Prima o poi da Strasburgo bisognava passare. Solo che il Brest lo fa proprio adesso che mancano 12 giornate alle fine del campionato e con un secondo posto tra le mani, davanti al Nizza, davanti al Lille, davanti al Monaco, davanti a tutte le squadre francesi che ogni anno partono per andare in Europa. A Brest in Europa non ci sono andati mai, mai nella storia, così guardare la bandiera blu dell’Unione con le stelle gialle, stasera può sembrare un buon auspicio. La squadra non perde dal 5 novembre e le sconfitte sono quattro in tutto. Come quelle del PSG che sta in cima alla Ligue1. “Sì, questo Brest è un candidato credibile”, dice L’Équipe, un candidato credibile a un posto nella nuova Champions XL del 24-25.
Per indagare nella maniera in cui è arrivato lassù, bisogna accettare quella vecchia idea secondo la quale – dopo – sapevamo tutto prima. Così adesso viene naturale attribuire un potere quasi magico alla fisicità, oppure – attenzione – all’intensità. L’elevata intensità delle sue partite. Ecco perché prima i risultati non venivano. Mancava quella, e l’ha portata Eric Roy, il nuovo allenatore.
In effetti, a scegliersi i numeri giusti dentro il mare delle statistiche, la tesi è più che provata. Il Brest è una squadra di duelli, ne gioca più di tutti in Ligue1, 118 a partita, appena uno in meno della Real Sociedad, che detiene il record nei cinque campionati col miglior ranking d’Europa. Il Brest è pure la squadra che commette più falli, una ventina di volte e partita: il verbo usato da L’Équipe è placcare, dal chiaro sapore rugbistico. È al 17esimo posto nella classifica del fair play – il Brest, non l’Équipe – e a dirla tutta non commettono molti più falli di quanti ne subiscano.
Sintesi: “Sono in proporzione i più puniti, con un’ammonizione ogni 4,9 falli” sottolinea il giornale francese, al quale Julien Lachuer, l’assistente di Roy, dice che «gli arbitri, con cui discutiamo, non sono abituati a tanta energia, a tanta aggressività per novanta minuti» .
MAPPE
La città e l’orgoglio bretone
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Il capitano di quest’avventura si chiama Brendan Chardonnet, è nato a Saint-Renan, 7mila abitanti nel dipartimento del Finistère nella Bretagna.
“Finis terrae: oltre questa soglia più niente, solo orizzonti impastati di mare, le navi e le vele, i fari arrampicati nel sale e a volte dalle mareggiate ingoiati. Una bellezza che mette il magone” [Alessandra Retico, Repubblica, 2010]. Nel tempo libero va a vedere gli amici che giocano in serie D. Il giornalista Franck Le Dorze, bretone pure lui, lo ha intervistato per L’Équipe proprio sul tema delle radici, il legame con la propria terra, l’orgoglio d’appartenenza.
«Qui, quando il tempo è bello, vediamo Molène, poi Ouessant, anche New York e la Statua della Libertà. Ma il tempo deve essere proprio bello bello» dice Brendan Chardonnet, in tutta evidenza un tipo frizzante. In squadra ci sono Axel Camblan di Brest, Jérémy Le Douaron e Julien Le Cardinal di Guingamp. Ma Chardonnet dice che «qui a Le Conquet tendiamo a dire che appena si attraversa il ponte di Plougastel siamo al Sud, appena passiamo Landivisiau siamo al Nord. La vera Bretagna insomma è Brest, Brest e basta, siamo una piccola setta».
Xavier Grall, giornalista e poeta del luogo, disilluso dalla Francia dopo la guerra d’Algeria, si diede all’idea dell’autonomia regionale e diceva: «Non nasciamo bretoni, lo diventiamo».
Julien Faussurier sembra dargli ragione. È un calciatore di Lione, ha giocato a Sochaux e Troyes, ma appena arrivato a Brest ha comprato casa e giura che tornerà a viverci alla fine della carriera. «Anche Pierre Lees-Melou ama la regione. Molti giocatori vengono qui con molti pregiudizi: Brest non è una bella città – ammette Chardonnet con L’Équipe – è complicato arrivarci, la famiglia spesso è lontana. Ma è un po’ come nel film Bienvenue chez les Ch’tis, la prima volta si piange all’arrivo e poi si piange quando vai via».
Una volta dal Tour de France Gianni Mura ha scritto: “Brest non è una bellissima città. Praticamente distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra mondiale, è stata ricostruita ed è molto viva. Ci si può spostare con la fantasia, ascoltando Barbara, scritta da Prévert, musicata da Kosmae possibilmente cantata da Yves Montand”. E ancora: “Piove come nella famosa canzone e tira un vento freddo. Sembra di essere alla partenza del Giro delle Fiandre, e invece è il Tour”. Un’altra volta usò la città per una metafora. Descrisse “l’orologio sopra il polsino di Carraro e la sua faccia allegra come un marciapiede di Brest sotto il nevischio”.
In quello stesso Tour de France, Marco Pastonesi per la Gazzetta intervistò Christophe Le Mével, bretone come in passato Jean Testa di vetro Robic [“il giorno dopo il matrimonio salì in bici, fece un allenamento di sette ore, convinse i selezionatori a inserirlo nella squadra regionale dell’Ovest, e l’ultimo giorno di corsa, senza aver mai indossato la maglia gialla, conquistò il Tour. Era il 1947”] e come Bernard Hinault.
Disse Le Mével: «Bretoni e celti hanno in comune, se non la terra, almeno mare e vento. E un carattere forte, di chi ha sempre dovuto lottare e poi adattarsi, accettare, convivere in situazioni difficili».
➣ Per esempio?
«Il tempo. L’Atlantico porta nuvole, pioggia e freddo, anche d’estate. Poi però basta poco e il cielo si apre. Per poi richiudersi, quasi senza speranza. I francesi ci prendono in giro: in Bretagna piove sempre. Noi rispondiamo così: piove solo sugli stupidi. Cioè loro».
➣ Francesi e bretoni: non lo stesso popolo.
«Siamo speciali. Qui, una volta, si pensava che finisse la terra: Finisterre. Abbiamo sempre avuto la nostra cultura, tradizioni, lingua. I cartelli stradali sono in francese e in bretone. Quando ci si saluta con affetto, a Parigi si scambiano tre baci, a Brest bastano due. E da noi non esistono le autostrade a pagamento. Una legge medievale permetteva alle carrozze tirate dai cavalli di transitare senza pedaggi. E questa legge è rimasta».
Oh, comunque Chardonnet ha un diploma di maturità professionale in logistica, anche se andava a lezione solo due ore al giorno, fra l’una e le tre del pomeriggio. Spera di usare quel pezzo di carta quando avrà smesso di prendere a calci il pallone. Potrebbe andare a lavorare per il suo presidente, Denis Le Saint. Con il Caces, il certificato di attitudine alla guida sicura, gli chiederà un impiego nei suoi magazzini.