Il Game di Mourinho e De Laurentiis

Ora che son passati quasi vent’anni dal suo arrivo, in pochi ricordano una delle prime apparizioni di Aurelio De Laurentiis, era un post-partita su Sky, o forse un pre-partita. E insomma niente, dallo studio lo sentivano immaginare la costruzione di uno stadio in mezzo al mare, dove giungere a bordo di traghetti aliscafi gommoni – gondole no, le gondole son veneziane, ma chi può dirlo, chi lo sa – reggendo coppe di ostriche in una mano e bianchi ventagli decorati nell’altra. Ora il ricordo, ingannevole per certo, lo fa emergere dalle nebbie vestito di un completo in lino bianco, stazzonato. E però quello diceva: voleva uno stadio in mezzo al mare.

Cinque anni fa, all’uscita di The Game di Alessandro Baricco seguì un dibattito su élite e popolo, su come nella società tecnologica del 21esimo secolo, Internet avesse distribuito democraticamente la conoscenza ma non la ricchezza. E così si discusse di parole semplici vs parole difficili, maggioranza povera vs minoranza ricca, risposte facili vs ragionamenti complessi, risentimento vs impotenza. La divisione del mondo nell’età digitale, anzi dovuto all’età digitale, con l’amplificazione della rabbia in chi non si sente parte del Game

Era come una seconda parte dei I Barbari, un saggio sulle innovazioni e le mutazioni che qui su Slalom ha impastato dei suoi echi e dei suoi rimandi la materia che chiamiamo Sportify.

È buffo questo accavallarsi di tempi e titoli, perché ora che Baricco esce con un nuovo lavoro, lui lo chiama un western metafisico, dove appare uno sceriffo che si chiama Abel, in assonanza con quel famoso fratello ammazzato da un fratello – ora che esce un altro Baricco, il calcio torna a discutere e a dividersi su élite e popolo, i diritti degli uni e degli altri, le parole semplici e quelle difficili, la maggioranza povera e la minoranza ricca, le risposte facili e i ragionamenti complessi, il risentimento e l’impotenza, sotto l’ombrello della grande trasformazione avviata dalla cultura digitale. Ci accompagnerà per un po’ e De Laurentiis è ancora collegato in pre-partita, ma forse è un post-partita, dopo la sconfitta con il Frosinone in Coppa Italia, con lo stadio, il mare, le ostriche.

La differenza è che vent’anni fa era certo di potersi presentare nelle vesti del rivoluzionario che dà la scalata al cielo, adesso sta in mezzo al guado, col motore del gommone in panne. Non era tra gli invitati alla prima vera Superlega ma non si sente più uno che deve arrivare nel Game. È arrivato. Adesso è uno sceriffo che respinge gli assalti dei barbari. Così pensa alla serie Èlite.

 

Prima che dal Lussemburgo si facessero sentire, Vittorio Zambarino sul Corriere del Mezzogiorno aveva provveduto a salvare il Napoli come squadra, a cominciare dal frastornato capitano Di Lorenzo, visto quel che le accade attorno. 

Povateci voi – ha scritto – a lavorare per cinque mesi e mezzo con il capo dell’azienda che come il Cappellaio Matto di Alice nel Paese delle Meraviglie dà i numeri mentre assiste impotente al disgregarsi della società. E provate voi a lavorare con un allenatore, Garcia, che conosce la squadra che guida come un beduino del deserto conosce il Polo Nord, e la guida di conseguenza. Poi provate ancora a gestirvi in uno spogliatoio dove in tanti non hanno rinnovato il contratto, molti mugugnano e il migliore scalpita per andarsene e andrà comunque via per un mese e mezzo (il rinnovo? Notizie? Quanti centesimi mancano alla firma?). E provate voi ad affrontare l’enigma tecnico, oggettivo, già evidente l’anno scorso, dell’invecchiamento di un gioco ormai ben conosciuto dagli avversari e quindi prevenibile e battuto più e più volte. Infine una condizione fisica scadentissima

 

Di De Laurentiis scrive stamattina Michele Serra nella sua rubrica L’amaca per Repubblica. Ne fa l’incranazione perfetta dei nuovi superleghisti. Scrive: Chi avesse dubbi sulla struttura e le intenzioni della ipotizzata Superlega di calcio può chiarirseli in un paio di minuti: basta leggere l’intervista rilasciata al Corriere dello sport dal presidente del Napoli. Secondo il quale il nuovo campionato dovrebbe chiamarsi Serie E, come élite, e ammettere solo squadre di grandi città, le uniche in grado di garantire un bacino di utenza appetibile per il business. Niente promozioni o retrocessioni, il merito sportivo è roba vecchia. Se la squadra di una piccola città dovesse vincere tutte le partite, peggio per lei: rimarrà nel limbo sottostante a fregiarsi del titoletto di “regina dei poveri”. Potrebbe battere il Real Madrid? Non lo sapremo mai, perché non potrà mai incontrarlo. In paradiso, con il posto fisso, solo i ricchi, quelli che ce l’hanno grosso (lo stadio) e possono ripagare gli investimenti. La mobilità sportiva, se le cose dovessero andare come spera De Laurentis, ricalcherebbe dunque la mobilità sociale al tempo dei Faraoni.

 

La partita di stasera è quella giusta. A leggere Giancarlo Dotto sulla Gazzetta, nell’altra metà del campo si muove un mattatore della stessa genìa, quel Josè Mourinho che la sua partita vincente l’ha giocata ai bordi del campo, più spesso fuori e lontano dal campo. Una volta incrociarono le parole e finì così.

La sorpresa è un’altra. Il tenore dell’intervento di Dotto sull’esperienza romanista di Mourinho. Qualcosa si è rotto. Dotto esce in modo definitivo stamattina dalla schiera degli ammiratori, quando scrive che Mourinho ha dato spettacolo in questi tre anni, lui, non la sua Roma. Spettacolo di parola. Talk Show. Imbattibile. Se si giocasse un torneo in cui la parola prende il posto del pallone, Mou stravince cento volte su cento, in qualunque lingua

Il passaggio più gelido: Intelligente e carismatico com’è, probabilmente sarebbe stato anche un grande allenatore, l’uomo di Setubal, se solo si fosse messo in testa di esserlo. Ma non lo è. Non è interessato. Non si è applicato. Allenatore? Ambizione decisamente mediocre per uno come lui che ha la stoffa del leader di popolo. Perché accontentarsi di ammaliare diciotto, venti bipedi calcianti quando puoi farlo con folle intere stipate in uno stadio, che a Roma è sempre il Colosseo, qualunque nome o spazio t’inventi? Josè Mourinho ha trovato a Roma e nella Roma il suo habitat ideale? Definitivamente. Come un fungo porcino in un enorme tappeto fatto di muschio e morbide piante umide al punto giusto. L’amore romanista lo inebria. Le sue non sono frasi da ruffiano. È una vera corrispondenza d’amorosi sensi. I suoi tanto strombazzati trofei. Non li ha vinti da allenatore, li ha vinti da sciamano

Dotto parla di cinema Mourinho, un cinema vivo che non chiude mai. Uno strappo netto da certe passate dichiarazioni di fede. Ne vedremo ancora delle belle – conclude – e pazienza se, tra uno show e l’altro, ci toccherà sorbire i novanta minuti della Roma. Di sicuro, se sarà e quando sarà, Josè Mourinho lascerà un vuoto enorme. Lo stesso di certi amori tossici, dove la dipendenza è più forte dell’amore

Gulp.

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