Quattro matrimoni e una nazionale: il sabato azzurro con basket, rugby, pallavolo e calcio

 

Quattro Italie vanno in campo nel giro di dodici ore. Quella di basket è a fine corsa nei Mondiali, quella di pallavolo gioca per proseguire la sua agli Europei, quella di rugby sta per iniziare un cammino, quella di calcio vuole ricominciarlo. Hanno in panchina un goriziano, un toscano, un pugliese e un neozelandese. Si comincia con l’ultima partita di Gigi Datome e si finisce con la prima di Luciano Spalletti. Un’Italia cerca mete con l’oriundo Ange Capuozzo e un’altra potrebbe chiedere gol a Retegui, a una terza sono mancati i canestri di Banchero, l’ultima ha rinunciato a Juantorena. Diario azzurro del penultimo sabato di un’estate assai sportiva. 

 

     ORE 10.45 L’ultima partita di Gigi Datome

Il contesto è quello che è. Una finale per il settimo e ottavo posto. Il minimo dopo aver passato il girone. L’ultima di Gigi Datome in carriera scivolerà via davanti a un altro grande deluso di questi Mondiali, Luka Doncic, forse la stella più stella presente al torneo. 

Piero Guerrini su Tuttosport scrive stamattina che “Gigi ha dimostrato in questa lunga carriera che si può vincere (tutto, eccetto purtroppo in Nazionale), senza esibire comportamenti particolari, con eleganza e compostezza, ma grande durezza in campo. E voglia di migliorare. Curando interessi extracampo, anche in questo esemplare. Le letture al punto da tenere un blog, la chitarra, al punto da essere invitato a suonare con Patti Smith una canzone, in questo ultimo mese anche come comunicatore, attraverso uno strepitoso podcast davvero interessante e rivelatore, con l’amico Nic Melli, sulla Nazionale”

Chiude con la presenza numero 203 in carriera, 323 contando le giovanili in 21 stagioni, Guerrini dice che sono state “21 estati fatte di gioie e delusioni, sempre con una dedizione commovente e una professionalità esemplare”. Ha giocato due Mondiali e sei Europei con cinque cittì differenti: Recalcati, Pianigiani, Messina, Sacchetti e Pozzecco. 

| Fabrizio Fabbri sul Corriere dello Sport-Stadio trova “un po’ mesta l’ultima gara di capitan Datome prima del ritiro. In azzurro non ha raccolto quello che la sua grande carriera, la sua classe, la sua professionalità ed il suo spessore umano meritavano”. E qui bisognerebbe poter dare un seguito alla constatazione con un’analisi su cosa è successo – o non è successo – in federazione durante l’età Datome. 

Fabbri aggiunge che “l’opera di svecchiamento, su cui Pozzecco ha messo le fondamenta del futuro, è iniziata. Adesso però serve trovare adeguate certezze e consolidare le gerarchie. Si saluta Datome, si riparte da Melli e Tonut, i due che escono con il voto più alto dal Mondiale. Ma ci sarà tanto da lavorare. Si attendono notizie dagli USA di Gallinari, si guarderà con attenzione alla nuova avventura di Nico Mannion in Spagna al Vitoria cercando di trovare nel campionato qualche risposa valida”. 

 

       Il torneo | Le semifinali di ieri stanno facendo girare certezze improbabili e letture consolatorie del cammino azzurro. Poiché la Serbia è in finale, allora l’Italia che l’ha battuta vale uno dei primi due posti al mondo. Ovviamente non è così. Altrimenti Marco Cecchinato che batté Novak Djokovic a Parigi, stamattina potrebbe rivendicare ventitré titoli di Slam, quasi ventiquattro. Lo dice bene Mario Canfora, giornalista della Gazzetta dello sport sulla sua pagina facebook, dove si è fatto domande sulla celebrazione enfatica del cammino dell’Italia di Pozzecco. Ah, se avesse preso la Lituania e non gli Stati Uniti, dicono i mille violini suonati dal vento. Canfora invece dice: “Forse se la sarebbe giocata di più, ma non lo sapremo mai. Magari se non avessimo avuto Filippine, Angola o Rep. Dominicana manco avremmo passato il turno, boh. Io punto l’indice sull’esaltazione del poco, quando il divario con tante è ancora enorme, e la presunzione, battendo la Serbia, di essere più forti. No, non lo siamo”.

