La lezione della medaglia d’argento degli All-Blacks

di aligi pontani 

 

Per anni in Italia c’è stato un modello retorico legato al racconto del rugby, dopo i decenni in cui era stato sport di estrema nicchia nel Paese: gli appassionati, pochi, erano quasi tutti praticanti o ex praticanti, gli altri ne capivano poco o nulla, al massimo guardavano le mirabolanti partite del Cinque Nazioni soprattutto per godere delle telecronache di Paolo Rosi (“tambureggiante”, “a percussione”, “terza e quarta fase”) e dello spettacolo di stadi dai nomi mitologici. La domenica sera del rugby si potevano ascoltare in tv i risultati della serie A, pieni di squadre venete e con altrettanto mitologiche squadre come l’Amatori Catania o l’Aquila. Poi l’Italia fu invitata al Cinque Nazioni che così diventò Sei, e tutto cambiò: arrivò il grande pubblico, e con esso la narrazione retorica di cui si diceva all’inizio. Resistendo tutto sommato una certa ignoranza delle masse – e forse anche di giornalisti catapultati  a raccontare uno sport di cui sapevano poco – ci si concentrava sugli aspetti non tecnici del gioco, che è un gioco difficile da capire per chi non lo conosce. E allora era forse più semplice parlare dei suoi valori, enfatizzati spesso in alternativa a quelli del calcio, sport invece in cui chiunque guarda  si sente competente e dunque autorizzato a dire la sua su ciò che succede in campo. Nel rugby invece si raccontava quello che succedeva anche fuori, il paradisiaco terzo tempo, dove le botte e i lividi rimediati in partita si diluiscono in solenni bevute comuni, dove pinte, rutti e pacche delle spalle sublimano la virilità senza sconti ostentata in mischie e placcaggi, dove il principio della lealtà dello scontro passa dalla teoria alla pratica. 

Al terzo o quarto Sei Nazioni, la retorica della lealtà, del terzo tempo, e pure dei valori ben diversi da quelli del calcio dove un modesto contrasto provoca lamenti e rotolamenti mentre i giganti infangati del rugby sopportano senza un plissé facce spaccate e teste inturbantate, beh insomma questa retorica appariva già un po’ ripetitiva. Per vent’anni il pubblico italiano ha però continuato ad assorbirla, anche il pubblico dei non competenti, anche quello dei tifosi del calcio, che al bar parla però dei duri e puri della palla ovale con una certa ammirazione. Più che un patrimonio di cultura sportiva, la diversità del rugby sarebbe destinata a restare questo, un argomento da bar, se non valesse invece la pena fermarsi a pensare meglio a cosa è successo sabato sera allo Stade de France, quando la brutta, sporca e cattiva squadra sudafricana ha strappato la Coppa del Mondo alla Nuova Zelanda della haka, del rugby bello e spettacolare, dopo una partita che anche ai profani più profani è apparsa come una sorta di buoni contro cattivi senza lieto fine. Hanno vinto i cattivi, i buoni sono rimasti praticamente tutta la gara in 14 contro 15, hanno avuto una meta annullata al Var (nel rugby si chiama Tmo, che sta per television match official), uno dei cattivi invece di essere espulso come avrebbe potuto è stato solo ammonito (nel rugby l’ammonito resta fuori un po’ di tempo, l’espulso non gioca più), hanno sbagliato di centimetri i calci piazzati che li avrebbero fatti vincere, come probabilmente meritavano.

Insomma una partita sfortunatissima e piena di cose cui aggrapparsi per maledire un po’ tutti: avversari, arbitri, divinità ostili, destino cinico e baro. La retorica da bar suggerirebbe un paragone con il pallone tondo: immaginate chessò, Mourinho (per dirne uno a caso, eh?) commentare una finale in cui la sua squadra resta in 10 e l’altra no, gli annullano il gol della vittoria per un’interpretazione alla tv, prende tre pali. E poi guardate invece cosa è successo nel dopogara dello Stade de France: nessuno, neppure uno, tra allenatore e giocatori neozelandesi, ha provato a spiegare la sconfitta non solo con l’arbitro, ma neppure con la sfiga. Nessuno, durante la premiazione, ha dato segni di insofferenza per la sua medaglia d’argento. Alcuni, tra cui quello cui avevano annullato la meta, si sono portati i figli in campo, vestiti con la maglia All Black, ad assistere composti alla premiazione di chi li aveva battuti. Senza lamentarsi, senza piangere (uno sì, ma era quello che avevano espulso e si sentiva in colpa), senza dimenticarsi di congratularsi con i loro carnefici sportivi, abbracciati uno ad uno. L’allenatore, alla sua ultima partita con la nazionale, ha detto che proprio non era il caso di parlare di altro che non fosse l’orgoglio per la prova dei suoi ragazzi e le congratulazioni ai vincitori.

Il giorno dopo, come mostrato ieri da Slalom che ha riportato i principali commenti della stampa internazionale, competente e specializzata, nelle decine di pagine dedicate all’evento parigino non c’era praticamente una riga sull’arbitraggio, né una dichiarazione di stizza o di rivalsa. Solo analisi tecniche e un enorme, incommensurabile rispetto: per i vincitori, per i vinti, per il rugby, per lo sport. E questa no, non è retorica spicciola. È una grande lezione per tutti. 

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