Il dibattito sul futuro della Coppa Davis

Oh, visto che adesso la Coppa Davis è in Italia, dirne male in Italia pare brutto. Eravamo rimasti al punto in cui veniva raccontata come un disastro senza senso, un torneo dalla formula folle, la Coppa Piqué. All’incirca dieci giorni fa. Ora, mentre qui passiamo l’aceto sull’insalatiera d’argento che stava scurendo, lo sporco lavoro del dibattito lo fanno all’estero. In Francia, per cominciare. Alt. Non stanno rosicando. È da tempo che nei paraggi di Parigi parlano di modello Italia da seguire per il tennis. Anzi. Frank Ramella su L’Équipe ha scritto addirittura che probabilmente non avremmo potuto desiderare vincitore migliore per questa Coppa Davis di un’Italia risollevata da un giovane leader.

Ma c’è una questione aperta. Come migliorare il torneo. Come essere contemporanei recuperando un pezzo di tradizione. Il bello di questa Davis è 1] aver riportato i primi-10 a giocarla mettendo in palio soldi e punti per il ranking, 2] aver ridato importanza al doppio che ora pesa per il 33 percento sul punteggio anziché per il 20 e può essere il match decisivo, 3] aver annacquato in un torneo a squadre l’influenza di un numero-uno: ora può portare in dote con il singolare il 33 percento dei punti e non più il 40 come una volta. Così il tennis si è potuto permettere per la prima volta la Finlandia in semifinale. Non è il segno di una decadenza. Le prime volte vanno salutate sempre con piacere. Anche quando non ci riguardano. 

Nel clima di festa sentito a Málaga si sono mescolati un migliaio di finlandesi e cinquemila tifosi britannici, oltre alla comunità italiana sempre presente quando si vince. Tutte le partite si sono svolte quasi con il tutto esaurito, fa notare stamattina L’Équipe, un punto cruciale per la legittimità di questa formula riveduta e corretta dal 2019. Una formula che, se ha perso prestigio, non può più permettersi tribune deserte.

In Germania tiene viva la discussione la Frankfurter Allgemeine Zeitung, dove si legge che l’emozionante settimana finale della Coppa Davis non nasconde la verità che molto rimane da fare. La competizione merita una modalità diversa

  PROSPETTIVE  ►  Dave Haggerty, il presidente della federazione internazionale si dice soddisfatto e racconta che resterà a lungo indimenticabile la semifinale Serbia-Italia. Ma un ragionamento sul futuro è in corso. Nel 2024 non cambierà nulla. Stessa formula: gironi di qualificazione a settembre in casa di una delle partecipanti, con le dodici nazioni qualificate che si aggiungeranno alle due finaliste del 2023 [Italia, Australia] e alle due wild card [Gran Bretagna e Spagna]. Valencia e Bologna sono già certe di ospitare un gruppo. La Finlandia ne vorrebbe un altro. Dal 2025 in avanti si vedrà. Non si toccano le Final 8 che sono il cuore del business per gli organizzatori, mentre una riflessione in questo caso si fa sulla sede. Feliciano Lopez, il regista della fase finale, ha detto: «È difficile trovare in altre città in Europa quel che offre Malaga, il clima, lo stadio, la motivazione di tutte le istituzioni della regione a organizzare l’evento. Siamo nel posto giusto, ma sono d’accordo, non possiamo rimanere qui per tutto il tempo, bisogna giocare altrove». 

La stessa fase a gironi è un problema, secondo L’Équipe. Le partite che coinvolgono il paese ospitante attirano pubblico, le altre si tengono con lo stadio vuoto, con effetti disastrosi. Si parla anche della possibilità di organizzare il torneo con cadenza biennale, ma come articolare il puzzle su sei date? E come gestire una riduzione dei profitti annuali? Un vero mal di testa sintetizza il giornale francese. Novak Djokovic questa settimana si è lamentato per l’emarginazione dei giocatori nel processo decisionale. «È importante mettere la questione sul tavolo e discuterne. Ma non a porte chiuse. Dobbiamo discutere con i giocatori e con le squadre. Tutti dovrebbero avere voce in capitolo, finora nessuno della federazione internazionale è venuto a parlare con noi. Possiamo fornire preziose informazioni sulla soluzione giusta». 

