre del pomeriggio del sabato, per esser certo di prendere un biglietto all’apertura dei botteghini il lunedì mattina. Quando hanno tirato u le serrande alle 8 e mezza, i quindicimila in attesa si sono trovati di fronte un gruppo di giovani che ha cominciato a scardinare le grate, entrando nello stadio e sorpassando. È cominciato il vero caos. I responsabili del servizio d’ordine della Roma hanno suggerito l’apertura del cancello. Fuori c’erano tre camionette della polizia in tutto.
Un assalto impressionante. Decine di persone travolte, altre portate fuori dalla mischia a braccia. Chi riusciva a veder rispettato il turno, quelli che erano in grado di entrare nella palazzina, all’uscita si trovavano a dover sfondare un muro di decine di migliaia di persone fuori controllo. In fondo alla coda un centinaio di teppisti armati di coltello. I biglietti li rubavan0.
Solo alle 10 del mattino gli agenti sono riusciti a circondare l’area. Alcuni testimoni raccontano che i poliziotti hanno sparato in aria, la questura di Roma smentisce. Le biglietterie sono state chiuse, la piazza era un tappeto di vetri, sassi, fumogeni bruciati. Le prime autoambulanze sono partite a sirene spiegate verso gli ospedali. Una radio privata ha dato la notizia di due morti.
A mezzogiorno la situazione si è normalizzata, mentre la questura spiegava di sentirsi inerme. Per mettere insieme i duecento agenti scarsi in servizio, avevano dovuto sottrarli ad altri compiti. Gli ultimi biglietti sono stati venduti alle quattro del pomeriggio.
Nel suo editoriale sulla Gazzetta, Mario Pennacchia ha scritto che l’Olimpico è sembrato ieri un quartiere di Beirut. “Tutto questo solo per un biglietto non numerato, cioè per il posto più umile e più scomodo dell’Olimpico. Impossibile negare che sul piano organizzativo siano stati commessi errori sulla scorta di calcoli ottimistici, forse basati sul precedente di 20.000 biglietti pacificamente venduti in sole due ore alla vigilia di Roma-Juventus. Ma è anche indubbio che in questa vicenda assurda qualcosa è scattato per scatenare un autentico furore che ha colto alla sprovvista i pur collaudati servizi organizzativi della Roma e le non meno temprate forze dell’ordine. Un furore che, mentre da un lato sfugge ad ogni spiegazione razionale e di pura passione sportiva, dall’altro spaventa per le gravissime conseguenze evitate ieri e per le più pericolose prospettive. C’è almeno un aspetto che conforta: da ieri più nessuno può contare sull’alibi-sorpresa”.
Tutto il resto stamattina passa un po’ in secondo piano. Karl-Heinz Rummenigge che in serata sfida in amichevole la sua prossima Inter con il suo vecchio Bayern. Paulo Roberto Falcão pronto a firmare un rinnovo di due anni con la Roma. La Juventus che domani gioca la finale di Coppa delle Coppe contro il Porto. La Gazzetta celebra il nuovo titolo di capocannoniere di Michel Platini: dopo la finale di Coppa si metterà alla testa della Francia negli Europei di casa. “Mai visto un regista che segna tanti gol”, dice il giornale milanese.
La Stampa scrive che dalla sconfitta con l’Amburgo di un anno fa in finale di Coppa dei Campioni è nata “la squadra che ha conquistato lo scudetto, che ha riscattato una stagione deludente, ma la «vendetta» non può considerarsi completa se la Juve non riuscirà a far sua la Coppa Coppe domani sera contro il Porto. Protagonisti mancati ad Atene, Rossi e Boniek sperano di aver maggior fortuna qui a Basilea. Inutile negarlo: il timore di una nuova beffa aleggia come un fantasma da scacciare ad ogni costo. Dicono che domani sera Boniek disputerà la sua ultima partita ufficiale con la Juve, ma negli ultimi tempi la posizione di Zibì si è rafforzata e potrebbe anche essere confermato”.
