Se un qualunque lavoratore si fosse presentato a un colloquio col curriculum messo insieme da Walter Mazzarri negli ultimi dieci anni, diciamo la verità, non avrebbe avuto chance. Per tre stagioni non ha avuto una squadra, nelle altre sei è stato esonerato in media una volta sì e una volta no. Invece Mazzarri è entrato al concorso per la panchina della squadra che porta lo scudetto sulla maglia [il comico Peppe Iodice l’ha chiamata una riffa] e l’ha spuntata. La prima domanda da porsi è chi fossero allora gli altri partecipanti. Eh sì, perché fin dall’addio di Luciano Spalletti, fin dai no estivi di Antonio Conte e Luis Enrique, Thiago Motta e Cristophe Galtier, perfino dal sì di Rudi Garcia era diventato forte il sospetto che nessuno lo volesse quel posto con sede Napoli, anzi Castel Volturno. Non c’è nemmeno la metro.
Invece alla fine, dai, il timido Walter un grande asso nella manica ce l’aveva. Non è così naif come lo immaginiamo. L’asso ce l’aveva e l’ha speso nei giri giusti. «Conosco tutti i movimenti che facevano – ha detto – io il 4-3-3 non ho mai potuto farlo perché non avevo i giocatori adatti. L’anno scorso il Napoli ha trovato un’alchimia incredibile. Ha fatto un calcio bellissimo, con tutti i movimenti delle catene di destra e di sinistra, i terzini che, a volte, invece di allargarsi costruivano da dentro».
In buona sostanza la sua dote migliore è aver seguito bene le partite di Spalletti in televisione, forse le ha pure registrate, vai a sapere se sul VHS o sul DVD, oppure le ha messe da parte su My Sky, le guarda nella library di Dazn. Le ha guardate così bene che saprebbe riprodurle, forse gli basterà dire alla squadra: fate voi, io mi metto qua e non disturbo.
Nel calcio lasciarsi è naturale. A De Laurentiis è capitato più spesso d’essere mollato che il contrario. Non deve essere facile averlo al telefono o nella stanza accanto. Ogni volta ha reagito cercando una figura opposta a quella che gli aveva voltato le spalle, tra il moto d’orgoglio e il dispetto fanciullesco. È stata la sua maniera di mettersi al centro del villaggio (ehm). Gli è sempre andata bene. Dopo Spalletti no. Ora, dopo Garcia, sta facendo qualcosa di diverso. Ripesca Walter Mazzarri, il primo allenatore che lo portò in Champions 10 anni fa, prima di far voto di superbia e andarsene, dicendo che era stato toccato il culmine, era impossibile migliorare. È successo a lui, non al Napoli. È precipitato in una spirale di negatività e di meme. Una nuvoletta l’ha inseguito per quel moto di presunzione, a cominciare dall’autobiografia che aveva in uscita e venne congelata, finché andò in libreria nel momento meno propizio. In tutto questo tempo Mazzarri è andato a letto presto [“Cosa hai fatto in tutti questi anni, Noodles?” scrive Andrea D’Amico su la Stampa]. Si ripresenta sulla scena con un’idea così folle che potrebbe perfino funzionare. Ma non è questo il punto. Gli analisti più raffinati vedono il suo ritorno per 7 mesi come la prova che don Aurelio in estate prenderà un grande nome, forse Conte, chi lo sa. Il partito dei disillusi vede solo un presidente che sta dicendo: amici, si è chiuso un cerchio, si può solo tornare a Mazzarri. Allora servirebbe qualcuno che gli dicesse: basta [qui]
Fabrizio D’Esposito sul Fatto Quotidiano la chiama l’ultima allucinazione del presidente che si credeva Re Mida. “Come sperperare un tesoro di amore e credibilità (ma non soldi, anzi) in appena sette mesi”. La Gazzetta ha accolto con simpatia il ritorno di Mazzarri su una panchina della serie A fino a dedicargli il titolo di apertura del giornale di oggi, preferendolo al successo di Sinner su Djokovic al Masters. Maurizio Nicita parla sulla Gazzetta di “ritorno al futuro. Nel fortunato film americano – racconta – una delle battute più note la pronuncia lo scienziato pazzo, interpretato da Christopher Lloyd, quando chiede al suo giovane collaboratore, Michael J. Fox, chi sarebbe stato il presidente degli Stati Uniti nel 1985. E alla risposta Ronald Reagan, lo scienziato comincia a urlare: «Sì, e il vice sarà Jerry Lewis!». Ecco è come se a maggio, nel bel mezzo dei festeggiamenti per lo strepitoso scudetto azzurro, una maga avesse predetto ad Aurelio De Laurentiis che sei mesi dopo avrebbe preso Walter Mazzarri alla guida del Napoli per salvare la stagione”. Secondo Nicita, ora i due devono “far tesoro dei rispettivi difetti caratteriali per limitare gli eccessi e regalare il meglio al Napoli”. Così, mentre lo scrittore Marco Ciriello, ancora sulla Gazzetta, cerca analogia fra “i tre tenori” del passato [Hamsik, Lavezzi, Cavani] e quelli attuali [Zielinski, Kvaratskhelia, Osimhen], la Verità parla di “mister pro forma” e di “B movie”.
