I CENTO GIORNI DELLE MOLTE ITALIE | CAPITOLO DICIANNOVE
Al diciannovesimo giorno dei cento dalle molte Italie, siamo davanti alla Nazionale femminile di pallavolo battuta in semifinale agli Europei dalla Turchia e a quella maschile di basket che aspetta la partita di domani mattina contro Porto Rico, l’occasione per andare ai quarti di finale dei Mondiali per la prima volta dal 1998.
La terra dove son nato è un florido giardino. È la figlia del mare e del sole. È la figlia del mare e del sole. In un mattino d’agosto di sette anni fa, il signor José Puig aprì la mail e scrisse le parole dell’inno nazionale a sua figlia Mónica, nel dubbio che lei non le ricordasse. Aveva l’occasione di portare per la prima volta Porto Rico in cima a un podio olimpico, potevano servirle, Mónica non le cantò, perché non fece altro che singhiozzare dopo l’oro nel singolare femminile di tennis. Non aveva mai battuto in vita sua una della prime-dieci giocatrici al mondo. Non aveva mai vinto uno Slam, anzi, mai si era spinta in un quarto di finale. Ma era la prima nella storia a portare la bandiera lassù, l’eroina di un paese fiorito dall’orgoglio forte per le proprie radici, sulla soglia delle mille identità, gli Arawak, la cultura Taíno, gli schiavi arrivati dall’Africa e i padroni dalla Spagna, i corsari francesi, la conquista inglese, gli attacchi olandesi, gli immigrati da Corsica Irlanda Germania Portogallo, e poi gli americani – chiaramente – gli americani che ti danno la cittadinanza perché quando c’è da fare una guerra, c’è qualcuno da mandare al fronte.
Porto Rico è sempre in bilico tra chi siamo e chi vorremmo essere, tra lo status di commonwealth e la tentazione di farsi cinquantunesima stella fra le strisce della Casa Bianca, anche se i suoi bond vengono classificati come spazzatura. La Porto Rico dei tanti Omero e della tradizione orale, perché i dominatori spagnoli non volevano che nascesse una letteratura indigena. La Porto Rico delle piantagioni di zucchero al servizio di Washington e New York. Con una bandiera uguale a Cuba ma dai colori al contrario, la stella sullo sfondo blu e le strisce rosse, qualcosa forse deve significare. La Porto Rico raccontata sempre allo stesso modo nei film e nelle serie tv, dove magari c’è una miss mondo, c’è una miss universo, sempre ci sono le bande di quartiere e un marito geloso, le canzoni di Ricky Martin.
Dietro gli stereotipi, quando arrivò l’oro di Mónica, c’era in effetti un paese che già da una dozzina d’anni aveva trovato naturale affidare la guida della corte suprema a una donna, passando da Miriam Naveira Merly [2003] a Maite Oronoz Rodríguez, pubblicamente schierata per la difesa dei diritti lgbt perché il paese non aveva ancora una legge statale contro la discriminazione gay sui luoghi di lavoro. Il Movimiento Amplio de Mujeres aveva dipinto per le vie di San Juan dei murales per far crescere la moblitazione contro la violenza di genere.
Nel tennis Porto Rico aveva avuto Gigi Fernández, grandissima interprete del doppio – 17 Slam negli anni ’90 in coppia con l’omonima Mary Joe – ma aveva scelto di giocare sotto la bandiera Usa, com’è diritto di ogni residente a San Juan. Porto Rico aveva avuto il baseball di Roberto Clemente e Orlando Cepeda. Porto Rico aveva la boxe, clandestina a inizio Novecento, insegnata nelle cantine sfidando il rischio della prigione, fino al giorno in cui scoprirono che sul ring salivano di nascosto anche i poliziotti. «Come potremo mai avere un campione del mondo se impediamo ai nostri ragazzi di fare a cazzotti?», dicevano.
Così sono arrivati Sixto Escobar davanti a tutti nel 1934, poi Wilfredo Benítez, Hector Macho Camacho, Melissa Del Valle – la prima donna nel 1998; fino ai tre campioni attualmente in carica – Jonathan Gonzalez [WBO mosca], Emmanuel Rodriguez [IBF gallo], Subriel Matias [IBF Superleggeri] – oggi che la boxe è tornata universalmente clandestina, quasi invisibile, senza più mito, senza luce vera.

