L’INTERVENTO
di GIULIA ARTURI
capitana della Geas Sesto San Giovanni [serie A basket]
Non so dire di preciso perché questa storia mi avesse così colpito e affascinato. Parlo delle vicende di una atipica squadretta di basket, composta da uno strano mix di attempate ex super giocatrici, cestiste di media fascia, campionesse di altri sport, amiche volenterose. Una storia ascoltata tante volte a casa, e letta sui vecchi ritagli della Gazzetta dello Sport e di altri giornali. Certo, sono figlia di una di loro, ma sono sempre stata attirata soprattutto dal soffio di irriducibile libertà che si respira ascoltando queste “signore”. Le carriere sportive non sono per sempre, il loro spirito sì, immutato. E così oggi, decenni dopo, si ritrovano allo stesso tavolo a ridere e ricordare di quella volta che…
È lo stesso spirito di chi, dopo il lockdown, scavalca ancora un cancello rimasto chiuso di un campetto, di chi ha sempre le scarpe in macchina perché non si sa mai, di chi “dove andiamo dopo la partita?”
C’erano una volta le Prigioniere del Sogno. Le hanno chiamate proprio così, ad un certo punto, e scopriremo il perché. C’era una volta un gruppo di ex ragazze libere di fare dei loro sogni quello che volevano.
Inverno 1981, un’imprecisata palestra nella periferia milanese. Sono le otto e mezzo di sera, c’è nebbia. «Siamo in ritardo, come al solito. Bruna, l’appuntamento era alle 19 non alle 19.30! Mai una volta che ci prendiamo per tempo ragazze, entriamo sempre in campo senza riscaldamento», si lamenta Rosi.
«Ma di cosa ti preoccupi, lascia che per i primi cinque minuti pensino di poter vincere», la tranquillizza Bruna.
«Ma dove siamo finite?», si interroga Mabel.
«Ricordati che è il campionato di promozione, è vero che sei abituata a ben altri palazzetti, in Italia e in Europa, ma bisogna cambiare prospettiva», ribatte Marina divertita.
«Dai, è il momento di giocare, il primo quintetto si prepari», dice Luisa, prendendo in mano la situazione. La partita la vinceranno loro, come quasi sempre accade.
A Milano, in via Caboto 2, nella zona di via Washington (una zona del destino per il basket: da qui è partita la leggenda di Sandro Gamba), si trova la Parrocchia Gesù Buon Pastore, con un campetto di pallacanestro all’aperto. A pochi passi da lì, in via Pirandello, c’è la casa di Luisa Zambon, sposata, con due figli maschi. Classe 1940, trevigiana, cestista, arriva a Milano nel 1966 per giocare alla Standa. Dopo una ventina d’anni sul parquet, e 45 presenze in Nazionale, inizia ad allenare: qualche anno tra Pavia e Lodi, per poi seguire le squadrette giovanili dell’oratorio davanti casa. È il 1980 e tutti i sabati mattina della bella stagione, fino a quando il tempo regge, quel campetto è occupato da una banda ruspante di ex giocatrici, non ancora stufe di fare due tiri in amicizia. A loro si uniscono ex giocatori, giornalisti, sportivi di vario titolo, amici: una famiglia allargata a canestro. Un paio di corse ed è subito chiaro che il campetto del sabato mattina non è una democrazia: qui comandano le ragazze. I due tiri rimangono in amicizia finché procede tutto come dicono loro.
«Bisognava capire lo spirito di quelle partitelle» – racconta Marco Pastonesi, firma storica della Gazzetta dello Sport, un affezionato delle campettate -. Eravamo a disposizione delle ragazze, come sparring partner. E parliamo di giocatrici vere. I più apprezzati erano quelli che non tiravano mai, mettendosi a totale disposizione. Se ti fossi presentato per fare il ganassa, sarebbe stato l’inizio della fine: non venivi più convocato, la telefonata non arrivava più. La Bruna in particolare era la madre regina e il giudice supremo che poteva cassarti o promuoverti. Era un gran divertimento, ma la speranza di tutti era che, dopo aver giocato, Luisa aprisse la casa per un pranzo». E gli inviti a casa Zambon non sono rari, si finisce sempre là, tra storie di basket, pasta e fagioli, risate, prosecco. Qualche volta, per un giro di amicizie, al campetto gioca anche Paul Cayard, leggenda della vela, del Moro di Venezia e dell’America’s Cup. Un sabato mattina arriva con un amico americano che si rivela il tipico giocatore faccio tutto io. La volta dopo Paul si presenterà da solo, scusandosi di averlo portato.
