Il Varietà del Sabato era uno degli appuntamenti settimanali fissi della newsletter, insieme con L’oroscopo del lunedì, il Meteo del martedì, gli Odori del mercoledì, i Fumetti del giovedì, la Hit Parade del venerdì, le Giostre della domenica. In sostanza un contenitore di microstorie apparse sui quotidiani e raccolte giocosamente sotto un filo conduttore.
Ecco allora: Ciao Maschio per le panchine delle Nazionali italiane, Amici per la gestione del rugby italiano che non sta al passo con il mondo, Carramba per il sorprendente Ceccon in Coppa del mondo di nuoto, Stasera pago io per tutte le stelle dello sport che sotto pressione sbagliano una cosa elementare, Dove sta Zazà per Joshua Zirkee, Fantastico per lo scoppio ritardato di Gregori Dimitrov.
CIAO MASCHIO Non c’è nemmeno una cittì donna
L’ultima a cedere è stata Milena Bertolini, allenatrice della Nazionale femminile di calcio, saltata dopo dei Mondiali deludenti seguiti a un Europeo disastroso. Fatale. Solo che la federcalcio ha scelto al suo posto Andrea Soncin, parlando di necessaria alternanza di genere, rimasta inapplicata nel momento di sostituire Roberto Mancini. “Senza una donna” titola Repubblica stamattina, aprendo la sezione sport con la tendenza dello sport italiano al maschilismo.
Cosimo Cito e Matteo Pinci ricordano che la federbasket ha richiamato dopo tre anni Andrea Capobianco sulla panchina della nazionale femminile e che la pallavolo sta per ufficializzare un ritorno assai probabile di Julio Velasco.
“Lo sport italiano – si legge – si scopre una volta di più mondo di uomini che decidono, fatto di uomini che lo guidano. Nessuna delle nazionali azzurre di uno qualunque degli sport olimpici di squadra ha un commissario tecnico donna. Dal calcio all’hockey su prato, dal rugby a 7 alla pallamano fino al softball (la versione solo al femminile del baseball), è una lunghissima sfilata di nomi maschili. E non è strano che ciò accada, in un mondo governato da sempre solo da uomini, con un’eccezione sola, Antonella Granata, presidente della Federsquash dal 2021”.
Di questo aspetta aveva scritto Aligi Pontani su Domani l’altra settimana.
Secondo i dati del Coni riferiti da Repubblica stamattina, le donne tesserate come atlete per una federazione italiana sono 28 su 100, le dirigenti societarie sono il 18%, le ufficiali di gara il 19%, le dirigenti federali il 12%, sulle panchine delle nazionali maggiori siamo a 0.
AMICI Uno squarcio sulla governance del rugby
Non siamo poi così distanti dallo stesso tema, sul Foglio Sportivo, dove Michele Dalai analizza la nuova delusione della Nazionale di rugby ai Mondiali. Dalai è dirigente delle Zebre, una delle due franchigie italiane del Championship, il torneo transnazionale con la partecipazione di gallesi, irlandesi, scozzesi e sudafricani.
Dalai scrive che “nel rugby si tende a considerare ogni partita della Nazionale come una vetrina per tutto il movimento e si proiettano velleità personali e collettive sulla squadra, unico strumento di possibile crescita. Solo che la Nazionale perde, spesso o quasi sempre, e dopo ogni delusione in carta carbone rispetto alla precedente si torna a interrogarsi sulle ragioni dello scempio e si tende a cercarle altrove in un crescendo belushiano (le cavallette, le mamme italiane, la mancanza di tradizione, il güididípi ) che ormai farebbe quasi tenerezza non fosse grave”.