LO SPIRITO DEL TORNEO ►  Mark Woodforde, l’australiano un tempo re del doppio con Todd Woodbridge, in una intervista concessa al sito Ubitennis  sostiene con una buona dose di saggezza che «man mano che questo formato di Coppa Davis si stabilizzerà così come è, tutti ci abitueremo a considerarla come quella storica». 

Ma storico non vuol dire legittimo. E poi: cosa è storico? A forza di ritenere più giusta la formula che c’era prima, si dovrebbe risalire indietro nel tempo fino al Challenge Round, la qualificazione diretta alla finale garantita ai vincitori dell’anno precedente. La Davis si è giocata in questo modo dal 1900 al 1971, dunque per la maggior parte del tempo. Sarebbe questo lo spirito originario del torneo. La Davis cominciata nel 1972 era già eretica rispetto alla tradizione. Ma poi è diventata tradizione a sua volta.

[Diciamolo sotto voce che a qualcuno in Italia viene l’idea di riproporre il Challenge Roung. Per quest’anno]

Ubaldo Scanagatta dal suo Ubitennis concorda sul fatto che questa formula favorisca le sorprese, consente maggior equilibrio. Quando mai, altrimenti, la Finlandia avrebbe battuto il Canada? Si può vincere perfino una finale vincendo due sole partite – in teoria anche in soli 4 set – anziché in cinque match sulla distanza dei tre set su cinque che danno esiti certamente più veri, più rispondenti alle forze in campo.

È così vero, dice, che la stessa vittoria dell’Italia può essere considerata tale. Non era la squadra più forte – ha scritto. 

A Malaga – leggiamo – è successo che l’Italia ha battuto l’Australia grazie alle due vittorie nei singolari evitando un doppio finale quasi proibitivo con la coppia di specialisti Ebden-Purcell, campioni a Wimbledon 2022. Con la formula della Davis tradizionale il doppio, se giocato, contava aritmeticamente meno, il 20 per cento invece del 33, eppure tuttavia era spesso decisivo. Con questa formula si arriva anche a non giocarlo. Si convocano doppisti che… stanno a guardare. Con la vecchia formula le rimonte da 1-2 nella terza giornata di Davis nel World Group si contano sulle dita di una mano. Nessun si offenda, so bene che lo sport, tutto lo sport ed è il suo bello, permette delle sorprese, può far vincere al Leicester di Ranieri di vincere la Premier League, all’Udinese di battere la Juventus, alla Fiorentina di vincere sul Napoli. E, come dicevo in apertura chi vince ha sempre ragione. Ma l’Italia non era la squadra più forte. Anche per questo la soddisfazione è ancora più grande.

Nel suo intervento Scanagatta rivolge poi un pensiero affettuoso ai compagni di viaggio che a Malaga non c’erano. Consentite di ricordare con infinito affetto i miei due grandi Maestri, Rino Tommasi e Gianni Clerici, nonché un altro amico compagno di mille telecronache, Roberto Lombardi, che avrebbero meritato di vivere anch’essi la gioia di questo secondo momento storico per il tennis italiano, lo sport che ha alimentato da sempre la nostra grande infinita passione comune. Spero che Gianni e Roberto abbiano potuto godere e celebrare dai prati celesti di Lassù, insieme a tanti altri appassionati del nostro sport che avranno incontrato e non sono più su questa terra. E Rino certo anche avrebbe voluto essere a Malaga con me, ma le sue condizioni di salute non glielo hanno consentito, purtroppo. Avrebbero meritato di viverlo a Malaga, proprio quanto il più fortunato e glorioso novantenne Nicola Pietrangeli.

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