Avremo sempre Wembley, si dicono Humphrey Bogart e Ingrid Bergman nei nostri ricordi con la data del 2021. Tutte le volte che il calcio italiano metterà piede lì dentro, ricorderà l’estate più folle che ci sia capitata di vivere nello sport. Così pure stasera, per la quarta partita della Nazionale dell’età Spalletti, la prima trasferta dopo la tempesta del Betting.
Luigi Garlando sulla Gazzetta fa notare stamattina che Luciano Spalletti e questa partita, Inghilterra-Italia a Wembley, “sono gemelli, nati entrambi nel 1959. Quella volta, la prima volta degli azzurri nel tempio di Londra, sbagliarono pure l’inno nazionale. Suonarono la Marcia Reale invece dell’Inno di Mameli”.
Non è una partita decisiva, anzi, “conta poco – secondo Garlando – perché, salvo clamorosi incidenti di percorso, ci giocheremo la qualificazione il 20 novembre a Leverkusen contro l’Ucraina, con due risultati su tre a disposizione, a prescindere dal punteggio di stasera”.
Come siamo messi, allora? Come andrà questa partita che vedremo prima dell’apparizione di Fabrizio Corona nel programma di Nunzia Di Girolamo?
“La fotografia della nostra Nazionale – dice Garlando – al momento è questa: una squadra che ha bucato gli ultimi due Mondiali, scaricata da un c.t. scappato in Arabia per soldi, che ha dovuto lasciare a casa due talenti, indagati. Non basta il photoshop di una notte a modificare la brutta immagine, ma battere gli inglesi a casa loro, aiuterebbe parecchio. Per questo, ha fatto benissimo Spalletti a caricare le attese per la partita di Londra, solo apparentemente inutile. Spalletti ha preparato l’assalto al tempio londinese con un turnover scientifico che questa sera dovrebbe vedere in campo solo 3 titolari di Bari (Donnarumma, Barella, Berardi) e potenziando fisicamente la formazione. Scalvini e Acerbi alzeranno il muro difensivo di 6 centimetri e lo statuario Udogie darà più protezione di Dimarco; in mediana, Cristante porta un tackle anti-Bellingham più pesante di quello di Locatelli e Frattesi un’irruenza e un’intensità di manovra superiori a Bonaventura che ha 10 anni in più; El Shaarawy in attacco assicura maggior copertura di fascia rispetto a Raspadori, e Scamacca 13 centimetri di vantaggio sui palloni alti, rispetto a Kean. Non essendo un incontro di boxe, esaurite le operazioni di peso, poi dovremo giocarcela con i piedi”.
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| Paolo Tomaselli sul Corriere della sera si è dedicato alla novità forse più attesa, e attesa da tanto, lo spazio in maglia azzurra per Udogie.
“Papà Franklin lavora come imbianchino, mamma Kate si è occupata della crescita dei due figli: il maggiore, Uwa, si sta laureando a Manchester in Economia e così appena fuori Londra, «Udoghi» come lo chiamano gli inglesi, vive con uno degli amici di sempre, laureato in psicologia pediatrica. Un talento azzurro che gioca in Premier senza vizi e senza sorprese — chiedono gli inglesi ironizzando dopo i casi di Tonali e Zaniolo — sarà possibile? Una notte dello scorso aprile, in centro a Udine, Destiny ha sbandato con l’auto distruggendo i tavolini di un bar. Da qui, all’etichetta di festaiolo, il passo è stato breve. Ma lui corre più veloce, anche dei pettegolezzi”.
| Fabio Licari ancora sulla Gazzetta ricorda che “non siamo nella storia per il nostro fisico” e compie un percorso storico tra misure antropometriche.
“Una volta – scrive – c’erano i panzer tedeschi, gli svedesi altissimi «perché nordici» e tanti luoghi comuni intrecciati con la realtà. Nel 1914 eravamo al 57° posto mondiale per l’altezza alla visita di leva. Tra pasti migliori, medicina e sport abbiamo scalato questa classifica: al 9° posto nel ranking Fifa e al 29° in quello dell’altezza, media 1,77 per la popolazione maschile. Lontani sono bosniaci, olandesi e montenegrini, i più alti del mondo (1.84). Danesi, serbi e norvegesi inseguono. Quella di Euro 21 non sarà ricordata come una Nazionale di watussi. : 1,82 d’altezza per 74,3 di peso. In campo però sembravamo giganti. E la palla, escluso il match pari con la Spagna, non l’abbiamo fatta vedere a nessuno. Nella lista di Spalletti le cifre sono diverse: altezza media 1,85, peso medio 76,9. Una bella differenza di “scocca” Naturalmente il calcio è ben altro, è Maradona, è Messi, è poesia, spesso in miniatura. Non c’è sport più democratico”.
| Paolo Di Canio stamattina dice ad Antonio Barillà su La Stampa che non c’è paragone. L’Inghilterra è molto più forte di noi. «Non lo dico io: lo dicono i nomi dei calciatori e i loro club. Se Bonaventura a 34 anni, meritatamente, riconquista la nazionale, vuol dire che il livello non è altissimo: negli ultimi anni, in fondo, ha giocato in Conference. Ma nulla è scontato: mi fido delle capacità di Spalletti che anche a Napoli ha raggiunto un traguardo storico ottimizzando le qualità individuali. Senza contare che per molti azzurri l’Italia moltiplica gli stimoli perché vale una dimensione internazionale mai avuta nei club, e che l’Inghilterra, pur fortissima, qualcosa in difesa concede». Secondo Di Canio, poi, Bellingham è oggi il più forte al mondo. «Fa tutto e lo fa in modo eccellente. Certe sue giocate non riuscirebbero a 9 grandi giocatori su 10».