Eppure, eppure, dice Dalai, la federazione rugby ha incassato qualche centinaio di milioni negli ultimi 20 anni. L’Argentina arrivata ai quarti di finale fa con molto meno. Ha un budget tra i 5 e i 10 milioni di euro. Dalai rimpiange i tempi di Giancarlo Dondi presidente [“l’unico vero talento illuminato della politica del rugby italiano”], l’uomo che portò l’Italia nel Sei Nazioni, ma sottolinea pure che “continuare a piangere sul latte versato e fotografare una condizione disperata non aiuta a uscirne. Al di là delle storture del funzionamento sclerotico delle federazioni sportive italiane che vivono di infinite campagne elettorali, spoil system violentissimi alternati a stalli messicani inquietanti, i punti necessari a un possibile cambio di scenario sono tutti lontani dal campo e dalla Nazionale, che come scritto è solo l’effetto e mai la causa del disastro. Giochiamo male perché pensiamo male. Quello del presidente della Federazione è un piccolo potere assoluto. Piccolo perché del tutto irrilevante nell’economia delle cose del mondo, assoluto perché lo è nella determinazione del destino di uno sport sempre più in crisi. Come tutti i poteri assoluti prescinde da competenze e capacità strategiche e non può funzionare, difficile affidare un ente con un fatturato così importante a chi ha esperienze diverse ed è affiancato da figure politiche o di burocrati prodotti dal Coni, senza alcuna consapevolezza dello sviluppo frenetico che uno sport globalizzato ha nei paesi guida. Servono competenze specifiche e separazione dei poteri, serve un piano strategico vero per allargare un movimento asfittico a cui chiediamo di competere con i migliori senza mai dotarlo degli strumenti, più banalmente dei corpi. Serve portare il rugby agli italiani, raccontarlo senza necessariamente divulgarlo con machismi militaristi e influencer, portarlo nelle scuole e nei luoghi depressi dove lo sport ha ancora una funzione salvifica, dove i valori sono valori. Per ora il rugby è di nuovo lo sport un po’ spocchioso che si racconta bene e razzola malissimo, giocato da pochi e deriso da molti”. [tutto qui]
CARRÀMBA! La sorpresa di Ceccon a dorso
Fermi tutti. I Giochi di Parigi sono ancora lontani, ma Thomas Ceccon è già immerso nel clima. Nella tappa della Coppa del mondo di Atene ha chiuso al secondo posto il suo nuovo esperimento tecnico, i 200 dorso, con un crono migliore di quello realizzato nella prima tappa di Berlino, dove aveva nuotato in 1’56”64. È sceso a 1’56”49, a soli 20 centesimi dal record italiano di Matteo Restivo. Stefano Arcobelli sulla Gazzetta dice che “i 200 dorso stanno diventando propedeutici in chiave olimpica. Una gara alternativa ma utile”.
Secondo Giandomenico Tiseo su Tuttosport addirittura “l’appuntamento greco è utile per capire come Ceccon possa allargare il proprio programma. In qualità di primatista del mondo dei 100 dorso, specialità nella quale vanta medaglie mondiali ed europee, l’idea di spaziare potrebbe coincidere con la doppia distanza dello stile in questione. Thomas in Germania aveva toccato la piastra ai 150 metri in 1’28”14, mentre ad Atene in 1’26”99. Evidentemente, il passo gara più rapido ha acceso la spia rossa nell’ultima vasca: 28”50 a Berlino e 29”50 ieri. In sostanza, si tratta di mettere insieme i pezzi del puzzle con il tecnico Alberto Burlina, ma la sensazione è che i margini di miglioramento per il classe 2001 del Bel Paese siano molti”.
STASERA PAGO IO Sbagliano anche i campioni
Il sociologo Moris Gasparri sul Foglio Sportivo si domanda stamattina cosa succede ai grandi campioni, a quegli “atleti evoluti” li chiama, che sotto pressione falliscono, sbagliando cose che solitamente non sbagliano.
Dice: “Sian Beilock, psicologa e neuroscienziata americana, da tempo conduce ricerche di laboratorio proprio per comprendere i fallimenti sotto pressione nelle performance sportive e musicali, o nei test accademici. Il suo libro Choke, il termine che nel linguaggio della psicologia designa appunto il fenomeno del “soffocamento” che strozza le performance in contesti di forte pressione esterna, è una pietra miliare in questo campo. La pressione esterna, data nel caso delle competizioni sportive dall’importanza della posta in palio e dalle conseguenti aspettative personali e del pubblico, in alcuni casi può alterare proprio questo meccanismo, spezzando l’automatismo inconsapevole del gesto sportivo e riportandolo sotto il controllo della parte cosciente del cervello. Gli atleti in azione sono delle grandi macchine neurobiologiche che non indugiano nel pensiero e nella riflessione, dei veri anti-Amleto. Lo sport è il regno delle decisioni rapide senza pensiero, basate su automatismi appresi e codificati, divenuti inconsci. I grandi campioni non sanno spiegare come fanno ciò che fanno, sono degli esecutori irriflessi, lo sport professionistico si configura nelle forme di una radicale anti-filosofia. La pressione può spezzare questi automatismi inducendo proprio a un eccesso di pensiero su ciò che si fa, arrivando a scomporre e analizzare il gesto tecnico nelle sue parti, indugio amletico fatale perché quella che sembrerebbe una valvola di sicurezza a fronte di un’insicurezza che arriva dall’esterno può diventare una trappola sportivamente infernale, che induce agli errori apparentemente inspiegabili di cui sopra, creando una spirale senza via d’uscita se non quella della sconfitta e del fallimento prestazionale. Pensare troppo sotto pressione fa deragliare gli atleti, invece di aiutarli. “Paralysis by analysis”, viene definita nel linguaggio specialistico, diventare appunto Amleto, il personaggio che pensa troppo prima di agire e quindi eroe anti-sportivo per eccellenza, non a caso descritto da Shakespeare con i tratti della pinguedine”.
