Una volta fermati Fagioli e Tonali, in attesa di andare nella scia di qualche altra rivelazione di Corona, la discussione sulla ludopatia si è arenata. Era un’emergenza un mese fa, se n’è tornata nell’ombra da cui veniva. Se ne occupa stamattina Marca in Spagna, prendendo spunto com’è ovvio dai casi di betting nel calcio italiano, per una ricognizione complessiva sul fenomeno, le cause, gli effetti, le sue vittime illustri [Michael Jordan, Wayne Rooney, Floyd Mayweather].
Juan Carlos Gallego, presidente dell’Associazione di prevenzione e aiuto dal gioco d’azzardo, lui stesso ex dipendente, spiega che «l’impulsività e l’adrenalina sono ciò che ti porta a iniziare a giocare per cercare di vincere dei soldi. Inoltre, gli atleti pensano di avere un vantaggio perché hanno il controllo della situazione».
Tra le persone che hanno chiesto aiuto alla sua associazione c’è un atleta semiprofessionista che preferisce restare nell’anonimato ma che racconta la sua storia al quotidiano sportivo spagnolo: «Fin da piccolo ero bravo nello sport, ma a 14 anni già giocavo a poker con i miei amici e da lì è iniziata la mia dipendenza dal gioco d’azzardo».
È un passaggio molto interessante. Illumina un aspetto finora poco considerato. Le discussioni si concentrano spesso su come sia possibile che dei milionari caschino nel gorgo del gioco. Segue appendice sulla noia, la solitudine, eccetera. In effetti abbiamo trascurato l’ipotesi che tutto cominci prima e che l’abitudine/vizio diventi impossibile da vincere anche una volta avuto accesso al professionismo. È uno scenario perfino più terribile.
David Llopis, psicologo e direttore del Master in psicologia dello sport presso l’Università della Florida, racconta appunto a Marca che il problema si pone in età sempre più giovane, nella mezza e tarda adolescenza: «La maggior parte inizia facendo scommesse collettive, il che comporta eccitazione, divertimento di gruppo, mancanza di autocontrollo. L’assuefazione nei giovani avviene rapidamente soprattutto per l’aspettativa che hanno di ottenere subito la vincita. Tutto in un contesto di divertimento e di piacere per lo sport su cui scommetti, che permette inizialmente di ignorare problemi depressivi e finisce per aumenta la frequenza di partecipazione».
Quando il divertimento diventa un hobby, siamo a un passo dal trasformarsi in una spirale di vizio dalla quale sarà complicato uscire. «Inizi a guadagnare soldi. Pensi che sia facile. Pensi di avere il controllo. Pensi che quando perderai sarà facile recuperare i soldi. Poi entri in un processo di mancanza di controllo mentale» dice ancora Gallego a Marca. È il momento in cui si sviluppa la dipendenza dal gioco d’azzardo, quando tutte gli ambiti della tua vita ne sono coinvolti. «Si genera allora uno stress emotivo. È necessario scommettere – spiega Llopis – per raggiungere quell’eccitazione, restarne distanti provoca irritazione o nervosismo. Le persone iniziano a isolarsi, cambiano umore, soffrono di insonnia, di problemi alimentari».
L’atleta che resta anonimo offre la sua testimonianza: «Sono arrivato a pensare di non valere nulla, ero costantemente frustrato perché non avevo un soldo. Sono arrivato al punto di prendere in prestito denaro da persone che non ne avevano abbastanza nemmeno per sé stesse, ma le manipoli e le costringi a darti qualcosa che vuoi usare per il tuo vizio».
Secondo Gallego l’ostacolo principale è l’inconsapevolezza della situazione, seguita dalla paura di chiedere aiuto, dall’imbarazzo per i debiti. «Rendersi conto della propria malattia e farsi aiutare è fondamentale».
È molto interessante anche la versione di Gallego sulla sostanziale inazione degli stati e dei governi, oltre il vantaggio che ne ricavano dagli introiti. Secondo il presidente della Apal il tema è trascurato perché «non rappresenta una spesa per la previdenza sociale, quindi le istituzioni lasciano che ognuno si riabiliti come può».