Figurarsi poi, dopo aver visto gli USA battuti dalla Germania, gli USA che avevano tagliato a fettine l’Italia. Cosimo Cito su Repubblica sottolinea come “le varie nazionali americane hanno sempre vinto le Olimpiadi (meno che nel 2004), ma ai Mondiali sono spesso andate incontro a brutte figure. Questa non è neppure la peggiore: 4 anni fa, in Cina, chiusero al 7° posto. Non basta mettere assieme 12 ottimi giocatori come Edwards, Bridges, Reaves, pescati quasi a caso in un bacino sterminato, dare loro meno di un mese per trovare un’idea comune e buttarli in campo contro squadre con un vissuto di anni, come questa Germania piena di talento, terza all’Europeo 2022 e ora, per la prima volta, in una finale del Mondiale. Il basket è un gioco di squadra e in questo la vecchia Europa ha ancora qualcosa da insegnare anche agli americani”. 

La vittoria della Germania rischia di alimentare un vecchio equivoco caro al Partito dell’Eurolega. La NBA descritta più o meno come un circo. La faccenda è decisamente più artioclata e complessa. Dal 2014 la NBA accoglie più di 100 giocatori all’anno non americani. A marzo 2020 gli Oklahoma Thunder hanno abbattuto un muro, iniziando la loro partita contro Dallas con un quintetto privo di statunitensi. Un’invasione così massiccia ha prodotto un passetto alla volta, giorno per giorno, una serie di cambiamenti nello stile, nell’organizzazione e nel reclutamento dei giocatori. In una parola sola: cultura. In termini meno vaghi: mescolanza. L’Europa se ne è giovata di più. Il primo mvp europeo della NBA fu il tedesco Dirk Nowitzki nel 2007, poi campione nel 2011. Era il volto dell’insurrezione europea nei primi anni 2000 insieme con i fratelli Gasol. Nowitzki [e i Gasol] erano l’opposizione agli Shaquille e ai Kobe. Eccezioni. Ma ora? Gli USA non hanno un mvp dal 2018. L’ultimo europeo è stato il serbo Nikola Jokić e ora l’Europa è al governo in NBA. Domani la finale è proprio Germania-Serbia. I loro paesi. La finale mondiale di un’Europa che si è presa la NBA.

I Mondiali avranno dunque una finale mai vista, la sesta inedita di fila. Germania-Serbia sarà la settima tutta europea, cinque erano state Jugoslavia-URSS [o Russia] fra 1967 e 1998. Dal 2002 abbiamo avuto 8 paesi diversi per 12 posti in finale. Chi studia e si aggiorna, cresce. Noi dove siamo? La Germania ha vinto una partita interpretata benissimo e preparata meglio, fatta di lucidità nelle piccole cose. Ha segnato più di 100 punti in 4 delle ultime 5 partite. Steve Kerr, il coach degli USA, l’ha detto bene: «Non è più il 1992». 

| Flavio Vanetti sul Corriere della sera: “Ai tecnici il compito di spiegare questo mezzo flop, che è anche caratteriale perché quando il Team Usa ha trovato avversari tosti (a differenza dell’Italia, crollata presto) non ha avuto l’energia per imporre la sua legge. La squadra secondo noi difettava di gerarchie chiare, era giovane, meno robusta del dovuto e, come detto dal coach, era un «patchwork» nel quale, per dire, il rookie of the year Paolo Banchero non ha lasciato il segno. L’oggetto del (vano) desiderio dell’Italia ha anzi visto trionfare i compagni di squadra a Orlando, i fratelli Franz e Moritz Wagner”. 

 

 

ORE 13  L’esordio mondiale dell’Italrugby

La palla storta del rugby a pranzo, la palla tonda del calcio a cena. Patrick Roesing proprio ieri metteva in fila sulla rivista tedesca Stern sette motivi per cui il rugby si fa preferire al calcio, sebbene in Germania il rugby sia una nicchia [“C’è poco interesse per questo sport in questo Paese. Purtroppo. Ha molto da offrire e il calcio farebbe bene a copiarlo”]. Gli elementi sono: il rispetto per l’arbitro, il fair play con l’assenza di teatralità, spinte e sputi, non si riduce a una faccenda di mete, ci sono meno pareggi, il video arbitraggio funziona, vedi altre squadre vincere i Mondiali, non esiste la FIFA.

