Manuel Vicent è disgustato. Chi ha aperto El Pais stamattina, ha trovato una sua invettiva contro gli spettatori delle corride. “Ci sono ancora dei bei progressisti – ha scritto – degli intellettuali, dei poeti che santificano questa festa. Durante l’inverno se ne rimangono di solito ibernati, ma quando arriva il bel tempo, quando arriva la fiera, all’improvviso vengono alla luce, dimenticano le teorie quantistiche, il verso spezzato o il principio di indeterminazione di Heidegger e cominciano a parlare di corna, di affondi, della gamba che il matador deve mettere avanti. Nella Plaza de Las Ventas, queste persone barbute, sedute tra i giapponesi in autobus, analizzano con espressione profonda la perfezione dei colpi”.
Vicent è nato nell’anno in cui è cominciata la guerra civile di Spagna, quattro anni dopo l’opera più famosa di Hemingway su tori e toreri. Ha pubblicato una quindicina d’anni fa un libro su Garcia Lorca. Ma Il primo ricordo della sua infanzia sono i franchisti a Villavieja, il suo paese. Così è cresciuto repubblicano, antimilitarista e anticlericale. Deve essere cresciuto anche anti-corrida, perché nella sua colonna settimanale in ultima pagina sul giornale spagnolo ha scritto che “la corrida può essere considerata cultura solo se il cannibalismo è gastronomia, anche se mettere il prossimo in una pentola, cuocerlo a fuoco basso e poi mangiarlo è una cerimonia più antica, emozionante e filosofica di mettere a ingrassare una carne con mangimi composti in una fabbrica, rinchiuderla impunemente in un’arena e degradare il pubblico con lo spettacolo del suo sacrificio in un manierismo di sangue. Fortunatamente – prosegue lo scrittore – questo residuo storico della nostra crudeltà, che alcuni cercano di giustificare con i valori della razza, diverte solo poche persone anziane. La gioventù spagnola è cresciuta fuori da questo piccolo e disgustoso partito”.
César Luis Menotti è di due anni più giovane di Vicent. Ha 56 anni. Ma ieri se n’è andato alla corrida con il suo assistente Rogelio Poncini. “Sono stati attenti spettatori” di quella tenuta al Monumental di Barcellona. Così ha scritto il Mundo Deportivo, e dopo la morte del terzo toro pomeridiano El Flaco ha detto al giornale catalano di non essere un amante de las fiestas, voleva solo passare un pomeriggio spensierato. Poncini chiarirà che un amico comune li aveva invitati, aveva dei biglietti per la fila 11. In Argentina corride non ce ne sono. In Messico, in Perù, in Colombia, certo che ne fanno. Era una buona occasione per vedere da vicino di cosa si tratta, ecco perché sono andati, sono andati e hanno ammirato “Emilio Muñoz nei panni di Maradona in questa occasione. Un artista”.
È l’unica riga in tutto il giornale dedicata a Diego dal giornale sportivo catalano, la voce del barcellonismo militante. Strano. La settimana a Barcellona è cominciata senza che si parli di lui. C’è addirittura più spazio per l’ultima partita della carriera di Johan Cruyff, al quale in Catalogna non hanno smesso di voler bene, né lui a loro, tanto da cambiarsi la grafia del cognome, catalanizzandolo. All’età di 37 anni Cruyff si è concesso un ultimo giro di giostra con la maglia del Feyenoord, gli avversari del suo Ayax, portandolo alla vittoria del campionato. Ieri nell’ultima giornata contro lo Zwolle, ha anche segnato il suo ultimo gol. Ha scartato il portiere e ha messo la palla in porta, dopo essere stato smarcato in mezzo all’area dal passaggio di questo 22enne in cui l’Olanda crede molto, ha già segnato cinque gol in nazionale, si chiama Ruud Gullit.