L’oratorio non ha nessuna vera squadra femminile, ma ecco che a Luisa viene un’idea: perché non creare una formazione senior, con le amiche del sabato mattina e qualche altra vecchia conoscenza? Può certamente fare da traino per le ragazzine che si vogliono avvicinare allo sport. In prima fila ci sono Bruna Heidemperger e Marina Malavasi. Bruna, originaria del Trentino, si trasferisce da bambina in via Previati, zona San Siro, per seguire il papà che ha cambiato lavoro. Anche nel suo quartiere c’è un oratorio con un campetto all’aperto e dalle finestre di casa c’è un’ottima visuale, e così si affaccia alla pallacanestro, letteralmente. Dalla metà degli anni ’70 sino a fine anni ‘80 è la storica segretaria dell’Olimpia Milano di Tony Cappellari, Mike D’Antoni, Dan Peterson. Preziosa ed insostituibile, diventerà il punto di riferimento per tutto l’ambiente Olimpia: dai campioni della prima squadra fino ai ragazzi delle giovanili. Inizia a giocare al Pentagono, proprio in via Previati, dove conosce Marina. Marina è una giornalista di moda, fotografa, per anni nella redazione di Vogue e Io Donna. Come Bruna, arriva a giocare fino alla serie B.
Rosi Bozzolo è un’altra figlia della tratta Treviso-Milano, particolarmente felice per il basket femminile italiano. Si trasferisce a Sesto San Giovanni nel 1970, la “Stalingrado d’Italia”, piena di industrie meccaniche e di operai che votano comunista. I loro predecessori meritano alla città la medaglia d’oro al valor militare: nel marzo del 1944, in piena occupazione tedesca, i lavoratori delle fabbriche si fermarono in quello che fu uno dei più grandi scioperi contro la guerra nell’Europa occupata dai nazisti. Azelio Maumary, impresario edile di grande successo impegnato nell’area di Sesto, si imbatte nel Geas alla fine degli anni ’60 e da presidente costruisce una squadra quasi imbattibile. Metodo rapido: compra tutte le più forti, tra cui Rosi, che a 21 anni lascia Treviso e arriva a Sesto per vincere 8 scudetti e una Coppa dei Campioni nei dieci anni a seguire. Smette nel 1981, dopo il secondo grave infortunio al ginocchio, quello sano. Certo il professor Zucchi aveva fatto un bel lavoro con il destro, saltato in Colombia, alla prima partita dei Mondiali di Cali, ma dopo tutta una vita di partite con le mitiche Converse ai piedi, arriva il momento di dedicarsi ad altro. Per esempio, a me, che sono sua figlia, nata nel 1987.
Ma nel frattempo, il richiamo del campo non è del tutto affievolito: e come si fa a dire di no a Luisa, che per di più chiede in dialetto stretto? La conosce da una vita, da quando entrambe sfrecciavano in bicicletta a Treviso verso i loro primi allenamenti. Cresciute insieme a prosecco e radicchio. E poi di smettere del tutto non se ne parla, per Rosi correre è vita, cosa c’è di meglio di farlo insieme a una banda di amiche?
Quando si parla di Geas, di campionesse, di amicizia, il nome di Rosi va sempre a braccetto con quello di Mabél Bocchi (Mabél, con l’accento rigorosamente sulla e, alla spagnola: la mamma Carmencita era argentina). Nata a Parma, cresciuta ad Avellino, è la stella di quel Geas e tra le più forti del mondo della sua generazione. Una forza della natura fisicamente e tecnicamente, un’ala pivot mobile, che guardava già al basket del futuro. Lei, talmente diversa da tutto quello visto prima da meritarsi il soprannome di “Divina”, è anche giornalista, volto della Domenica Sportiva. Via, dentro anche lei. Sono una setta rivoluzionaria, per la prima volta non esiste la squadra di un club, ma solo la squadra. È una cosa unica, un gruppo nato dal niente, che raccoglie tutto, perché dentro ci sono mille storie, vite, amicizie. Mille partite. Sono le Prigioniere del Sogno.