La prima avversaria dell’Italia è la sola nazionale non europea del giorno azzurro, anzi, la sola fuori dai vecchi Balcani. Il Guardian racconta che la vita della Namibia è diventata due volte più difficile per i problemi con il passaporto avuti da due giocatori. Il Ct Allister Coetzee si è lamentato del contrattempo patito da Herman Agenbag e Jay-Cee Nel. Coetzee faceva parte dello staff di allenatori di Jake White quando il Sud Africa vinse il torneo nel 2007, prima di diventare capo allenatore dei Boks dal 2016 al 2018. Torna in Francia a distanza di sedici anni da quel trionfo. 

| Andrea Buongiovanni per la Gazzetta racconta che “Lamaro e compagni dovranno soprattutto ribadire l’identità di gioco espressa nell’ultimo anno e mezzo. Contrattacchi fulminei, gran ritmo, affondi multifasi e verticalità. Mostrando però, al contempo, una maggior concretezza e la capacità di sfruttare ogni occasione. Il triangolo Allan-Capuozzo-Ioane sa fare la differenza, Brex è un altro centro affidabile, la mediana Garbisi-Varney di qualità. Partendo, naturalmente, dalla mischia, oggi formata da un blocco di sei giocatori di Treviso (Lorenzo Cannone, Lamaro, Negri, Ruzza, Ruzza, Ferrari, Nicotera), più la novità Lamb (inglese di origini torinesi) e Fischetti”. 

 

   Il torneo | Il Mondiale è cominciato con la vittoria della Francia sugli All-Blacks. L’Équipe dedica di nuovo la prima pagina alla nazionale e le prime diciannove al torneo. Diciannove. Nella sua analisi Renaud Borel scrive: “Le giornate cominciano ad accorciarsi ma che bellezza prolungare la notte. È solo l’inizio. L’obiettivo è un altro. È molto più grandioso. Dopo una partita come questa, verrebbe la tentazione di usare i superlativi. Per tanti motivi la Francia li merita, per il piacere che ha offerto durante una serata inizialmente soffocante, stressante, poi incantevole, quando finalmente i Blues sono tornati ad essere se stessi”.

Il riferimento è ai molti palloni persi in modo sciocco [“Sarebbe molto sorprendente sapere che Shaun Edwards, il guru della difesa francese, è rimasto calmo e olimpico durante l’intervallo”], con una partita abbastanza mediocre di Antoine Dupont.

 

  IL PAESE   Yves Thréard su Le Figaro ha scritto che si avverte il desiderio di vincere i Mondiali “in questo Paese irruente, irritabile, pieno di quelle fratture che le virtù dello sport sanno lenire, se dobbiamo credere a Emmanuel Macron. Con il suo inimitabile senso della sintesi, Antoine Blondin diceva di amare la palla ovale per la sua rotondità, la sua capacità di unire le persone di buon umore”.

 

Oggi spicca nel programma Inghilterra-Argentina a Marsiglia. Tuttosport sottolinea che non è come quattro anni fa, “quando i Pumas non erano certo in grado di competere contro gli inventori dello sport della palla ovale”. L’arrivo di Michael Cheika sulla panchina della squadra sudamericana ha riportato emergia e gli inglesi non stanno attraversando un periodo felice. Hanno perso a Twickenham da Fiji per 30-22. Non era mai successo prima. Fra i titolari dell’Argentina c’è Thomas Gallo, pilone della Benetton Treviso. La situazione è tale che gli inglesi hanno già stabilito di non licenziare il cittì, comunque vada questo Mondiale: Borthwick manterrà al suo posto perfino in caso di eliminazione ai gironi. Il Times parla di Inghilterra sdentata proprio nel torneo più aperto e più competitivo che ci sia mai stato. “Si consiglia ai tifosi inglesi – scrive Alex Lowe – di guardare i Mondiali con una visione widescreen e di assaporare la galleria di talenti durante l’intero evento, perché la visione ristretta non promette di essere un’esperienza gioiosa. L’Inghilterra non è mai stata così impreparata a un Mondiale. Il rugby è in difficoltà pure in Galles e Australia, in gran parte a causa della straordinaria capacità di questo sport di continuare a darsi la zappa sui piedi. In molte altre parti del mondo, però, è ancora vivace”. 

 

  Il Guardian parla appunto di Australia come underdog, non di più, e con l’ex ct inglese Eddie Jones già sotto esame in panchina. Ha perso tutte e cinque le partite di avvicinamento al torneo, ma il sorteggio dei gironi è stato favorevole: in effetti la composizione dei gruppi si è basata sulle teste di serie di tre anni fa. “Con una squadra giovane costruita per la Coppa del Mondo del 2027 in casa, i Wallabies non sono tra i favoriti. Il modello statistico di RugbyVision dà loro una probabilità del 2,1% di successo finale. Cominciano contro la Georgia – la nazionale che ogni tanto viene data dalla stampa inglese sul punto di subentrare all’Italia nel Sei Nazioni. 