Francesco De Luca sul Mattino dice che “con il Napoli e De Laurentiis non si corre mai il rischio di annoiarsi. Una minestra riscaldata? Per il club, l’usato sicuro. Dovrà entrare nell’anima del Napoli, squadra che si fa fatica a riconoscere. Gli Eroi dello scudetto dove sono finiti? Nessuno di essi può aver disimparato il mestiere e dimenticato i giorni ruggenti vissuti con Spalletti. E allora Walter si tolga subito la giacca”.
Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport-Stadio, deve sentirsi in parte responsabile di questo pasticcio sfornato male. È stata sua l’intervista del 4-3-3 che forse ha fatto venire in mente la pazza idea al presidente. “L’autospot” lo chiama stamattina Zazzaroni, mentre scrive che Mazzarri “torna per 7 mesi, l’unica programmazione consentita è il “day by DeLa” e lui ne è consapevole”.
Solo ieri Antonio Giordano, sullo stesso Corriere, parlava di un Napoli “sparito brutalmente, soffocato dal contromiracolo di se stesso, dalla capacità di azzerare – quasi del tutto – quel senso d’allegria creato in diciannove anni densi di Progetto. Il Napoli ha la necessità, anzi l’urgenza, di dotarsi d’altro, di anticipare gli eventuali accadimenti del futuro, di svelenire il suo habitat, di rinfrescarlo attraverso una lucidità che l’euforia ha soffocato. Lo scudetto ha rappresentato la sintesi di un modello che però adesso rischia di implodere, se non adeguatamente rivitalizzato attraverso una visione che sia moderna, persino futurista, che riaccenda le competenze e le sistemi nel centro del core business, che non è un pallone, non è un calciatore, non è un allenatore, non è un direttore sportivo, non è neanche (esclusivamente) un presidente ma la fusione di un management tecnico ed economico capace di riaccendere la luce in quel vicolo cieco, affinché si veda, si senta, ancora lo Scudetto”.
Parole simili sono arrivate da Vittorio Zambardino sul Corriere del Mezzogiorno: “Ciò che serve è la ritirata di Adl dalla vita del Napoli, il suo ritorno sulla poltrona di presidente. Nomini un vero direttore sportivo o dia potere a quello attuale, costruisca una struttura manageriale. Si astenga dallo scrivere le formazioni. Liberi gli addetti alla comunicazione dall’autoritarismo che caratterizza l’atteggiamento del Napoli verso i giornalisti. Riprenda il posto del costruttore, disegni la rotta ma lasci il timone. Faccia il bagno di umiltà e consapevolezza che urge. Ha sbagliato. Ci ha rovinato il post scudetto e si è reso ridicolo. Si renda conto che non è che non ci siano allenatori. Il punto è che quelli che ci sono si rifiutano di fare i suoi “guaglioni” di bottega”.
E niente, torna l’orologio di Mazzarri. Quello di De Laurentiis deve essersi rotto. È buffo perché nel campo degli orologi Tudor aveva il nome perfetto. Slalom stava anche preparando tutta una cosa sui croati di Napoli, il pallanuotista Zoran Roje che portò lo scudetto alla Canottieri nel 90 oppure Mirko Novosel che guidò dalla panchina la squadra di basket, ancora adesso affidata a un coach croato, Igor Miličić. Peccato perché c’era pure un bel capitolo sui pittori napoletani di cui c’è traccia a Dubrovnik. Prendetevela con De Laurentiis, che ci possiamo fare.
LEGGI ANCHE