È la prima volta che qualcuno lo scrive. Fino a ieri il racconto diffuso dava il polacco in uscita, se non altro in caso di sconfitta a Basilea.
La Gazzetta invita a non sottovalutare la tattica del fuorigioco dei portoghesi e il loro centravanti Fernando Gomes. Roberto Beccantini lo racconta come “scapolo impenitente, sorriso Durbans, come si diceva all’epoca di Carosello, Gomes è nato ad Oporto, viaggia in Porsche e va matto per Meryl Streep”.
MERCATO
Udine spaccata per Zico
Adesso per Maradona spunta il Napoli. Figuriamoci
Il grosso nome che domina i titoli nelle pagine di mercato è quello di Zico. “Udine si spacca” dice la Gazzetta. Il presidente Mazza ha detto di non voler fare la fine di Cagliari, Lazio e Vicenza – per per non aver venduto Riva, Chinaglia e Rossi sono poi finite in serie B. David Messina sulla Gazzetta commenta: “Circa un anno fa, un ciclone di polemiche investiva l’Udinese, minacciando di squassarla. CONI, Federcalcio, Lega e i rappresentanti di 35 società professionistiche su 36 accusavano la società friulana di voler condurre in porto a tutti i costi un acquisto che avrebbe sconvolto gli equilibri economico-finanziari dell’intero calcio italiano. Il presidente dell’Udinese Lamberto Mazza rispose a quelle polemiche, affermando che l’acquisto di Zico costituiva la più grande operazione di ingegneria finanziaria che fosse mai stata realizzata nel calcio italiano. Adesso, a un anno circa di distanza, Mazza viene a chiedere imperiosamente ai tifosi un finanziamento di oltre dieci miliardi, pena la cessione di Zico. E la famosa operazione di alta ingegneria finanziaria che fine ha fatto? Non doveva essere Zico il mezzo per far affluire nelle casse dell’Udinese i miliardi necessari all’ulteriore rilancio della squadra? Investa dunque Mazza, ma di tasca sua. Se invece non ha alcuna voglia di investire e sta solo cercando un alibi per attribuire ai tifosi la responsabilità di aver venduto Zico, sbaglia di grosso”.
Dell’arrivo di Maradona in Italia non c’è più traccia. O perlomeno le tracce non sono più così evidenti come nei giorni scorsi. La Gazzetta dice che “il calcio-mercato esce dalla clandestinità”, il Napoli sta per annunciare l’arrivo dall’Ascoli di Novellino e De Vecchi, Favero dall’Avellino in cambio della cessione definitiva di Ramon Diaz, e poi – tra le righe, ma senza un richiamo nel titolo – si legge che “il colpo grosso, grossissimo, tuttavia il Napoli lo sta preparando in gran segreto. Il direttore generale Antonio Juliano si è inserito segretamente nella corsa al più grande fuoriclasse straniero che rimane ancora disponibile sul mercato, l’argentino Diego Maradona.
È noto che Maradona costituisce l’obiettivo principale della Juventus ma, mentre la società campione d’Italia è tutta presa dalla finale di coppa delle Coppe contro il Porto, il Napoli lavora per soffiarle Dieguito. Il Barcellona ha già dettato le sue condizioni: sei milioni di dollari, poco meno di dieci miliardi di lire, pagabili peraltro in tre o quattro anni, a tre miliardi circa all’anno. Juliano ovviamente ha tremato ma non si è tirato definitivamente indietro. Sta preparando una controproposta”.
Boh. Il Napoli è la squadra che si è salvata grazie a tre rigori presi con tre tuffi da Celestini in area e segnati da Moreno Ferrario, lo stopper. Ieri ha annunciato il rinnovo del contratto all’allenatore Rino Marchesi, ha già Dirceu, Krol non è più così sicuro di volersene andare, Juliano sta parlando con Socrates in Brasile. Troppe cose per la 12esima di serie A su 16 squadre.
➣ Il Napoli di cosa ha bisogno? Bisogna aspettarsi una rivoluzione nei ranghi della squadra?
