L’altro ’24. Gli ori di Nurmi tornano a Parigi

Le cinque medaglie d’oro vinte da Paavo Nurmi ai Giochi del 1924 saranno esposte al museo de La Monnaie di Parigi dal 27 marzo al 22 settembre. Saranno il filo che unisce le due edizioni olimpiche ospitate nella capitale francese a distanza di cento anni. Nurmi vinse i 1.500, i 5.000, i 3.000 a squadre, il cross individuale e il cross a squadre – le ultime tre specialità non fanno più parte del programma. Aveva conquistato tre ori già quattro anni prima ad Anversa, un altro lo aggiunse nell’edizione del ’28 ad Amsterdam.

Alla figura di Paavo Nurmi dedicò un memorabile pezzo Gianni Mura su Repubblica nel maggio del 2012. 

“Parlava pochissimo. Dopo Parigi, nel ’25, andò in America qualche mese a gareggiare e vinse 53 volte su 55. Mai un’intervista. E sì che era popolare come Greta Garbo, come Chaplin. Nel 1960 il presidente Usa, Lyndon Johnson, a Helsinki per una visita ufficiale chiese se gli fosse possibile incontrare Nurmi anche per pochi minuti. No grazie, disse il Silenzioso. La Finlandia gli dedicò un monumento, opera di Waino Aaltonen, lo scultore sordo. Nurmi corse sempre allo stesso modo, fedele al suo passo destinato a macinare gli avversari, senza scatti. Lo chiamano la Renna, l’Uomo-cronometro, la Macchina, la Furia del Baltico, ma nulla c’era di furioso nella sua corsa, piuttosto un’infusione di sisu, parola breve traducibile con parole lunghe: forza morale e fisica, coraggio, ostinazione, fiducia anche nelle situazioni più difficili. 

Facile, la vita non era stata. Il padre Johan, falegname, morì quando Paavo aveva 13 anni. Aveva comprato, a Turku, l’appartamento più povero, senza acqua né luce, al 4 di via Jarrumiehenkatu, vicino alla ferrovia. Una cucina e una grande stanza. Non voleva che Paavo corresse per le strade e nei boschi di betulle. «È una cosa stupida, correre», diceva. Matilda, rimasta vedova, affittò la cucina e si ritirò con i cinque figli in una sola stanza.

[] Si parla molto di un’intervista in latino fatta da Gianni Brera a Nurmi, nel suo negozio di camicie, durante le Olimpiadi di Helsinki 1952. Di questa intervista negli archivi della Gazzetta non v’è traccia. Mentre un ricordo di Nurmi si trova in Incontri e invettive (pagg. 218-223). «Toivo Aro era un banchiere di Helsinki, per mezzo suo intervistai Nurmi in latino. Era l’anno di scarsissima grazia 1946». A bordo del Bore I, in viaggio da Stoccolma a Turku. Brera è inviato per due quotidiani sportivi, precisa: la vecchia Gazzetta e l’Equipe-Elan. L’intervista è più col banchiere che con Nurmi. «Cur disqualificatus est?». «Dicitur coepisse pecuniam singulam americanorum per omnem passum, loqui de dollaris non possum ante eum». In questo pezzo, che è poi il “coccodrillo” di Nurmi, morto nel ’73, Brera dà una notizia che non ho letto altrove: la squalifica della Iaaf, nel ’32, arrivò su denuncia della Svezia, secondo cui Nurmi avrebbe ricevuto qualcosa come 70mila lire (del 1930) per il mondiale delle due miglia stabilito a Helsinki. 

 

Nurmi aveva affascinato anche l’Italo Calvino inviato ai Giochi di Helsinki per l’Unità nel ‘52. Scrisse un bel ritratto del finlandese, ex atleta e ormai camiciaio.

Dell’aureola mitica attorno al suo nome pare non si curi, quasi il grande corridore delle statue e delle rievocazioni sia un qualcosa d’ormai scisso dalla sua persona, un fantasma immutabilmente giovane che continua la sua corsa mentre lui s’è fermato. Nurmi non si cura più nemmeno del suo sport, non è diventato, come tanti altri ex campioni, un organizzatore, un tecnico o un allenatore: vive al di fuori degli ambienti olimpici, e quando vi ritorna è proprio perché non può rifiutarsi di commemorare se stesso

Ai funerali di Stato che la Finlandia dispose per lui, il presidente Kekkonen disse: «Quando muore un campione, un eroe, un simbolo, tutti guardiamo all’orizzonte per capire se arriverà qualcun altro come lui. Ma non arriverà, perché con l’uomo muore il suo stile».

L’Équipe ricorda che Nurmi fu l’eroe dell’edizione dell’altro ‘24 insieme con Johnny Weissmuller.

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