LEGGI ANCORA
16 settembre 2022
DOVE STA ZAZÀ E dove sta Zirkzee
«Ascolta, la mia vita è noiosa. Non faccio molto. In campo sono un giocatore creativo. Ma fuori: fuori dal campo vado a casa, vado a fare una passeggiata con il mio cane, torniamo a casa, gioco alla PlayStation, mangio, dormo».
Joshua Zirksee, centravanti olandese del Bologna, ha dato stamattina una bella intervista a Giorgio Burreddu per il Corriere dello Sport-Stadio.
“Basta guardarlo – scrive Burreddu – questo ragazzo dai capelli arruffati e dal sorriso allungato. Sembra fregarsene, un’alzata di spalle all’intero mondo. Invece è dubbioso, pensieroso, riflessivo, gentile. Dosa le parole”.
➣ Non le piace l’aspetto mediatico?
«Non mi interessa».
➣ La vita da calciatore fa per lei?
«È l’unica che conosco. In Olanda è diverso perché ho più persone da visitare, e tutto il resto. Ma non sono il tipo di persona che va in giro, non mi piace andare in città, sedermi da qualche parte a bere un caffè o qualcosa del genere. Non mi piace affatto. Preferisco andare in un parco dove c’è silenzio e rilassarmi».
➣ Se non avesse fatto il calciatore cosa avrebbe fatto?
«Non ne ho idea. Il calcio è l’unica cosa che esiste per me. Probabilmente la mia vita sarebbe andata molto male. Perché non ero bravo a scuola e vivevo con gli amici sbagliati. Non si può dire cosa sarei stato se non fossi stato un giocatore di calcio».
➣ Cosa non le piace di Bologna?
«Non mi piace quando si va in città con la macchina. Ogni volta devo pagare parcheggio. In Olanda è diverso. Quello che mi piace è che il cibo è molto buono. Molto, molto buono. Amo le tagliatelle al ragù più dei tortellini nell’acqua («Non nell’acqua – interviene l’ufficio stampa -, in brodo». «Oh, sì. Ma preferisco quelli alla crema», dice lui, ndr). Ci sono molti negozi per fare shopping. E poi le persone sono gentili, molto educate. E il tifo è davvero fantastico».
FANTASTICO Lo scoppio ritardato di Dimitrov
La semifinale di Grigor Dimitrov a Shanghai è un buon momento per rendersi conto che il bulgaro sta vivendo una delle migliori stagioni della sua carriera. All’età di 32 anni. Così dice la rivista Tennis a proposito di quello che veniva considerato un baby prodigio, ma che “sta ancora lavorando per realizzare il suo potenziale, dentro e fuori dal campo”.
Tennis racconta che il giocatore che ha provocato più scalpore venerdì a Shanghai non era iscritto al torneo, si trattava di Roger Federer, passato a salutare, a sorridere, a lanciare palline al pubblico, a guardare i quarti di finale. Una delle partite: quella di Grigor, “un uomo – si legge su Tennis – che ha modellato il suo gioco così strettamente su quello dello svizzero, da essere etichettato, per la sua crescente irritazione, con il soprannome di Baby Fed. Non è diventato il prossimo Federer, ora lo sappiamo, ma è diventato un suo buon amico, persino un membro della boy band del Maestro”.
Esatto, gli One-Handed Backhand Boys, un trio fondato insieme a Tommy Haas nel 2017. Dimitrov non ha escluso una reunion, ma nel frattempo – scrive Tennis – sembra ancora un debuttante con gli occhi spalancati che cerca di imparare qualcosa di nuovo da ogni partita, convinto che il suo meglio debba ancora venire. Non ha i risultati di Federer, ma gioca comunque un tennis emozionante, aggraziato e fluido”.