«Più che di rivoluzione parlerei di inserimenti. Che, soprattutto, devono essere adeguati alle aspirazioni che una città come Napoli deve giustamente avere
➣ Saranno molti questi inserimenti, Marchesi?
Penso che meno si parla di queste cose meglio è. Se ne aspettiamo quattro e ne arrivano due è un male. Se ne aspettiamo uno e ne arrivano due, è una buona cosa.
➣ Ci sono giocatori che lei considera incedibili?
Diversi. E mi auguro che il Napoli si tenga i migliori.
➣ I giocatori che Marchesi considera preziosi sono Ferrario, Celestini, Castellini e Bruscolotti (n.d.r.). Un’ultima domanda, Marchesi e riguarda Krol: resterà?
Per Krol ho stima, simpatia, ammirazione. Bisognerà valutare il problema, anche considerando che l’anno prossimo le frontiere verranno chiuse.
intervista di rosario pastore, La Gazzetta dello sport, 15 maggio 1984
LA POLITICA
Il governo nella P2 e la guerra fredda
Il presidente del Consiglio Bettino Craxi è stato costretto a rispettare la decisione della Camera di tenere un dibattito parlamentare sull’affare Longo-P2, la presenza di un suo ministro nell’elenco degli iscritti alla loggia di Gelli. Oggi pomeriggio risponderà personalmente in Parlamento alle interrogazioni presentate da tutti i gruppi. La decisione è stata presa ieri sera dopo un frenetico giro di consultazioni tra Roma e Verona, e dopo che Palazzo Chigi aveva già annunciato che il governo sarebbe stato rappresentato a Montecitorio non da Craxi ma dal sottosegretario Amato. La notizia ha determinato non solo la reazione durissima delle sinistre, decise ad impedire questa sfida al Parlamento, ma anche disagio in molti ambienti del pentapartito. In serata Craxi ha fatto retromarcia.
L’URSS ha definitivamente annunciato che non cambierà idea sul boicottaggio delle Olimpiadi di Los Angeles. I rapporti con gli USA sono di nuovo gelidi. Da Washington ieri sono arrivate due gravi notizie sull’accelerazione dei processi di riarmo. Con una improvvisa conferenza stampa, Reagan ha rilanciato il suo massiccio programma missilistico. Da Mosca è giunto allora l’annuncio di una intensificata attuazione delle contromisure previste dopo l’inizio dell’installazione dei Cruise e dei Pershing 2 in Europa occidentale. La TASS e la tv sovietica hanno comunicato che nuove batterie di «complessi missilistici tattico-operativi» vengono montate nella Germania dell’est come «risposta alla prosecuzione dell’installazione dei missili
americani in Europa occidentale». L’annuncio è stato letto durante il telegiornale. L’Unità spiega che i sovietici non avevano mai chiarito bene l’esistenza di un programma graduale di installazione dei missili dalla gittata lunga. Dovrebbe trattarsi degli SS-22, mille chilometri di capacità, “in condizione di raggiungere tutte le nuove postazioni missilistiche americane con precisione chirurgica” dice il giornale del PCI, “ad eccezione, di quelle costruite a Comiso, a partire dal territorio della DDR e della Cecoslovacchia”.
LA CULTURA
Le formiche di Herzog a Cannes
intervista di alberto crespi, L’Unità, 15 maggio 1984
È assurdo fare a Werner Herzog un’intervista di venti minuti. Herzog è un uomo con cui si vorrebbe parlare per ore. La fronte alta e spaziosa, i lunghi capelli e la barba di una settimana, gli occhi azzurri, sereni e profondi di un uomo a cui i deserti e le foreste hanno insegnato una saggezza da cui forse noi, prigionieri dei nostri villaggi elettronici, siamo per sempre esclusi. Herzog ha presentato qui a Cannes, Il paese dove sognano le formiche verdi, ambientato in Australia, ma è reduce dal Nicaragua dove ha terminato (tre giorni fa!) di girare un documentario sugli indios Misquitos, ed è in partenza per l’Himalaya dove, sulle cime del Kharakhorum, farà un film con un altro grande viaggiatore, l’alpinista Reinhold Messner.
