La resistenza del Canada nel tennis dominato dall’Europa

  Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto. Tutti. Sono tutti europei i qualificati al Masters di Torino. È solo la terza volta che accade nella storia del tennis ma è pure la terza volta in cinque anni [2019, 2021, 2023]. È diventata una di quelle verità che ogni tanto lo sport ti mette sotto gli occhi obbligandoti a cercare un motivo, qualche ragione, un senso a questa storia, anche se questa storia un senso non ce l’ha. È buffo, questo dominio europeo che arriva proprio ora. Arriva nel momento di massima espansione globale del tennis, quando tutto il mondo organizza tornei, tutto il mondo costruisce stadi nuovi e negli Slam giovanili i titoli si spargono dovunque, schegge di un Big Bang che ha toccato Cina e Brasile, Taipei e Ungheria.

Ma esiste uno scart fra jr e mondo adulto. L’ultimo decennio al Masters offre evidenze che paiono definitive. Salvo che nel 2018, quando dal resto del mondo si sono qualificati in tre [il sudafricano Kevin Anderson, lo statunitense John Isner, il giapponese Kei Nishikori], negli altri anni i non-europei sono stati delle eccezioni: nel 2020 l’argentino Diego Schwartzman, nel 2017 l’americano Jack Sock, nel 2015 ancora Nishikori, nel 2013 l’argentino Juan Martín del Potro. È due volte buffo perché quest’invito a cercare un senso arriva mentre la stessa nazione detiene sia la Coppa Davis sia la Coppa King, e non si tratta di una nazione europea. Le due insalatiere sono adesso in Canada

 

Dall’edizione del 1970 fino a quella dello scorso anno, al Masters hanno vinto 36 europei contro 16 del resto del mondo. David Nalbandian è stato l’ultimo. Sono passati diciotto anni. Prima di lui bisogna sfogliare l’album fino al 2000 per arrivare al magnifico Gustavo Kuerten, dal Brasile. Pete Sampras aveva chiuso nel 1999 la fase più gloriosa per il resto del mondo. Il Nord America ha dominato gli anni Novanta con lui e Andre Agassi, ripetendo i successi dei Settanta ottenuti con Stan Smith, Jimmy Connors e John McEnroe. In mezzo c’era stato il solo McEnroe a battersi contro l’Europa. 

Certo, l’ultimo ventennio è stato segnato dall’Idra, il mostro a tre teste formato da Rafa, Roger e Novak. In generale sette dei dieci giocatori con più titoli al Masters sono europei. I quattro Paesi che si sono divisi tutte le Coppe Davis dal 1900 al 1973 sono da qualche tempo in recessione: la Francia soprattutto, poi Gran Bretagna, Australia, USA. Gli Stati Uniti hanno ripristinato un’ottima qualità media. Hanno nove giocatori nella top-100 ma continuano a mancare uno Slam dai tempi di Roddick. L’anno appena trascorso sul circuito ATP ha distribuito 46 dei 64 titoli a giocatori europei, compresi i quattro Slam. L’ultimo a uscire dall’Europa è stato lo US Open 2009 andato in Argentina con Juan Martin Del Potro e prima ancora il Roland-Garros 2004 di Gaston Gaudio. Ma se la stessa cosa non accade tra le donne, si fa fatica a cercare un motivo che sia inattaccabile. Secondo Alejandro Ciriza che ne ha scritto per El Pais – la fonte di questi dati – il livello più elevato di tennis in Europa può nascere dal fatto che una percentuale più elevata di giovani atleti promettenti sceglie questo sport.

 

  ORME LE LINGUE E LA TERRA BATTUTA   ►  La rivista Tennis ricorda che quando Patrick McEnroe annunciò le dimissioni dalla carica di capo dello sviluppo dei giocatori alla federazione americana, citò la formazione dell’allenatore come l’elemento più importante da migliorare. Secondo analisti e osservatori consultati da Tennis, in Europa esiste uno standard di competenza superiore tra i coach. I giocatori europei – si legge – parlano più lingue e vanno regolarmente all’estero, sembrano adattarsi più facilmente alla natura confusionale del circuito internazionale. In effetti Brian Shelton non era mai uscito dagli USA prima di farsi vedere in Australia e stupire all’inizio dell’anno, così come John Isner ha vinto 14 dei suoi 16 tornei in casa. 

Pare che abbia un ruolo anche la mutazione nello stile di gioco. Il palleggio da fondo campo, dice Tennis, un tempo era appannaggio esclusivo della terra battuta, mentre oggi prevale su tutte le superfici. Ecco, il fatto che i tennisti europei abbiano maggiore confidenza con la terra rossa sin da bambini, li aiuterebbe allora nell’imparare la pazienza e la costruzione dei punti.

Occhio a questa dichiarazione: «Quando Milos Raonic aveva 17 anni, lo facevamo giocare quasi solo sulla terra battuta, per poterlo addestrare al cemento. La terra battuta permette di lavorare su tutti gli aspetti del gioco e permette di far progredire un giocatore sulle altre superfici».  

È una dichiarazione alla tv francese di Louis Borfiga, monegasco, l’architetto del tennis canadese contemporaneo, il cervello che ne ha partorito l’ascesa dal ruolo di direttore tecnico della federazione, lasciato nello scorso mese di febbraio. Sotto la sua guida sono emersi Denis Shapovalov e Bianca Andreescu, Félix Auger-Aliassime e Leylah Fernandez. Così non c’è più verso di andare per il mondo senza sentir chiedere loro come faccia una nazione più versata per gli sport invernali, con una popolazione di 37 milioni di abitanti, a produrre stelle e stelline tanto raffinate. 

