L’Italia intorno alle mani di Irene Camber, la pianista che vinse il primo oro olimpico nel fioretto

Giulio Andreotti aveva 32 anni ed era già al suo quarto incarico di governo. Segretario del consiglio dei ministri. Esisteva ancora il ministero dell’Africa, eredità del velleitario impero d’un decennio prima. De Gasperi convocò il nuovo governo alle 17 e 45 del 26 luglio 1951 e per la prima volta ne faceva parte una donna. L’Italia ne aveva avuta una ai vertici mondiali dello sport [Ondina Valla, primo oro olimpico femminile nel ’36] e della letteratura [Grazia Deledda, premio Nobel nel ’26]. Era stata appena approvata la prima legge che garantiva la conservazione del posto di lavoro per la lavoratrice madre [1950]. Ma una donna al governo non c’era stata ancora. Eppure la donna italiana aveva già scoperto il seno al cinema, segno di emancipazione all’epoca, forse, se il primato se lo litigavano Doris Duranti [Carmela] e Clara Calamai [La cena delle beffe]. 

«Il mio era ripreso in piedi, il suo da sdraiata: e fa una certa differenza”» diceva Duranti, sorvolando sull’antecedente seno di Vittoria Carpi, mostrato di sfuggita e da comparsa ne La Corona di ferro. E comunque. Tre seni nudi, e non ancora una donna al potere.

 

La prima arrivava quel giorno lì, si chiamava Angela Maria Guidi. Le diedero il ruolo di sottosegretario all’Industria e al Commercio, con delega all’artigianato. Ma col suo cognome la conoscevano in pochi. Per tutti era la Cingolani. La moglie del gruppo dei senatori dc, madre del segretario particolare del presidente del consiglio De Gasperi, la prima donna a prendere la parola in un’assemblea istituzionale, una delle 21 nella Costituente.

«Colleghi consultori, nel vostro applauso ravviso un saluto per la donna che per la prima volta parla in quest’aula. Non un applauso dunque per la mia persona, ma per me quale rappresentante delle donne italiane che ora, per la prima volta, partecipano alla vita politica del Paese. Parole gentili, molte ne abbiamo intese nei nostri riguardi, ma le prove concrete di fiducia in pubblici uffici non sono molte in verità. Qualche assessore, una vice sindaco come la nostra di Alessandria e qualche altro incarico assai, assai sporadico: eppure nel campo del lavoro, della previdenza, della maternità e infanzia, della assistenza in genere e in quella post-bellica in specie, ci sarebbe stato modo di provare la nostra maturità e capacità di realizzatrici».

I giornali dell’epoca scrivono che al suo arrivo alla prima riunione di governo i ministri le fanno il baciamano. Dicono che al giuramento alla Camilluccia lei fosse fra i pochi a non arrivare in taxi o a bordo di auto blu, ma con la sua macchina di proprietà, una 1.100. Però ci sono giornali che inciampano nel lapsus e la mettono nel gruppo di “uomini nuovi” del governo. Uomini nuovi. Sebbene donna.

 

Alle donne l’Unità dell’epoca dedicava una pagina. Quella settimana lì c’era un pezzo sulle lavoratrici nella miniera di Iglesias, una foto sulla moda in campagna, l’appello alla pace delle mamme coreane che chiedevano latte per i loro bambini.

Questa era l’Italia nella quale Irene Camber, 26 anni, triestina, sarebbe diventata la prima donna con un’arma tra le mani a vincere un oro alle Olimpiadi. Era diplomata in pianoforte ed era stata la prima donna a laurearsi in chimica industriale all’università di Padova, come scrisse Emanuela Audisio su Repubblica

È morta all’età di 98 anni e la federazione scherma ricorda la sua pioniera recuperando un’intervista realizzata da Giorgio Caruso con i canali ufficiali per gli Assoluti tenuti 11 anni fa nella sua città. Camber disse che aveva amato la scherma perché «mi ha permesso di viaggiare tanto in un tempo in cui si faceva poco, così da poter conoscere il mondo» e ricordò «non tanto l’Olimpiade, vittoria soffertissima, quanto il successo al Mondiale in cui in 7 assalti presi soltanto 5 stoccate dalle mie avversarie». Ricordò la lezione ricevuta da suo padre, «l’importante non è vincere ma vincere con onestà, senza che nessuno ti regali nulla. E ai giovanissimi schermidori dico di essere pazienti e determinati, perché il nostro sport è una lunga sfida prima con se stessi».  

Esattamente vent’anni fa Corrado Sannucci andò a Lissone a intervistarla per Repubblica. Irene Camber era la radice di Antonella Ragno, e dunque di Dorina Vaccaroni, poi di Giovanna Trillini, Diana Bianchedi, Margherita Zalaffi, una storia proseguita con Valentina Vezzali, Margherita Granbassi, Elisa Di Francisca, Arianna Errigo, Alice Volpi, chissà chi altro ancora.

