È abbastanza probabile abbiate sentito dire che l’Italia giocherà l’ottava finale di Coppa Davis della sua storia. Ne ha vinta solo una, nel famoso 1976 e in questi 47 anni non è passato sotto silenzio tutto il contorno politico che la accompagnò. A 25 anni di distanza dall’ultima finale, nella città di Málaga arriva un’altra chance e già non si trova più nessuno in giro disposto a svilirla come fino al mese scorso, qualcuno disposto a dire che – bleah – questa Coppa Davis è finta, è orrenda, è blasfema, non è più come una volta, parole che ascoltiamo dal 2019. Meglio così.
Nel 1998 Jannik Sinner non era ancora nato e stavolta è stato l’artefice della qualificazione. Ha battuto Novak Djokovic due volte in quattro ore, prima in singolare come al Masters, annullando per giunta tre match point, e più tardi in doppio tornando in campo accanto a Sonego, nella partita decisiva, come nei quarti di finale contro l’Olanda.
È solo la quarta volta in vita sua che Djokovic perde una partita dopo essere arrivato al match point. Nessuno degli altri due mostri dell’età contemporanea fa impressione alla stessa maniera in questa voce. Roger Federer, per esempio, si è fatto sfilare di mano 22 volte la partita dopo aver avuto una palla per chiuderla. A Djokovic questo sfenufregio non veniva inflitto da quattordici anni. L’ultimo era stato Nadal nel 2009 a Madrid. Sempre in Spagna. Con tre match point consecutivi a favore, non aveva però mai lasciato scampo a nessuno nella sua carriera.
Ecco, ora dopo questa vittoria ottenuta così, sarebbe bello poter mettere in minoranza una certa idea rafferma di nazionalismo, ancora viva negli schemi mentali di chi abita solo le proprie stanze, anziché affacciarsi alla finestra e guardare come vanno i ragazzi per il mondo. È davvero buffo che il presunto anti-italiano abbia vinto rimontando tre match point al giocatore indicato come un esempio di nazionalismo da seguire, nel torneo dove l’attaccamento alla maglia eccetera eccetera.
L’avversaria di domani pomeriggio è l’Australia delle 48 finali nella sua storia e delle 28 insalatiere portate a casa. È vero che i loro piatti nazionali sono la zuppa di ostriche e la zuppa di zucca. Quel recipiente è sempre parso più adatto a loro. Noi invece ci siamo dati più spesso alla retorica della supremazia della pastasciutta [cfr Bonucci-Chiellini], forse per questo ci siamo tagliati fuori dalla conquista dell’argenteria. Siamo più gente da servizio da 12 di piatti fondi. Eppure, arriva ogni tanto un momento in cui ti viene voglia di mangiare un’altra cosa. I bravi ristoratori dell’Alto Adige per esempio l’insalata la fanno di cappuccio crudo, con speck e cumino. Oh, casomai la ricetta è qua. Stai a vedere che.
PUZZLE
Che cosa si dice in giro
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Stefano Semeraro su la Stampa racconta che “così siamo finiti nel paese delle meraviglie seguendo un ragazzo dai capelli rossi capace di ribaltare le classifiche e fare sobbalzare i cuori di una nazione”.
| Nella sua rubrica domenicale per Repubblica lo scrittore Gabriele Romagnoli paragona la rimonta fuori copione di Sinner con altre memorabili [“più sono difficili e più grande è la festa”], citando “Lambruschini agli Europei di Helsinki 1994 che durante i tremila siepi cade, viene rialzato da Panetta, riparte e va a prendersi la medaglia d’oro. Valentino a Donington nel 2000 che accende il motore in quarta fila, scivola tredicesimo poi si ricorda che al traguardo non si arriva in retromarcia, infila tutti come un cammello la cruna di dodici aghi e passa per primo”. Ma pure fuori da piste e campi, pure fuori dallo sport, “i ragazzini thailandesi usciti dalla grotta, quelli colombiani sopravvissuti nella giungla, tutti gli uomini e donne dati per spacciati che sconfiggono la prognosi e tornano un giorno imprevisto sul campo da tennis”.
Romagnoli cita un passaggio di Richard Bach dal libro Illusioni, dove dice “Mai ti si concede un desiderio senza che ti si conceda insieme la possibilità di realizzarlo. Costerà fatica, tuttavia” e aggiunge che all’aforisma manca una parola: coraggio.
| Marco Imarisio sul Corriere della sera è definitivo: “Chiudiamola qui. E lasciamo perdere i paragoni con i nostri grandi del passato. Abbiamo un giocatore che il nostro tennis ha sempre e solo sognato. Dobbiamo accompagnarlo nel suo cammino asciugando l’enfasi, dalla quale non è immune questo articolo. Perché davvero, non è facile contenersi. Testa bassa e pedalare, anche da spettatori, proprio come sta facendo lui. Parafrasando il poeta Paolo Conte, ancora tante gioie quest’uomo ci darà”
Venticinque anni fa, nella finale di Milano contro la Svezia, le speranze di farcela si sfasciarono insieme con la spalla di Andrea Gaudenzi, che all’epoca era il numero 1 del tennis italiano e adeso è il numero 1 della federazione internazionale.