Quattro decenni dopo è tutto diverso, è trascorso un lungo pezzo di vita. Le prigioniere si ritrovano attorno ad un tavolo a chiacchierare: bastano pochi minuti per scrollarsi gli anni di dosso e ripiombare nei loro ruggenti ‘80. Sono di nuovo compagne di squadra: un viaggio di ricordi e risate. Lo spirito goliardico, canzonatorio, un po’ ribelle riemerge tra storie di basket, partite, pranzi, trasferte. Insieme a Marina, Luisa, Rosi c’è anche Anna Cambiaghi. Milanese, classe 1951, pilota. Da piccola scia e soffre la macchina, poi suo cugino Maurizio Ambrogetti la convince a fargli da navigatrice in una gara di rally. Da quel momento una corsa tira l’altra, prende in mano il volante e va forte. La sua prima gara ufficiale è con una Fiat 124 spider, arriva seconda al rally di Lugano, nel campionato europeo. Parteciperà a cinque mondiali di Rally e nel 1980 vincerà nella categoria Camion al “Transafrica”. Dalla 24 ore di Le Mans al campo da basket, basta che si corra.
«Sono arrivata un po’ per caso, per amicizie in comune. Correvo ancora in macchina, ma quando ero a Milano mi mancava uno sport qualsiasi. A basket, avevo un po’ giocato da ragazzina e un’idea ce l’avevo, mi era sempre piaciuto. Era perfetto: mi serviva un po’ di allenamento e volevo far parte di un gruppo. Mi presentai così alla secondaria del Lido. Quando arrivai mi guardarono come se fossi un ufo: con la piega fatta, ero un po’ la sciura milanese del gruppo, la Bruna mi ha sempre preso in giro per questo» .
Manca solo Bruna all’appello di questa riunione improvvisata. La loro amicizia è durata una vita, ma non abbastanza: una brutta malattia se l’è portata via troppo presto. Ma nei ricordi delle sue compagne di squadra, compagne di vita, la sua presenza è ancora vibrante.
Nel 1981 nasce dunque la squadra, che si iscrive al campionato di promozione. Ma la categoria è solo un riferimento: loro si muovono in una dimensione che sfugge alle classificazioni. Sono donne, atlete, mogli, madri, ragazze, campionesse di basket, di rally, di atletica. Valore umano immenso, valore sportivo eclettico. Sono artiste che disegnano uno spazio unico, intimo: chiusa la porta della palestra ci sono solo loro, tutto il resto rimane fuori. Sono in 17 all’inizio. Tra le altre anche Silvia Chersoni, che aveva lasciato il basket per l’atletica, con grande successo: nel 1971 vinse il titolo italiano dei 400 metri e nel 1973 stabilì il record indoor del salto in lungo. In definitiva, questa squadretta parrocchiale conta tra le sue fila oltre 250 presenze in maglia azzurra, tra basket e atletica.
Ma per quanto l’avventura sia romantica, le questioni pratiche incombono: ci sono da pagare la palestra, l’iscrizione al campionato, il materiale. Non serve chissà quale somma, ma almeno qualcosa per sostenere il progetto.
«All’inizio trovammo come sponsor una rivista per adulti, le Ore. Ma vi immaginate una squadra di un oratorio sovvenzionata da una rivista così? Era meglio non testare la soglia di tolleranza del Don: già non sapevano, o facevano finta di non sapere, che avevano in casa una squadra di giovani donne anticonformiste. Meglio non dirgli niente», racconta Marina. «Ovviamente non abbiamo potuto accettare», sostiene Rosi.
Ma Luisa ha altre idee: «No macché, li abbiamo presi eccome»
«È vero, li abbiamo presi i soldi!», rincara la dose Marina.
«Ah davvero? Abbiamo pure preso i soldi?», ride di gusto Rosi.