In segno di devozione – scrisse Sannucci – il marito di Irene Camber ha riempito il suo Centro Studi Impresa di gigantografie della moglie e poi di curriculum delle sue vittorie in varie dimensioni, come volesse combattere la nomea ingiustificata di carneade

Lei gli raccontò:

«La realtà è che la federazione non aveva interesse per la scherma femminile, tanto più che a quei tempi non c’era neanche la gara a squadre. Noi non contavamo niente, invece un argento tra gli uomini era vissuto come una disfatta».

«Ho cominciato a fare scherma a 8 anni nel ’34, a Trieste, anche se non è che mi piacesse molto. Durante la guerra mi dovetti fermare, ne approfittai per diplomarmi in pianoforte: poi nel dopoguerra fui la prima donna a laurearmi in chimica industriale. Nel frattempo avevo ripreso a tirare, e partecipai già ai Giochi di Londra, eliminata in un incontro in cui la giurata era una danese che avevo eliminato io in precedenza. Ma non mi lamentai, non mi sono mai lamentata. E poi, a dire la verità, io non sono mai stata una grande agonista».

«A Helsinki furono Giochi spartani. Fu la prima volta dei russi: alla cerimonia inaugurale entrarono allo stadio e si fece un silenzio di tomba. Durante la guerra la Finlandia li aveva avuti come invasori. Il nostro campo di gare era fuori Helsinki, in un campo da tennis ricoperto, sotto delle luci che ci ubriacavano. Io seguivo gli assalti, prendevo appunti sulla scherma delle mie avversarie. In mattinata ho superato senza difficoltà i primi turni, mentre le mie compagne venivano eliminate. A mezzogiorno ho chiesto alla mensa una bistecca: non me l’hanno data, mi hanno risposto che erano contate e che spettavano non ricordo a chi. Allora ho mangiato un uovo e una mela».

«Guardai il tabellone delle semifinaliste e mi dissi: il quarto posto lo posso fare. Si tirava con il girone all’italiana. Cominciai con due vittorie brillantissime, poi mi ritrovai con due americane dalle braccia lunghissime, Mitchell e Lee York, e ho perso con entrambe. Medaglia d’oro buttata, pensai tra di me. Ma poi batto l’ungherese Kovacs. Succede che la favorita, la Elek, che a 45 anni cercava il terzo oro in dodici anni, perda con la Mitchell. Ero calmissima mentre lei era più nervosa, conosceva la mia forza. Però riuscì subito a mettere dentro due stoccate. A quel punto mi dico: seconda sì, ma non con un cappotto. Cambio gioco, pareggio, ma poi subito dopo lei mette il 3-2. Io riesco di nuovo a fare 3-3, si vinceva al 4. Ricordo il silenzio intorno, le luci che mi davano fastidio. Ripensai a una cosa che mi diceva mio padre che era morto in Albania: sei tu che devi risolvere il tuo problema».

«Accennai un attacco e la Elek parò. Ripetei lo stesso attacco e lei parò con lo stesso gesto. Io stavo traccheggiando ma mi resi conto che lei rispondeva in modo meccanico, senza grande attenzione. E allora entrai decisa: feci un coupè e le entrai nella pancia».

«Si tolse subito la maschera e mi fece le congratulazioni. Da li nacque la nostra amicizia. Era una donna di un’intelligenza straordinaria. Era ebrea ma non le ho mai chiesto come abbia fatto a scampare allo sterminio. Devo a lei se sono entrata nella Federazione internazionale. Gli italiani non mi hanno mai considerato. Aveva anche composto l’inno degli schermidori ungheresi. Noi schermitrici allora eravamo più avanti del resto delle donne».

«Arrivai a Trieste con la corriera da Venezia, volevano essere sicuri dell’orario preciso, le 16,45. Fui portata per Corso Italia su una macchina scoperta, ci seguivano le macchine e 300 lambrette. Fu la vittoria di una città. Era l’emozione del momento». 

Diego Mariottini su Rivista Contrasti ha scritto che per essere una donna italiana del tempo ha un fisico diverso dalla media. Innanzitutto è alta 1,70 centimetri, statura notevole per allora. Poi, come se l’altezza non bastasse, unisce eleganza, compattezza muscolare e movimenti leggeri, ma anche efficaci e rapidi. Un bel vantaggio, rispetto alle altre

Un anno fa Artribune ha pubblicato un progetto fotografico dedicato a Irene Camber e curato da Matilde Corno, sua nipote. 

Irene – scriveva Crono – ricorda di aver studiato inglese a Trieste con il fratello di James Joyce. Irene mangia tanto cioccolato, fa le parole crociate e spesso si inventa la risposta o aspetta il numero dopo per poter copiare. Fa esercizio fisico tre volte alla settimana e suona il pianoforte tutti i giorni. Prima della quarantena vivevamo nella stessa casa per qualche tempo e tutte le mattine litigava con i gatti con il suo bastone da passeggio. Ora ha una testa tutta bianca come una montagna di neve.

 

[La foto di Irene Camber al piano è tratta dal sito del Comune di Trieste]

 

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