Per la verità, di Maradona stamattina non si parla neppure sui giornali italiani. È il lunedì dei verdetti finali in campionato. La Gazzetta ha dedicato il titolo d’apertura alla retrocessione del Genoa in serie B. Ha battuto la Juventus fresca di scudetto con un gol di Bosetti a un minuto dalla fine, ma “il miracolo non è riuscito del tutto” scrive il giornale di Cannavò, perché la Lazio ha pareggiato 2-2 sul campo del Pisa e si è salvata per gli scontri diretti. È stato decisivo un rigore segnato da Giordano, un rigore che boh, mi sa che non c’era.
“Quando si vede volare Manfredonia – scrive la Gazzetta – si ha proprio l’impressione che Mariani non l’abbia nemmeno toccato”.
A Genova sono furibondi. Vincenzo Romano, difensore, ha detto: «Ci ha mandato in B l’arbitro D’Elia», ma anche l’allenatore Gigi Simoni è stato pesante. «Sono tanti dieci rigori concessi a una squadra come la Lazio che si salva all’ultima giornata, per non parlare dei tre rigori inesistenti concessi al Napoli in due partite. Nelle ultime 8 gare abbiamo ottenuto 12 punti, una media da scudetto, non meritiamo la B». Briaschi, il centravanti, è convinto che «hanno fatto il possibile per toglierci di mezzo».
Bruno Giordano, alla Lazio, è felice e manda un messaggio al suo presidente Giorgio Chinaglia. «Sarebbe bello giocare con Rossi e Platini ma se arrivano i rinforzi resto volentieri». Ha letto nei giorni scorsi che i giornali danno ormai per fatto il suo passaggio alla Juventus, insieme con l’amico Manfredonia – destinato a essere girato al Milan in cambio di Collovati. Così dicono. Allora Giordano chiama Bearzot: «Adesso – ha detto – sono pronto per tornare in maglia azzurra».
La Gazzetta si è presa un giorno di pausa col calciomercato. La sola concessione riguarda Zico, perché prima di Udinese-Milan il presidente della squadra Mazza ha fatto un appello dallo schermo gigante dello stadio. Ha detto: «Tifosi, datemi i soldi o devo vendere Zico». È il titolo in prima pagina del giornale. Chiede di abbonarsi per due anni. «Tifosi allibiti» dice la Gazzetta – già in clima di vigilia per la finale di Coppa delle Coppe della Juventus contro il Porto, fra due giorni. Se la Juve porta a casa il trofeo, Zibì Boniek resta accanto a Michel Platini come secondo straniero anche l’anno prossimo. Se la Coppa sfuma – così dicevano i giornali fino a ieri – Agnelli cambia, e Maradona ha più chance di tutti di arrivare a Torino. Forse da domani si tornerà a parlarne. Negli spogliatoi dello stadio Partenio, il segretario dell’Avellino Pier Paolo Marino ha detto che il 26 maggio Diego sarà al San Paolo per un’amichevole tra il Barcellona e una mista Napoli-Avellino. Può essere l’occasione giusta per Boniperti e Agnelli.
Gianni Brera su Repubblica ha scritto che gli “fa male al cuore pensare il Genoa retrocesso; immaginare soltanto le furenti baraonde contro Fossati, colpevole di non voler Maradona e altri soggetti degni del “gran passato grifonesco”. Quando sento inneggiare a quel “gran passato” (e succede da oltre mezzo secolo) mi viene in mente uno straordinario secondogenito Gonzaga che si stufò di sentir condita in tutte le salse la “patria virgiliana” e diede ordine di buttare a lago la statua del poeta. È in virtù del “gran passato” che i genoani si sono abbandonati a inenarrabili presunzioni: e adesso siamo di nuovo qui pronti a pagare, che è l’operazione più sgradevole di questo mondo! Quando c’è di mezzo il Genoa, io non sono né posso essere neutrale”.
È la sua squadra del cuore, lo scrive spesso, qualcuno dice che sia una copertura – che in realtà è tifoso di una delle milanesi. Anti-juventino, certamente. Questo non lo nasconde mai.
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