A mettere ordine Luisa: «Certo che sì. Il Don non l’ha mai saputo, tanto tutta la gestione era affidata a noi. Avevamo solo un dirigente, che ci seguiva e doveva supervisionare, ma che aveva poco peso su qualsiasi questione, insomma eravamo autogestite».
Sulla maglia c’è scritto GBP, che suona come la sigla di uno sponsor multinazionale, ma che significa Gesù Buon Pastore, il titolo della parrocchia. Ma tutti le conosceranno come le Prigioniere del Sogno, ed è tempo di scoprire il perché. Un nome suggestivo, poetico. Nasce dall’intuizione di Oscar Eleni, noto giornalista sportivo, marito di Luisa. «Un pomeriggio ci siamo trovati a casa mia per capire come poter concretizzare questo progetto, quando arrivò Oscar», racconta Luisa. «Ci guardava come se fossimo deficienti e sbottò: siete proprio prigioniere del vostro sogno».
Rimane soltanto una battuta, fino al giorno di una cena a Bologna, poco tempo dopo. Alla tavolata c’era un po’ del mondo della pallacanestro, tra cui Luisa, Mabèl, Oscar, il giornalista dell’Unità Silvio Trevisani, e l’avvocato Porelli, presidente della Virtus, uno dei draghi immortali del basket di quei tempi.
«Trevisani – continua Luisa – ogni tanto giocava con noi il sabato e parlando del campionato maschile disse all’avvocato: voi avete proprio una squadra di merda, giocate peggio delle Prigioniere del Sogno. A quel punto, dovetti raccontare a Porelli la nostra storia e dato che c’ero, gli chiesi anche se volesse darci una mano. Alla fine, accettò, alla condizione che fossimo chiamate proprio Prigioniere del Sogno. E così è andata. Grazie a lui abbiamo pagato tutti i costi di gestione, di cui ci occupavamo io e la Bruna. Tranne le trasferte, quelle erano autofinanziate dalle giocatrici. Idem le pizze. Con cinque milioni siamo andate avanti diversi anni», racconta con orgoglio Luisa.
Ora si può partire. Quei fondi servono principalmente per pagare la palestra: l’oratorio offre soltanto un campo all’aperto e un canestro in un sottoscala con il pavimento in moquette, improponibile. Il campo delle prigioniere diventa allora la “secondaria” del Palalido, Allianz Cloud nella sua veste moderna, per sempre Palalido per i nostalgici. È stata la casa dell’Olimpia per vent’anni, palcoscenico del grande Simmenthal, prima del trasferimento al Palazzetto dello Sport, poi crollato in seguito alla nevicata del 17 gennaio 1985. Al Palalido si esibiscono i Rolling Stones, gli Who, si tiene il congresso del PCI dell’elezione di Enrico Berlinguer come segretario, Roger Federer vince la sua prima partita da professionista. E tra il 1981 e il 1984 giocano le Prigioniere del Sogno. Regola numero uno: divertirsi. Uno schema contro la uomo, uno contro la zona, due allenatrici: Bruna e Luisa.
«Non avevamo l’allenatore, ma c’erano certamente delle regole. Bisognava giocare tutte. Un quintetto i primi dieci minuti, poi tutte fuori e dentro la seconda squadra», spiega Luisa.
«La seconda squadra usciva quando prendeva venti punti», ride Anna.
«Ma cosa dici! Erano bilanciati i quintetti – spiega Rosi – mica lasciavamo abbandonate a sé stesse chi non aveva davvero mai giocato…»
«Non volevamo avere uomini tra i piedi. Altra regola. La verità è che i mariti dovevano passare sotto le forche caudine per capire se fossero accettati o no. Più che altro venivano usati come autisti per l’accompagnamento ed esclusi da qualsiasi altra questione inerente alle Prigioniere. Dimostravano un certo coraggio ad esserci», puntualizza Marina.
«Certamente niente insulti all’allenatore. D’altra parte, era la Luisa! – ricorda Rosi -. Io mi divertivo come una matta, giocavo con le mia amiche, ogni loro canestro era una gioia».