 

  Il fenomeno Canada

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Stephanie Myles sul Guardian ha scritto che se esistesse una ricetta infallibile, il suo inventore potrebbe navigare con uno yacht intorno alla sua isola privata dei Caraibi, dopo aver venduto il segreto a tutte le federaizoni di tennis del pianeta. Un dato di fatto è che hai bisogno di molti soldi. La federazione canadese può contare in effetti su introiti significativi che vengono dai due Master 1000, maschile e femminile. Una buona parte è stata reinvestita nel centro di formazione aperto a Montreal nel 2007. Ma avere disponibilità economiche superiore non garantisce il successo. La Serbia, meno soldi e meno infrastrutture, ha prodotto tre numeri 1 [Novak Djokovic, Ana Ivanovic e Jelena Jankovic], tutti nati nel giro di due anni e mezzo. 

I soldi in Canada hanno permesso di organizzare tornei e di sostenere i team privati, fornendo allenatori internazionali di prim’ordine e personale di supporto per la transizione dai tornei giovanili a quelli professionistici. È il modello poi adottato dall’Italia: trattare ciascuna esperienza come personale e unica, ma tenerle tutte unite dentro una rete che il centro coordina, senza divorare. 

Auger-Aliassime è stato il primo vero prodotto di questo sistema, sebbene abbia un padre che è a sua volta un coach. Bianca Andreescu è stata lasciata a crescere a casa sua, a Toronto. Shapovalov si è formato in maniera del tutto autonoma nell’ambito della sua famiglia, con mamma Tessa allenatrice e uno sponsor privato che lo finanzia. La prossima sfida è reggere all’urto con la separazione da Borfiga. Sta per lasciare la federazione, richiamato in Francia a tirar su le sorti del paese.

Tutte giovani stelle del tennis canadese, ha scritto il New York Times, che hanno almeno un genitore immigrato. Auger-Aliassime ha mamma Marie Auger franco canadese e papà Sam del Togo. La madre di Leylah Fernandez, Irene, è nata a Toronto da genitori originari delle Filippine. Il padre, suo allenatore, Jorge, emigrò dall’Ecuador all’età di 4 anni con tutta la famiglia. Andreescu è figlio unica di immigrati rumeni. Shapovalov, nato a Tel Aviv, è figlio di padre russo e madre ucraina. Raonic è nato in Montenegro prima che i genitori, entrambi ingegneri, si trasferissero per lavoro oltre l’Oceano. «Non credo che sia una coincidenza – ha detto papà Jorge Fernandez in un’intervista – le famiglie immigrate portano con sé un sacco di duro lavoro in campo. Portano tenacia e volontà di sacrificio. Forse non sanno nulla di questo sport, ma sanno cosa significa lavorare sodo». 

Jorge era un calciatore professionista e un tennista amatoriale. Un autodidatta come Richard Williams, il padre di Serena e Venus Williams. Il padre di Auger-Aliassime ha un’accademia a Quebec City. I due sono in contatto costante. Si scambiano idee e programmi. Michael Downey, presidente federale, li ha sostenuti con opportunità di allenamenti d’élite e wild card in giro per il mondo. 

 

L’aspetto multiculturale nel tennis è un riflesso demografico della società canadese, già evidente nell’estate dell’anello NBA a Toronto, con quei Raptors costruiti a immagine e somiglianza delle comunità immigrate, in un paese che ha accolto 2 milioni di stranieri fra il 1996 e il 2006. Il 52% della popolazione e il 66% degli studenti a Toronto sono immigrati. Il basket ha funzionato da acceleratore per l’integrazione di ragazzi cinesi e pakistani, filippini e indiani. Dall’hockey su su ghiaccio si sentivano respinti. 

All’inizio degli Anni Novanta la traiettoria di Greg Rusedski, finalista a New York e numero 4 al mondo, aveva invece avuto un segno inverno: nato a Montréal da padre di origini polacche e ucraine e da madre inglese, aveva preso il passaporto britannico, pensando che giocare per loro lo avrebbe aiutato a emergere. 

Il centro di Montreal è stato pensato per una dozzina di posti. Il costo dei servizi forniti dalla fdeerazione a ciascun giocatore – tecnici, alloggio, viaggi, istruzione – ammonta a 150mila dollari all’anno. Moltiplichiamolo per 12, aggiungiamo gli stipendi ai dipendenti, i costi per la costruzione di ulteriori cinque campi al coperto, e avremo un’idea dell’investimento. Di là sono passati in 41, tutti in giovane età. Ventisette se ne sono andati al college negli Stati Uniti. Alcuni hanno provato a diventare professionisti. Le storie di grande successo sono rare. Come sempre. 

Ma Leylah Fernandez ha solo 21 anni, Marina Stakusic ne ha 18, Bianca Andreescu ancora soltanto 23. Quattro dei cinque ragazzi vincitori della Davis stanno sotto i 24. La pandemia e la cancellazione dei tornei nel 2020 hanno fatto perdere una decina di milioni di dollari alla federazione. Borfiga se n’è andato. Eppure i canadesi sono qua. Con due insalatiere tra le mani. A contrastare il dominio dell’Europa. 

 

in tv oggi ore 14 Rai Sport e Sky: Tsitsipas vs Rune | 21 Rai 2 e Sky: Sinner vs Djokovic

SU RIMBALZI

          Il tennista che diventò una scarpa

Il novantesimo episodio di Rimbalzi, il podcast prodotto e realizzato con Chora Media, è dedicato al primo Masters di tennis del 1970 e al suo vincitore, Stan Smith. Il tennista che diventò una scarpa | Su Spotify a questo link la serie completa | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme.

 

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