«È stato Messner a cercarmi per questo film, ma se non fosse venuto sarei andato io, prima o poi, a cercare lui. Quando l’ho conosciuto gli ho detto subito che era destino che ci incontrassimo».
➣ Dopo gli indios di Aguirre e di Fitzcarraldo, gli aborigeni di quest’ultimo film. Perché questo interesse per le culture primitive?
«In primo luogo, fino a due o tre generazioni fa gli aborigeni erano in piena età della pietra, ma non sono per nulla primitivi. Hanno una struttura familiare molto unita e complessa, hanno un’affascinante mitologia, tutte cose che noi abbiamo perduto. A loro confronto, i primitivi siamo noi. Io sono affascinato dalle culture che stanno per scomparire, perché credo che confrontandoci con loro possiamo meglio comprendere noi stessi. È anche un modo di trovare
nuove speranze. Non voglio vivere in un mondo dove tutti pensano all’americana, e dove si mangiano solo hamburger e patatine».
➣ Come è stata la collaborazione con gli aborigeni durante le riprese del film?
«Abbiamo cercato di evitare gli errori di altri cineasti che avevano già lavorato con loro. Li abbiamo rispettati, prima di ogni altra cosa. Con loro non si può mai gridare e bisogna essere molto pazienti, perché hanno una concezione del tempo molto diversa dalla nostra e non possono concepire la fretta che spesso condiziona le riprese di un film. Quando una ripresa non andava bene, non si poteva sgridarli: ci siedevamo, fumavamo una pipa e parlavamo con calma finché i problemi non erano risolti. Nel loro contratto hanno voluto una clausola ben precisa: loro vivono nell’estremo nord dell’Australia, e si erano trasferiti a sud per le riprese, ma hanno subito chiarito che se un membro delle loro famiglie, al nord, fosse morto, sarebbero scomparsi tutti per tre o quattro settimane. Così abbiamo girato con il continuo terrore che sparissero senza nemmeno avvisarci».
➣ Naturalmente, le Formiche verdi è tutto fuorché un film esotico…
«Assolutamente. È un film anche divertente, perché tutti i miei film sono, per certi versi, delle commedie. Ma è un film su un mondo che la civiltà sta distruggendo. Sai che in Australia vive un vecchio aborigeno che è rimasto l’unico uomo al mondo a parlare la sua lingua, che nessuno capisce? Io ho visto quest’uomo e ho capito di trovarmi di fronte ad una delle più inimmaginabili tragedie dell’umanità».
➣ C’è sempre, nei tuoi film, questa sensazione di avere a che fare con delle esperienze di vita, non con dei prodotti spettacolari. Quasi che il tuo fare cinema fosse una sorta di missione.
«Una missione no, perché non sono religioso. All’età di 14 anni mi sono convertito al cattolicesimo, ma ho cambiato idea quasi subito, e ora sono convinto che esista la Chiesa, ma che non esista Dio. Però, è certo che io sento i miei film come un dovere da compiere. Scrivo le mie sceneggiature molto velocemente, come se le vedessi già sullo schermo, ma in seguito la realizzazione del film è sempre un modo di verificare se stessi. Però è falso che io vada alla ricerca delle difficoltà. Fitzcarraldo ha avuto una lavorazione travagliata, ma per le Formiche verdi abbiamo girato solo 28 giorni, e senza problemi. Anche le popolazioni bianche del luogo ci hanno aiutato, anche se non erano molto contenti che lavorassimo con quei negri bastardi, come li chiamano loro».
➣ Australia, Nicaragua, Himalaya. Sempre in viaggio, vero?
«Il viaggio è una struttura superficiale. Viaggiare è solo un modo di esplorare me stesso, di cercare nuove immagini, nuovi mondi fantastici. Sono andato in Australia perché il film lo esigeva: se dovessi fare un film su Michelangelo verrei in Italia, se volessi fare la biografia di Gengis Khan andrei in Mongolia. Ma la cosa più importante, che ti prego di non dimenticare, è che io ho lasciato il mio paese, ma non ho mai lasciato la mia cultura».