Mal celato dietro la regola numero uno, c’è l’agonismo. La competizione rimane nel sangue delle campionesse: si gioca sempre per vincere. Soprattutto perché non passano inosservati i ghigni delle avversarie all’ingresso in campo delle attempate Prigioniere, spesso in ritardo. Trovare le palestre è un rebus, altro che navigatori, peraltro all’epoca inesistenti. Quasi tutte le trasferte prevedono una sosta nei bar o nelle osterie a chiedere informazioni. E la Bruna è sempre di rincorsa: appuntamento alle 19 al bar del Lido? Alle 19.30 sono ancora lì. Ma chi sono queste, ghignano le ruspanti avversarie? Non sono troppo vecchie per giocare?
Ma, non è una grande idea sfidare l’orgoglio delle Prigioniere.
«Giocammo una partita alla palestra Forza e Coraggio di Milano e come sempre siamo arrivate un minuto prima della palla a due. Zero riscaldamento, siamo partite sotto 10-0. Si avvicinò l’allenatore delle avversarie, quasi preoccupato per la nostra salute. Tranquillo, gli ho detto, hai visto chi siamo no? Giochiamo, continuiamo a giocare. Alla fine, abbiamo vinto di quaranta punti. Lui pensava di darci una lezione, figuriamoci», ride Luisa.
«Potevamo dare l’impressione sbagliata quello sì. Eravamo donne, madri, giocavamo contro delle ragazzine. Da dove se ne escono queste, pensavano tutte? Magari all’inizio, considerati i nostri costanti ritardi, e quelle terribili divise rosa e grigio davamo un’impressione senza speranza. E poi le ragazze ingranavano, le avversarie strabuzzavano gli occhi…», ricorda Marina.
«Mamma mia, le divise. Marina era la nostra esperta di moda, ma era stato l’amico pittore della Bruna che le aveva pensate. Grigio rappresentava la prigione, rosa il sogno», ride Anna. «Sì, a quel tempo lavoravo a Vogue. Le magliette? Tremende. Impossibile che fossi presente quando veniva fatto tutto questo», si difende Marina.
Aneddoti a non finire. Anna non veniva mai marcata fuori dall’aerea per evidenti limiti nel tiro da lontano, ma quel canestro da tre segnato in presenza di Mike D’Antoni è felicità ancora autentica, come il ricordo dell’abbraccio della panchina. Le ore a chiacchierare con la Bruna sotto casa in macchina, dopo le partite. Persino la partecipazione al Maurizio Costanzo Show, pensa te. Per non parlare dei tentativi di Silvia di fare un po’ di preparazione atletica.
Non lasciatevi ingannare dal nome, la storia delle Prigioniere del Sogno è una storia di libertà inestinguibile, di donne determinate. Dopo due campionati vinti e altrettante promozioni rifiutate “per ragioni familiari”, le ragazze fanno un anno in serie C. Ma anche le favole hanno una conclusione, e quando le Prigioniere originali mollano il colpo il progetto si esaurisce serenamente per cause naturali. Adesso però, è il momento di raccontare.
Che Spettacolo! Anch’io avrei le “Mie Piccole Prigioniere del Sogno” ma il Progetto partirebbe da bambine&adolescenti non da ex campionesse.
Onore alle Prigioniere del Sogno, a Tutte, grandi o piccole che siano!🏀❤️
Anche mia sorella Gabriella Angeretti faceva parte di quella squadra tanto per precisione
Mi ha segnalato l’articolo mio fratello Cesare: sono molto dispiaciuta nel rilevare che il mio nome non appaia nella formazione. Non sono stata una campionessa di serie A ma ho condiviso 20 anni di basket con Bruna e Marina di cui almeno tre con le Prigioniere del Sogno , esperienza che ricordo con il piacere descritto nell’articolo.
Gabriella Angeretti
Sono una sorellina di Marina,anche noi sognavano con loro.Erano delle ragazze finissime.Ancora oggi portano avanti la loro vita con grinta.Forza ragazze per sempre.
Ho letto con molto interesse l’articolo per 2 motivi.
Il primo perché abitando in corso Vercelli l’oratorio indicato è le vie segnalate sono a me vicine.
Il secondo perché ho giocato nelle giovanili del Simmenthal in quanto fui segnalato a Pippo Faina proprio da Oscar Eleni che faceva l’allenatore al minibasket del Palalido.
Bei tempi….