Nel gran ristorante del ciclismo, l’Omloop Het Nieuwsblad è segnata sul menu fra gli antipasti. È diventata dopo la pandemia un piatto che puoi prendere come un primo, da quando gli organizzatori hanno soffiato il Grammont al Giro delle Fiandre. Dal percorso dell’ultima edizione senza pubblico rimase escluso per certi contrasti amministrativi fra le regioni. L’Omloop invece continua a portare lassù le ruote del suo gruppo, per aprire come Iddio comanda la stagione delle classiche del nord. Chi si fa vedere davanti lungo questi 200 km, tra Gand e Ninove, con 13 muri e 9 settori di pavé, sarà davanti pure al Fiandre e alla Roubaix.
STRADE
Il Grammont
Fiorirà mostruosamente dalla terra a 17 km dall’arrivo, “un’impennata diritta che sembra il corso di un villaggio tirato all’impiedi” nella definizione di Mario Fossati per Repubblica. Scrisse Gian Paolo Ormezzano tempo fa su la Stampa che “per i ciclofili over 40 il nome, una scalata nel ricordo, impone sospiri intensi come quelli di chi lo deve pedalare”.
Prima saranno venuti il Leberg per tre volte, il Valkenberg, il Molenberg, e dopo il Bosberg, trampolino verso la discesa che porta fino al traguardo. Il Grammont è lungo circa mille metri, va dalla piazza del mercato di Geraardsbergen alla Notre-Dame de la Vieille-Montagne, una cappella dedicata alla Vergine della montagna. Si sale da 33 metri a 101 d’altitudine, con una pendenza media del 9,3%, la massima sfiora il 20%. Viene chiamato anche Kapelmuur, il Muro della cappella. Per i fiamminghi è il Muro di Geraardsbergen, Grammont lo chiamano i francesi.
Marco Pastonesi sulla Gazzetta dello sport di una decina d’anni fa lo descrisse come “i cubi di porfido, un acciottolato unto dalla geografia e arrotondato dalla storia, che trasforma ogni pedalata in una raffica di martellate sui muscoli dal collo alle caviglie. Basta e avanza per farne un mito”. Ne parlava in relazione al Giro delle Fiandre, perché il Muur stava al Fiandre “più del Poggio alla Sanremo e più del Ghisallo al Lombardia, anche più della foresta di Arenberg alla Roubaix. Perché, a una quindicina di chilometri dal traguardo, il Muro è come la sentenza di un tribunale militare: non fa sconti. Dopo un’odissea di 250 chilometri, il Muro stabilisce la differenza fra il vincitore e gli sconfitti, fra il semidio e gli umani, fra il l’eletto e i negletti”.
Pastonesi descrisse metro per metro la salita e concluse: “A questo punto, chi ne ha ancora, vede la Cappella di Nostra Signora della Vecchia Montagna, e chi non ne ha più, vede Nostra Signora in persona”. Il pubblico di questa corsa “è malato e pellegrino. Dalle 10 di mattina, un’infinita attesa di cinque ore fra birra, salsicce, mostarda e patate fritte”.

SENTIRE
Lo stato d’animo con cui si va alla Omloop
La rivista Rouleur ha scritto che è finalmente giunto il momento per il WorldTour di allontanarsi dai climi soleggiati del Medio Oriente e dell’Australia, per “abbracciare invece i lunatici cieli di febbraio del Belgio”. Benedette le brume, i colori cari ai pittori fiamminghi, i ciottoli e le strade come i dorsi degli asini, con le pendenze dalla doppia cifra.
Nell’archivio di Slalom c’è un vecchio stato d’animo confessato da Alexandre Roos su l’Équipe alla vigilia di una Omloop, quando scriveva che “ogni anno saliamo su questo ring per il primo vero combattimento della stagione, il primo tassello di un domino che ci deve portare molto velocemente ad altri dolci week-end, in altre Scale del ciclismo, il Poggio, il Vecchio Kwaremont o nella foresta di Arenberg che fremiamo per rivedere, e saliamo qui perché, fondamentalmente, ci piace imparare come si pronuncia Haaghoek. Non è ancora il Giro delle Fiandre, certo, ma è una corsa sufficiente a massaggiare la nostra malinconia. Il fatto che il via sia dato prima di mezzogiorno è una buona notizia. Spesso, qui, l’inverno tarda a fare i bagagli, gli alberi restano a lungo spettinati da un clima rigido, in un paesaggio di tristezza, ma questa settimana la luce è accesa come in un solarium, il tempo è fantastico e bellissimo”.
Alessandra Giardini, firma della Gazzetta e di Bicisport, vive la Omloop così: “Tutti i mesi che sono venuti prima – novembre, dicembre, gennaio, e quasi tutto febbraio – sono stati nient’altro che un lungo sabato del villaggio. Tutte le altre corse – Down Under, San Juan e compagnia bella – sono state una debole anteprima di quello che ci aspetta. Un rapido carosello a colori prima del film da Oscar in prima serata. La stagione del ciclismo, quella vera, comincia con la Omloop Het Nieuwsblad. La prima classica col pavé, la prima corsa sui muri fiamminghi, e quel puzzo inimitabile di patate fritte, birra, sudore e mota che ti dice che finalmente sei arrivato, quello è il centro del mondo e tu ci sei dentro. Noi che ci nutriamo di ciclismo siamo sadici, e più vediamo i corridori patire più godiamo: quando saltano su quei cubetti sconnessi di pavé, e sappiamo che sentiranno quelle botte nella schiena, nel collo, nel cervello, allora sì che siamo contenti”.
