Elogio di Luca Vergallito, ultimo nella dantesca Huy

  Partirono in 174 ed erano abbastanza. Ma bomba o non bomba sul Muro di Huy sono arrivati in 44. Uno sì e tre no. Pioggia, freddo e vento sono riusciti a trasformare pure la Freccia Vallone in una signora corsa. Poveri corridori ha detto Giovanni Battistuzzi, giornalista del Foglio. In Francia hanno un aggettivo: dantesque. In Francia hanno Alexandre Roos che stamattina su L’Équipe dice che una delle gare più codificate della stagione è stata sconvolta dai capricci del tempo primaverile, dall’ira di forze superiori, per offrire una delle edizioni più folli della Freccia Vallone degli ultimi tre decenni. Bastava vedere come la corsa sputava fuori i corridori per capire il calvario che li aveva colpiti, come dei naufraghi in una sorta di apocalisse, a ricordarci che il ciclismo, questa dolce follia, non è uno sport come nessun altro.

Mattias Skjelmose, uno dei favoriti, per giunta un ragazzo che viene dalle brume del nord d’Europa, è stato pietrificato dal freddo, preso da convulsioni come se fosse abitato dal male [ancora Roos]. Skjelmose si è staccato già al secondo passaggio sul Muro di Huy, tremava, non era in grado di camminare. 

 

 

L’uno su tre giunto al traguardo, i 44 che ce l’hanno fatta, sono arrivati “disidratati come una manciata di frutta secca” [sempre Roos] e prima di tutti, davanti a tutti, c’era l’imprevedibile Stephen Williams, primo britannico di sempre a Huy, dal Galles, tredicesima nazione a entrare nell’albo d’oro. 

Carlos Arribas su El Pais ricorda che né Barry Hoban, né Tom Simpson, né Chris Froome, né qualcuno fra gli Yates, né Robert o David Millar, né Geraint Thomas, né Nico Roche, né suo cugino Dan Martin, né Stephen Roche, né Sean Kelly erano mai riusciti a vincere sul Muro di Huy. 

Il Muro di Huy aveva parlato inglese solo quando era stato conquistato dal texano Lance Armstrong o dall’esotico australiano Cadel Evans. Fino a questa giornata da cani, neve e pioggia gelata nelle valli e sulle colline delle Ardenne. Stephen ha pedalato con un impermeabile scuro sulla maglia del team di Israele. Ha attaccato a 300 metri dalla vetta, ha curvato a sinistra, ha raggiunto un vantaggio di 10 metri e si è voltato per sei volte a guardare indietro, rischiando di torcersi dolorosamente il collo [Arribas, El Pais]. Ha vinto così davanti a Kévin Vauquelin e Maxim van Gils la corsa più aperta degli ultimi decenni, nel giorno dei mortali

Philippe Le Gars, su L’Equipe racconta come la traiettoria della sua carriera va contro ciò che vediamo nel ciclismo di oggi con questi corridori molto giovani e subito di grande successo.

Questo ragazzo che porta nel cognome la macchina di Prost e Piquet, gli Slam di Serena e Venus, all’età di 27 anni non aveva ancora vinto una corsa. Zero fino a gennaio scorso, al Tour Down Under in Australia. “Era una delle grandi speranze del ciclismo britannico in virtù delle sue doti da scalatore superiori alla media. Ma i problemi di salute, in particolare al ginocchio, hanno rallentato i suoi progressi”. Ora comincia una fase nuova della sua carriera, secondo il giornale francese. 

Enzo Vicennati su Bici Pro dice: Quando Williams ha attaccato, i primi hanno avuto appena il tempo di guardarsi. Nessuno attacca mai in quel punto, perché di solito poi si pianta. Eppure proprio quella piccola esitazione ha spalancato la porta al britannico della Israel Premier Tech, che al momento di tagliare il traguardo ha ricordato la gestualità e lo sguardo stravolto di Dan Martin. La differenza in questa Freccia Vallone, che ha perso subito i big del gruppo (ritirati o staccati), l’hanno fatta la fiducia, la capacità di gestire alimentazione, abbigliamento e stress