| Gaia Piccardi stamattina sul Corriere della sera parla di Coppa Davis “riveduta e corretta, certo, ma il marchio è lo stesso”, ecco, e allora parla di “corsi e ricorsi resi possibili dal talento straripante del ragazzo di Sesto Pusteria, che già era uscito campione dalle Finals di Torino ma qui, affacciato su quel Mediterraneo che ha visto solo a 13 anni quando è sceso dalle montagne per andare ad allenarsi a Bordighera da Piatti, fa addirittura di più: l’impresa con la maglia azzurra (a proposito: Nike, il munifico sponsor americano, rischiava l’ernia se gli avesse scritto «Italia» sulla schiena?) ha un valore inestimabile, eleva il campione a eroe (senza esagerare: è una partita di tennis), alla faccia di chi pensava che l’azzurro non gli interessasse, che il concetto di squadra cozzasse con il suo sano egoismo, che considerasse la Davis un reperto d’anteguerra, buono solo per certe (spettacolari) docu-serie alla tv”.
| Ha tutta l’aria di essere un riferimento alle polemiche nate intorno alla rinuncia di Sinner al girone e alla campagna della Gazzetta dello sport – ma deve essere acqua passata, dai, perché stamattina un articolo è riservato tutto all’editore Urbano Cairo che vince la sua riluttanza a farsi intervistare e lo incorona campione più amato, rassicurando sul fatto che davanti alla tv Sinner lo ha proprio entusiasmato. Anche oggi, pensate, seguirà le partite in televisione.
G.B. Olivero rasserena il paese scrivendo che Cairo “ieri ha fatto in modo di perdersi solo pochi scambi della sfida tra Italia e Serbia nonostante un impegno importante” e poi aggiunge che [stamattina] “Jannik piace a tutti. E uno dei motivi, forse il più importante, è il suo comportamento. Jannik è un esempio positivo, un ragazzo che sbaglia meno parole che rovesci, che non se la prende con la racchetta quando fallisce una comoda volée, che nel momento più duro della partita ha imparato a concedersi un sorriso”. Infatti. Un sorriso. Un esempio positivo. Stamattina.
Tre delle sei finali perse dall’Italia nella storia hanno avuto l’Australia per avversaria, ma è vero pure che tutt’e tre si giocarono sull’erba in casa loro, quando per un giocatore italiano togliere i piedi dalla terra rossa era come vincere la legge di gravità. La semifinale di Pietrangeli del 60 a Wimbledon è rimasta un’eccezione fino all’avvento di Matteo Berrettini – che adesso aspettiamo di nuovo ai suoi livelli, lui che sotto la guida di Vincenzo Santopadre ha avuto il merito di aprire la strada e riaccendere l’entusiasmo in un movimento spento.
| Vincenzo Martucci sul Messaggero spolvera il motto olimpico per Jannik [“Citius, Altius, Fortius”], quell’Olimpiade che non andò a giocare a Tokyo fra le critiche, mentre Marco Lombardo sul Giornale assegna qualche aggettivo: “Mostruoso. Fenomenale. Campione. Aggiungete voi qualche altro aggettivo, se ve ne sono rimasti in questi quindici giorni di tennis pazzesco. Perché se oggi torneremo a giocarci la coppa Davis 25 anni dopo l’ultima finale, a 47 anni dall’unica vittoria, lo dobbiamo a Jannik Sinner, al suo sabato indimenticabile, al miracolo italiano sì, italiano – che ha trascinato l’Italia, anche grazie a Lorenzo Sonego, a un passo da un sogno che ora possiamo quasi toccare”.
| Uno dei protagonisti del trionfo del 76, Corrado Barazzutti, interviene su la Stampa e dice: “Non amo i confronti con il passato, con l’epoca di Pietrangeli o di quella della nostra squadra del ’76 in Cile, ma sicuramente Sinner già da oggi può trovare posto in una galleria di Grandi”. Non si trova più nessuno, stamattina, che la chiama la Coppa Piqué.
Una lettera a Il Giornale
“Da appassionato di sport, tennis compreso, e dopo aver visto lo storico incontro a Torino tra due grandi campioni, Jannik Sinner e l’intramontabile Novak Djokovic, con ace che superavano i 200 km all’ora, mi sento di poter consigliare ai responsabili di questa bella disciplina onde migliorare la qualità del gioco, di alzare la rete di almeno un centimetro, in quanto non siamo più ai tempi di Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola!” [enzo bernasconi]