La vittoria alla Vuelta non ha cambiato Sepp Kuss, ancora compagno di squadra di lusso di Jonas Vingegaard alla Visma-Lease a bike, ancora in bilico tra una prosecuzione di carriera da gregario o una porzione da protagonista.
Al Giro della Catalogna è il capofila della squadra, con il giovane Cian Uijtdebroecks a fargli da super-spalla, come Peppino con Totò. Quando ha vinto la corsa in Spagna, Alessandra Giardini su Domani lo raccontò così:
"Quando Lance Armstrong disse tutti quei sì a Oprah Winfrey - sì mi sono sempre dopato, sì ho preso l’Epo, sì ho fatto trasfusioni, sì ho assunto testosterone e ormone della crescita - e chiuse con un unico no, alla domanda se si potessero vincere sette Tour de France senza pratiche illecite, Sepp Kuss era altrove. Aveva diciannove anni, studiava letteratura inglese al college, aveva lasciato l’hockey su ghiaccio per la mountain bike e beveva birre con i suoi amici a Durango, Colorado. Nessuno poteva immaginare che dieci anni più tardi sarebbe diventato l’uomo nuovo del ciclismo americano, quello che può rimettere in connessione il suo grande paese con uno sport straniero, poco conosciuto e che da dieci anni negli Usa collegano a un’idea fastidiosa di tradimento e disonore. Quello che amano gli americani dello sport: il dramma, la velocità, la forza, l’abilità e soprattutto le statistiche. La parola che Sepp Kuss, l’ex ragazzo di Durango che domenica ha vinto la Vuelta di Spagna, ha ripetuto più spesso nelle ultime settimane a proposito del suo insperato successo è hype. Un misto di aspettativa e di montatura, qualcosa che fa rumore e mette un’ansia positiva. Dopo la letteratura, Kuss si è laureato in pubblicità e l’hype è materia sua".
Pierre Menjot su L’Équipe lo ha intervistato stamattina, scrivendo che “Sepp Kuss è il tipo di persona che ti rallegra la giornata”.
Kuss gli ha detto che «quando vedi il livello del gruppo in primavera, capisci che devi allenarti tanto, devi scavare a fondo per essere anche solo al 90 %. In bici mi sento libero. Il ciclismo è uno sport difficile, ma è solo uno sport, non è come il lavoro, pieno di vincoli. Abbiamo momenti non facili né fisicamente né mentalmente, ma alla fine è un vero privilegio fare questo sport e devi esserne felice. Ho fatto dei lavoretti quando ero più giovane, cose normali, come stare seduto in un ufficio o in un negozio di biciclette, so cosa vuol dire, ed è molto diverso dal passare la giornata all’aria aperta, anche se non è sempre bel tempo».
Sul suo rapporto con il cibo e con lo strappo alle regole. «Bisogna essere molto precisi con il cibo: so quello che mi serve e mi accontento, ma mangio più o meno quello che voglio, tranne durante le gare dove davvero è tutto controllato e misurato. La birra bevuta dopo la vittoria di tappa a Javalambre? Sono fatto così. Bisogna fare le cose nel modo più serio possibile, ma bisogna fare pure ciò che ti rende felice, non pensare troppo a ogni dettaglio. Altrimenti ti costa energia. Bere quella birra mi ha dato freschezza mentale, anche se al fisico non ha fatto benissimo».
Prima della Vuelta, dice, «ero visto come un buon corridore, mai come uno che potesse lottare per la vittoria fino agli ultimi giorni. Adesso ho anche questa capacità, quindi probabilmente sarò considerato diversamente dai miei rivali. Ho una specie di bersaglio dietro la schiena, ma può diventare anche una risorsa, costringe gli altri a considerarmi, la squadra ha una doppia carta da giocare. Alla Vuelta è un bene che ci sia anche Jonas Vingegaard, mi toglie pressione». Ma quanto al Tour de France, «tutti vogliono vincere la corsa più prestigiosa, io non ne farò un’ossessione. Vorrei vincere cose diverse per avere un record completo, una tappa in ogni Grande Giro, per esempio, o più di una, corse di una settimana. Non è facile dire esattamente quello che sogno. Ma i mei sogni non sono cambiati. Non vivo per vincere il Tour».
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