«Chiedete a qualcuno dei miei compagni di squadra, ieri sera e stamattina guardavamo sempre il cielo per capire come sarebbe stato il meteo. In effetti è davvero difficile correre in queste condizioni. Il circuito non era incredibilmente tecnico, quindi era gestibile. Ugualmente la cosa più difficile è provare a fare le cose normali in certe condizioni. Quindi mangiare, bere, cercare di non esagerare con lo stress, cercare di non vestirsi troppo. E oggi ho fatto tutto perfettamente. Sono partito con un paio di mantelline in tasca e penso di aver tolto l’ultima a 10-15 chilometri dall’arrivo. Mi sono sentito davvero a mio agio per tutto il giorno. Le mie mani si sono un po’ increspate, i piedi sono diventati freddi a un paio di giri dalla fine, ma a quel punto il gruppo era davvero piccolo. Eravamo tutti uguali in una corsa di bici, potevo gestirlo»

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Rachel Jary su Rouleur divaga meravigliosamente ricordando come i soldati romano-britannici portassero il simbolo del drago gallese sui loro bastoni e sui loro stendardi a Roma nel IV secolo: si pensava che portasse fortuna in battaglia. Ma quando l’orgoglioso gallese Stevie Williams ha tagliato il traguardo di un’edizione brutal e dura della Flèche Wallonne, gli ci è voluto molto più della semplice fortuna per arrivarci. Ogni ciclista che è riuscito a finire la corsa quest’anno merita un elogio: sarà una gara che molti sperano di dimenticare

Giovanni Battistuzzi su Giro di Ruota aveva parlato nei giorni scorsi della Freccia Vallone come di una corsa invecchiata male. È diventata un’attesa. Il copione non cambia. La fuga va, qualcuno resiste di più o di meno, poi tutti assieme appassionatamente sotto al Muro di Huy e via a vedere chi ne ha più degli altri. È invecchiata male la Freccia Vallone. E invecchia sempre peggio di anno in anno. Perché altrove le corse sono appassionanti, incerte, aperte a sceneggiature diverse, le più disparate. A Huy invece no. La sceneggiatura è unica. A volte cambia il protagonista principale, a volte neppure i coprotagonisti. 

Serve quasi più neppure vederla la Freccia Vallone. Basta farsi dire da qualche buonanima quando mancano due chilometri al Muro di Huy, stapparsi un birra piccola e seccarsela in due sorsi. E le birre piccole sarebbe ora di eliminarle dal commercio.

Il meteo invece ha sconvolto questa corsa così bloccata. 

Nel volto di Stephen Williams sotto lo striscione d’arrivo della Freccia Vallone – scrive Battistuzzi – non c’era traccia di gioia, di soddisfazione o di qualsiasi altro sentimento che la vittoria porta con sé. C’era solo una sofferenza dittatoriale, assoluta. Sa essere infame il ciclismo.  Il volto di Stephen Williams era il volto di un sopravvissuto, di chi sa che poteva andare peggio, di chi è consapevole che il meglio, e vincere la Freccia Vallone è tra il meglio che c’è – almeno nelle Ardenne e non solo nelle Ardenne –, a volte è una dannazione al quale si farebbe volentieri a meno.  

Il polacco Kwiatkowski ha scritto sui social: Se volete capire lo shock che il mio corpo ha subito con la tempesta di oggi, immaginate di buttare giù tre bicchierini di vodka a stomaco vuoto. L’effetto ti colpisce in pochi millisecondi. Dice Roos su L’Equipe che Tadej Pogacar e Mathieu Van der Poel devono essere molto contenti di non aver perso energie lottando contro lo scatenarsi degli elementi

 

  ULTIMI  Luca Vergallito

Luca Vergallito ha 26 anni. È nella Alpecin, la squadra di van der Poel. Nei suoi 31 giorni di corsa nel 2024 solo nove volte si è piazzato meglio rispetto al 44esimo posto di ieri. Ma il 44esimo posto di ieri è anche l’ultimo. Carlos Arribas su El Pais ha raccontato che anche i più cattolici del plotone maledicono la pessima abitudine della loro Chiesa di costruire i propri luoghi di culto solitamente al termine di strade ripide, pendii famigerati, una Via Crucis per tutti, e si sono diretti così lungo il Sentiero delle Cappelle di Huy, l’ultima roccaforte che ricorda come lì, in mezzo alla pianura vallone, 300 milioni di anni fa sorgesse una catena montuosa imponente quanto le Alpi. Un calvario insomma, con il Muro da scalare quattro volte, una in più dell’anno scorso, e anche se non vincono come Williams, anche se arrivano come l’ultimo, l’italiano Luca Vergallito, a più di sette minuti di ritardo, nell’ultimo respiro uscito dopo aver tagliato il traguardo, ognuno prova il piacere dell’estasi che cercava, con un’overdose di endorfine che inonda i ricettori neurologici, una sensazione che non si cambierebbe per niente e per nessuno

 

 

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