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Non è che entrando a Wembley ricordiamo solo l’estate del 2021. Roberto Beccantini sul Corriere dello Sport-Stadio rievoca il 14 novembre 1973, la data della prima vittoria storica del calcio italiano nel Tempio. Tra meno di un mese saranno cinquant’anni.
“Pioveva, quella notte, e ruggivano in centomila. Gli azzurri di Ferruccio Valcareggi si difendevano come avevano imparato a scuola. Gomito per gomito, mischia per mischia. Al minuto 86 la fierezza del migrante spinse Giorgione Chinaglia a cercare gloria in una zona ambigua. Sul tiro-cross, che Peter Shilton provò goffamente a bloccare, si avventò il carrello basso dell’uomo di Pieris. Perché sì, l’istinto e gli ultimi rigurgiti di forza lo avevano guidato lì, tra le zolle del fatale o del banale. Dalla roulette uscì il fatale. Oggi parleremmo “di tapin”, nel Novecento ci facemmo bastare «sulla respinta difettosa del portiere»”.
I ventenni che scommettono
Tutto il resto non è noia ma Betting. Anche oggi prosegue il viaggio delle opinioni nei motivi, nei misteri, nelle psicologie. Aldo Cazzullo sul Corriere della sera attacca: “Che la magistratura italiana debba pendere dalle labbra di Fabrizio Corona è inquietante. Che ritenga di intervenire nel ritiro di Coverciano, alla vigilia di una partita decisiva della Nazionale, pure. Tuttavia la magistratura non inventa i reati; li scopre e li sanziona”.
Così, Cazzullo ricorda che il presidente del Torino, no, non Urbano Cairo, il presidente anni Settanta, Orfeo Pianelli, diceva: «I calciatori sono ragazzi, a noi tocca tenergli su i pantaloni». E poi c’era Giampiero Boniperti, che consigliava ai suoi di tagliarsi i capelli [“chissà cosa avrebbe detto dei tatuaggi”, si incuriosisce Cazzullo] ma pure di sposarsi presto, “convinto che la moglie fosse sia garanzia di equilibrio, sia fattore di controllo sociale”.
L’editorialista del Corriere della sera sottolinea che “Fagioli e Zaniolo guadagnano in pochi mesi più di un primario neurochirurgo in tutta la vita. Ai loro piedi i calciatori ventenni hanno donne, tifosi e pure giornalisti: uno di loro disse una volta in tv che Zaniolo era meglio di Messi. Con simili premesse ci sarebbe da stupirsi se non fosse finita così”.
Walter Veltroni sulla Gazzetta dello sport considera: “Sarebbe bene che tutto il sistema calcistico facesse, non sospinto da qualche emergenza di cronaca, un serio e impegnativo esame di coscienza. Si alzano spesso, sospinti dal vento dei titoli dei media, dei giganteschi polveroni diradati i quali tutto torna com’era. Un disagio che temo scopriremo più diffuso di questi due casi. È figlio della velocità con la quale questi ragazzi arrivano al successo, alla notorietà, ai soldi, a una vita nella quale scoprire e stupirsi è difficile, perché tutto si ha. Sarebbe interessante raccontare le loro storie, capire perché possa succedere che, arrivati in cima al monte, con tanta fatica a e tanto talento, si decida di gettarsi giù, con il rischio di perdere tutto, a cominciare dalla considerazione del proprio mondo. Per aggiungere, credo, non tanto il denaro, che certo non manca, ma adrenalina per sconfiggere noia, solitudine, appagamento”.
Il Corriere della sera stamattina ospita pure l’intervento di un altro opinionista, Beppe Severgnini, interessato alla solitudine del giovane calciatore.
“Se scavate nella vita dei campioni finiti fuori strada — scommesse, guai giudiziari, investimenti sbagliati — la solitudine è un comun denominatore. I calciatori sono come il miele per le mosche: occorre qualcuno che le scacci. Un procuratore che non badi solo ai soldi; un allenatore paterno; una dirigenza attenta; una ragazza sensata; amici veri, fuori e dentro la squadra. I compagni di squadra di Fagioli, Tonali, Zaniolo non sapevano; o, se sapevano, non sono intervenuti. Soli anche loro, forse. A questa condizione contribuiscono tutti. Le società, che hanno isolato le squadre dai media (un tempo i giornalisti entravano negli spogliatoi!). I tifosi, che hanno trasformato l’affetto in idolatria, facendo scattare nei giocatori meccanismi difensivi. I genitori, spesso più attenti al conto corrente che alla salute mentale del campione in famiglia. I calciatori non sono burattini, come Pinocchio. Ma quando si rimane soli, il Gatto e la Volpe arrivano sempre”.
Ieri mattina sul Corriere dello Sport-Stadio Italo Cucci aveva individuato una soluzione. “Ci vuole il Sorvegliante”, ha scritto, ecco, ci vuole un Mister Controllore. Oronzo Pugliese, per esempio. Sul serio. Ci vuole Oronzo Pugliese. Paolo Di Canio con Barillà su La Stampa trova che «che c’è troppo buonismo, si tende a comprendere e giustificare. Premesso che bisogna aspettare l’esito dell’inchiesta e rispettare chi soffre di malattie come la ludopatia, voglio essere schietto: se qualcuno, con il mondo davanti, fortunato, rischia di sciupare tutto per comportamenti leggeri è un cogl..ne, non un poverino. E se vengono accertate responsabilità, oltre agli organi federali anche le società devono punirli». Una bella bacchettata sulle mani. Oppure i ceci sotto le ginocchia. Ecco.