 

L’Irlanda numero 1 del ranking fa il suo esordio con la Romania a Bordeaux, dove sono previsti 37 gradi durante il giorno. È una partita dove nessun miracolo pare in grado di scardinare il pronostico. I giornali inglesi si stanno già dedicando a calcolare i giorni di riposo tra un turno e l’altro per la nazionale di Dublino e per le sue rivali.

in tv oggi ore 15.30 Sky: Irlanda-Romania | 18 Sky: Australia-Georgia | 21 Rai Sport e Sky: Inghilterra-Argentina | domani ore 13 Sky: Giappone-Cile | 17.45 Rai Sport e Sky: Sudafrica-Scozia | 21 Sky: Galles-Fiji

 

 

  ORE 18  Gli ottavi degli Europei di pallavolo

Esauriti i lunghissimi gironi con molte partite insignificanti, gli Europei sono entrati nella fase a eliminazione diretta. L’Italia ha preso agli ottavi la stessa Macedonia del nord che tocca al calcio. Carlo Lisi sul Corriere dello Sport-Stadio dice che la nazionale di De Giorgi è una squadra che “rispecchia pienamente la scuola azzurra del volley, fatta da grandi registi e invalicabili centrali, da ottimi difensori e potenti opposti, ma soprattutto da martelli, eclettici e completi, degni successori di Bernardi, Cantagalli e Papi: i gioielli di posto 4 di oggi sono Lavia e Michieletto, cardini della ricezione e dell’attacco”. 

Il fantasma in questa storia è quello della nazionale di Mazzanti e del caso Egonu. Così quando il presidente Manfredi parla di squadra unita e compatta, a tutti viene in mente che stia sottolineando per contrasto la situazione femminile. Non c’è nessuna volontà nella federazione di fare chiarezza né di tornare a parlare di questa gigantesca questione, non prima delle qualificazioni olimpiche – che partono il 16 settembre in un’aria pesantissima. 

Tutto il mondo della pallavolo non aiuta. Qualche giorno fa su Slalom si ragionava su come il racconto di questo sport [e di molti altri olimpici] sia affidato a una loigica embedded. Purtroppo lo conferma stamattina Andrea Lucchetta parlando al Giornale. 

«In realtà non c’è nessun caso – dice – perché i fatti dicono che è stata Paola a scegliere di non andare al preolimpico e di prendersi un altro periodo di riposo, dopo quello dell’anno scorso. Questo denota una fragilità di fondo, tecnica e soprattutto psicologica, anche rispetto ad altre stelle del panorama internazionale. Ma il problema parte da lontano, già dall’impostazione che le è stata data da quando ha spiccato il volo dal Club Italia. Egonu è un patrimonio della nostra pallavolo, e come tale va preservata. E per farlo le va detto chiaramente in cosa deve migliorare, cosa deve fare e soprattutto cosa non deve fare. Questo vale per tutti gli atleti, che devono essere valutati nel loro percorso sia a livello tecnico che per l’atteggiamento in campo. Poi ci sono le scelte personali, delle quali ognuno si assume la responsabilità. Ma quando chiama la Nazionale si deve sempre rispondere presente».

Continuiamo così. Facciamoci del male. 

  il torneo |  La Romania è la sorpresa. Dopo aver battuto nei gironi la Francia campione olimpica, ha fatto fuori la Croazia agli ottavi da sfavorita. Ai quarti ritroverà la Francia, che con l’ingresso nel primo set di Ngapeth ha strozzato la resistenza della Bulgaria. L’avversaria dell’Italia ai quarti verrà fuori da Olanda-Germania. A Varna c’è la Slovenia contro la Turchia del cittì italiano Giuliani. Il più inatteso degli ottavi è quello tra Portogallo e Ucraina.  

 

in tv oggi ore 10.45 Rai Sport e Sky: Italia-Slovenia [Mondiali basket] | 13 Rai 2 e Sky: Italia-Namibia [Mondiali rugby] | 18 Rai Sport e Sky: Italia-Macedonia del Nord [Europei pallavolo] | 20.30 Rai 1: Macedonia del Nord-Italia [qualificazioni Europei calcio]

 

  ORE 20.30 La prima di Spalletti

Alessandro Bocci sul Corriere della sera chiama Spaletti “l’uomo che insegna a non aver paura di toccare il cielo” e lo vede chiamato “più prosaicamente” a darsi “un obiettivo terreno e concreto: trasformare l’incubo Macedonia (del Nord) in un sorriso, una speranza, un nuovo rinascimento, ma anche mettersi alle spalle un agosto maledettamente complicato e prendere le distanze dal punto più basso della nostra storia recente”.