FACCE
I favoriti e le comparse
Dylan van Baarle della Visma porta il numero 1 dopo la vittoria del 2023 ma dovrà lavorare per Wout van Aert, che un anno fa saltò il preludio belga e fece il suo debutto alle Strade Bianche. Ha ridotto l’attività nel ciclocross. È rientrato su strada al Giro dell’Algarve e ha vinto alla prima corsa.
Alexander Roos stamattina su L’Équipe ne tratteggia un profilo caustico quando scrive che “nell’avvicinarsi ai trent’anni, van Aert non si è ancora affermato nelle gare per le quali la natura sembrava averlo progettato, in più non conosciamo ancora i suoi limiti nei territori meno congeniti, come i Grandi Giri. Nel corso degli anni e dei suoi ritorni a mani vuote dal Fiandre o dalla Roubaix si è cristallizzata intorno a lui una forma di dubbio. La croce che porta è diventata più pesante per due fattori. Van Aert non è mai lontano dalla vittoria e per questo le sue sconfitte sono ancora più difficili da digerire. La sua foratura al Carrefour de l’Arbre l’anno scorso lo ha privato di una duello al Vélodrome di Roubaix contro Mathieu Van der Poel: resta una scottatura. L’olandese è la sua fonte di tormento, l’amico d’infanzia che ha avuto più successo, il nemico intimo che preme sulle ferite, quel corridore chirurgico che a un certo punto credevamo di indovinare in van Aert”.
Ecco perché è andato di meno nel fango durante l’inverno. Ecco perché non farà il Tour ma verrà al Giro per vincere delle tappe, ecco perché non llo vedremo alla Sanremo, l’unica Classica vinta, nell’edizione folle corsa in agosto per il covid. L’Équipe racconta che secondo Radio Gruppo in Algarve si è risparmiato. Come se per una volta avesse calcolato attentamente quanta energia spendere e “come raggiungere il massimo della forma per il Fiandre”.
La Visma dispone pure di Tiesj Benoot, Christophe Laporte, Jan Tratnik e Matteo Jorgenson. Affamato sarà il secondo dello scorso anno, Arnaud De Lie con la maglia della Lotto. Ha tutto per brillare in questa corsa, ma non ha mai battuto van Aert. Jasper Philipsen è la punta dell’Alpecin in assenza di Mathieu van der Poel, sebbene non si sia mai piazzato meglio di 33esimo in passato.
Di van der Poel stamattina ha scritto Davide Cassani sulla Gazzetta, raccontando del suo tentativo di vincere la Milano-Sanremo il 16 marzo al primo giorno della sua stagione su strada. Ci ha provato anche nel 2022 e arrivò terzo.
“I grandi campioni di oggi – ha scritto Cassani – sono così, vanno alle corse non per allenarsi ma per vincere”. L’ha fatto Remco Evenepoel, l’ha fatto Jonas Vingegaard ieri al Gran Camiño. Pogacar e Roglic non si sono ancora visti, “ma sono certo che quando lo faranno li vedremo subito davanti”.
Cassani trova difficile che VdP possa arrivare primo in una corsa lunga 300 km senza aver messo nelle gambe altre uscite, ma chiude dicendo che “ammiro VdP perché non ha paura di nulla. E nell’anno olimpico dove ancora non abbiamo capito se prenderà parte alla prova su strada o a quella di Mtb, parte con una grande sfida: vincere la Sanremo. Mai nessuno, almeno negli ultimi 60 anni, è riuscito ad imporsi senza aver gareggiato prima. Penso che sia difficile anche per Van der Poel, ma lui è uno dei pochissimi che può trasformare l’impossibile in possibile”.
Si vedrà. Nel frattempo a questa Omloop possiamo anche aspettarci qualcosa da Tom Pidcock [quinto lo scorso anno], Matej Mohorič e Fred Wright. Biniam Girmay ci aveva accesi alla Gent-Wevelgem del 2022, l’ascesa si è poi spezzata per vari motivi, ma viene dato in forma. Rouleur segnala Tim Wellens, ma nel pronostico mette Arnaud De Lie in cima.
Resta da capire il ruolo che potrà giocare Julian Alaphilippe dopo il gran casino dei giorni scorsi [“Basta con i commenti di Lefévère, quando è troppo è troppo” ha scritto Rachel Jary su Rouleur], mentre Roos scrive che “non vediamo l’ora di congelarci le punte dei piedi sul bordo del marciapiede di Haaghoek, di farci sferzare le guance e poi andare a scaldarci nell’estaminet di Zegelsem, dietro la curva che porta a Leberg, sorseggiando la prima schiuma della stagione”
Il dossier sulla vita notturna di Alaphilippe. Come vent’anni fa con Boonen
ATTESE
La corsa femminile
Si annuncia più competitiva e più bella. Se tra gli uomini sono presenti due dei primi-10 della classifica mondiale, la Omloop femminile schiera sei delle migliori nove, comprese la uno e la due, l’olandese Demi Vollering vs la belga Lotte Kopecky. Nei panni delle guastatrici: l’olandese Lorena Wiebes, la danese Cecilie Ludwig, la polacca Niewiadoma e Silvia Persico. Se a Mameli che vi ruggisce dentro ancora non basta, sfamatelo dicendogli che in gara ci sono pure Elisa Balsamo, Chiara Consonni, Elisa Longo Borghini. È una corsa che l’Italia non ha vinto ancora, al massimo ci sono stati due secondi posti di Marta Sebastianelli.
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