Non ci sono molte alternative a una partita da vincere. Fabio Licari sulla Gazzetta parla di 4-3-3 come per Mancini, “ma il film sarà probabilmente diverso. Questione di tattica, atteggiamento, pressing, disposizione offensiva. Spalletti porterà con sé il Napoli vincente, forse la creatura più bella della sua storia, anche se la prima Roma, per scelte d’attacco e velocità, aveva poco da invidiare. Non sono però escluse variazioni, perché gli interpreti azzurri non sono gli stessi: mancano un centravanti che fa reparto da solo come Osimhen e un play che imposta basso come Lobotka. Soltanto stasera avremo le prime risposte e non saranno definitive. Già l’assenza di Chiesa, il Kvara azzurro, cambierà qualcosa, sebbene l’ultimo Zaccagni abbia le stesse armi nell’uno contro uno”. 

| Intorno a Spalletti si è coagulata un’aria di simpatia, un’apertura di credito che Ivan Zazzaroni sul Corriere dello Sport-Stadio considera sospetta, certamente figlia del fastidio mamelico provato per la partenza di Mancini verso l’Arabia. 

“Luciano Spalletti, che coltiva il senso della sfida, ha tutto per azzeccare la prima uscita: le capacità che gli vengono riconosciute – scrive Zazzaroni – l’entusiasmo di chi non desiderava altro per sé e il Paese – lo stesso Spalletti -, il pieno sostegno del presidente federale che l’ha accolto specificando di aver consegnato la Nazionale a «un grande allenatore». E poi il vento caldo di uno storico scudetto, il clima favorevolissimo derivato dalla frattura (scomposta) sanabile solo col tempo, forse, tra gli italiani e il Predecessore, infine l’appoggio della stampa, così sensibile ai cambiamenti. Specie quando sono freschi”. 

Chi ha seguito Spalletti nella sua storica avventura napoletana, è curioso di capire cosa porterà in Nazionale della sua esperienza, a parte il tatuaggio. 

| Francesco De Luca sul Mattino scrive di una Coverciano, “che è diventata la gabbia dorata di Luciano, così come lo è stato il centro di Castel Volturno nello scorso campionato. L’ufficio del tecnico del Napoli era diventato anche la sua casa, con un lettino sistemato sotto le maglie di Maradona e altri cimeli legati a quei tempi: ottima fonte di ispirazione notturna. Luciano vive intensamente le sue esperienze: entra nello spirito di un gruppo, quasi penetra nei muri di uno spogliatoio aveva voglia di tornare, ben prima della conclusione dell’anno sabbatico concesso da De Laurentiis dopo lo scudetto. E lo fa su quella panchina che sognava da ragazzo, quando immaginò di essere al posto di Bearzot nella partita a carte con Pertini, Zoff e Causio sull’aereo di ritorno dal trionfo ai Mondiali dell’82, come racconta il giornalista Enzo Bucchioni nel libro Luciano Spalletti il vincente”

| Marco Ciriello su Domani parla di seconda vita del Ct. “L’uomo della divisione al giro di boa di Ferragosto era diventato l’unico capace di compattare l’Italia pallonara e salvare quella calcistica. Oplà. Dalla panchina del Napoli a quella della Nazionale senza nemmeno veder crescere i pomodori. Senza allenare sua figlia Matilde come auspicava, giusto un ritiro pre-familiare. Ma in tempo per scazzare definitivamente con Aurelio De Laurentiis. L’altro Spalletti ne avrebbe fatto una faida, il nuovo ha sorvolato. Nella prima vita era malapartiano, nella seconda è terzaniano. Due tipi di toscani: Curzio Malaparte, belligerante col mondo e gli uomini; Tiziano Terzani, comprensivo col mondo e l’umanità. È la sua seconda vita, quella da generoso, da enzima, tanto che in pochi giorni a Coverciano ha lasciato immaginare altre seconde vite: quella di Gigio Donnarumma che ritrova Gigi Buffon e forse una tranquillità che a Parigi non ha mai conosciuto, anche per via della lingua; quella di Manuel Locatelli che torna in Nazionale e candidamente rivela che con Mancini si sentiva Bach con i Måneskin; quella di Sandro Tonali che dal Milan è stato catapultato al Newcastle; quella di Ciro Immobile che può ritrovare la centralità e forse il gol; e soprattutto quella di Jack Raspadori che finalmente si vede riconosciuto il proprio ruolo, di numero nove, viene messo al centro dell’area e del progetto: che è come ricongiungersi con sé stessi dopo aver vagato da una fascia all’altra del Tennessee”.

Antonio Giordano sul Corriere dello Sport-Stadio scrive: “Adesso che il Calcio ha risistemato i conti con il destino, l’ultima carezza che Luciano Spalletti (il Commissario Tecnico) riserva a Luciano Spalletti (l’allenatore) prima che cominci Macedonia del Nord-Italia è un bagliore di gratitudine che viene dall’anima espresso sorridendo ad un cronista. «L’hai portata la bottiglietta con dentro l’aria di Napoli? Te la pago, eh»”.

 

Visto dalle firme romane, Spalletti rimane un po’ l’allenatore che ha fatto altrove quel che la città immaginava non sarebbe riuscito a fare mai. Scoppia, perde i nervi, a gennaio sbrocca. E invece. 

Fabrizio Roncone sul Corriere della sera dice: “Il calcio di Spalletti è un meraviglioso miscuglio di puro genio tattico e di pignoleria prossima all’ossessione: il regista che deve avere sempre almeno tre soluzioni di gioco (Pizarro, alla Roma, giurava di non averne mai meno di cinque), e però anche il terzino che, quando sale, deve sapere a chi darla, e la mezzala che — quando si butta dentro — è obbligata a correre su binari precisi. Spalletti vuole giocatori che vivano di aspirazioni sublimi. Uno schema banale lo deprime. Invece lo eccita inventare (tipo certe difese «rotanti» a tre e mezzo, oppure Totti falso nove, Perrotta assaltatore, Nainggolan trequartista, Brozovic playmaker e Lobotka bussola vivente). Se capiti a cena con Spalletti, al dolce è lì che sopra il tovagliolo ti spiega come si porta il pressing sul portatore di palla avversario. Per una volta, il ghigno di Spalletti sembra un sorriso sciolto, vero. Essendo un filo permaloso, diciamo così, sarà comunque importante che si accorga il più tardi possibile di avere 60 milioni di colleghi, pronti a giudicarlo”.

 

Nel gioco delle parti e dei bacini d’utenza, Luigi Garlando per la Gazzetta dello sport ricorda che a Milano non hanno mai amato tantissimo Ciro Immobile centravanti: “Che cosa aspettarci stasera dall’Italia? Gol, prima di tutto, perché senza non si vince. A Palermo non bastarono 34 tiri per farne uno, non bastò un piattone a porta vuota (Berardi). Il centravanti era Immobile, come nell’apocalittico spareggio con la Svezia, come contro l’Uruguay che ci cacciò dal Mondiale 2014. Ciro è il Giobbe azzurro, ha vissuto una serie di sventure bibliche, ma ha resistito, non è scappato in Arabia, ha scommesso su se stesso e oggi raccoglie il premio: è lui il primo 9 di Spalletti, nonostante il Retegui manciniano e l’ombra di Scamacca che si allunga. Con l’onore della fascia da capitano”. 

| Alessandro Bonan sul Foglio Sportivo stamattina definisce Spalletti interessante “in quanto inaspettato, contropiedista di se stesso. In questi giorni lo abbiamo rivisto in campo a Coverciano, con la tuta, arzillo e saltellante, l’immagine di un uomo al vertice della felicità. I calciatori hanno parlato di lui spettinati da colpi di aria fresca. Hanno dimenticato Mancini, facendo trasparire, giusto o sbagliato che sia, una strisciante propaganda di risentimento nei suoi confronti, come se il Mancio avesse piantato tanti semi di discordia, forieri di un raccolto magari sciagurato”. Bonan prova a rintracciare in Spalletti un filo, un seme, il segno di un lascito e lo individua nella lezione di Fulvio Bernardini. “L’ho visto poco – scrive – eppure me lo ricordo tanto. Era diverso da Spalletti nel carattere, meno fumante, e nello stile, più aristocratico, ma con un calcio simile, arioso, ritmico, talentuoso e al tempo stesso organizzato. A quelli un po’ più vecchi chiedo: ho detto bene oppure sono preda di un abbaglio?”. 

A questo punto: facciamo che sia Bearzot. Amen. 

 

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