È questo il paese dove lo streetball è una religione, le partite tre contro tre ai campetti, un pezzo di cultura urbana mescolato all’hip hop e al reggaeton, quattro milioni di persone in una terra dalle risorse limitate, senza un esercito proprio ma con una sovranità sportiva che ha trasformato atlete e atleti in una specie di diplomatici.
Quando il governo degli Stati Uniti vietò a inizio Novecento le corride e i combattimenti dei galli, in compenso portò una cosa chiamata pallacanestro. Ci giocavano i soldati, era una parte della loro preparazione fisica. Usavano un cestino di paglia tagliato a entrambe le estremità e lo piazzavano in cima a un palo. La popolarità aumentò insieme alla trasmissione delle partite in televisione, siamo agli Anni Ottanta. Alfred “Butch” Lee era diventato il primo portoricano chiamato in NBA [1978] dagli Atlanta Hawks, due anni la partecipazione ai Giochi di Montréal. Sarebbe stato anche il primo a giocare i play-off coi Lakers [1980] e a vincere l’anello, anche se non partecipò alle finali per un infortunio.
Ricardo Olivero Lora ha scritto e diretto un documentario sull’emigrazione, sulla diaspora e sull’identità culturale del paese viste attraverso il basket, anzi una partita di basket, generazionale, la finale per l’oro ai Giochi Panamericani del 79 contro gli USA. Lora viene da una famiglia di atleti, voleva capire come aveva fatto il basket a diventare diffuso quanto riso e fagioli. Un giorno suo fratello torna da un viaggio a New York e gli racconta molte storie di nuyorican, il modo in cui vengono chiamati i portoricani usciti dall’isola e assimilati. Inizialmente voleva dire solo: residente a New York. Nel suo senso più ampio è diventato qualcuno che ha perso il contatto con la cultura tradizionale, persone che si sono afroamericanizzate.
L’ultima ondata di arrivi è figlia dell’uragano Maria che ha devastato Puerto Rico nel settembre del 2017. L’area metropolitana di New York passò da 1.177.430 residenti di origine portoricana del 2010 a 1.494.670 stimati nel censimento nel 2016. Erano il 9% città, il 32% della comunità ispanica, il 6% dello Stato nel suo insieme.
I nuyorican sono cresciuti idolatrando il basket. È stato con il loro traino che la pallacanestro del paese ha colmato un gap quando il suo sviluppo pareva ristagnare. Hanno riempito un vuoto e hanno svolto un ruolo chiave nel consentire al basket di sostituire il baseball come sport principale sull’isola. Così, José Ortiz “Piculin” andò agli Utah Jazz [1988], Ramón Rivas due settimane dopo era ai Boston Celtics. Gli Indiana Pacers ruppero un’altra barriera affidando la panchina per due anni a Dick Versace. Dopo sono venuti Daniel Santiago a Phoenix, Carlos Arroyo a Toronto, erano già gli anni di una NBA aperta stabilmente al mondo. Così aperta da pagarne le conseguenze nel basket internazionale.
Ai Giochi di Atene accadde l’impensabile, quando la nazionale di Porto Rico diventò la prima squadra al mondo a battere un Dream Team alle Olimpiadi. Gli americani avevano LeBron, Iverson, Wade, Boozer, Duncan e Carmelo Anthony, eppure quell’anno passavano per debolucci. Carmelo, peraltro: un nuyoricano. Era la stessa Olimpiade in cui Pozzecco trascinò l’Italia alla medaglia d’argento.
«Il mio paese va sui giornali quasi sempre per cattive notizie» ricordò nei giorni della medaglia d’oro Mónica Puig. Salì sul podio e mostrò ai suoi che ogni tanto almeno si può piangere di gioia, quando si riesce a passare andare oltre, come dice Benicio Del Toro «Porto Rico è la mia frontiera, il mio confine, se non altro perché è circondata dall’acqua».
[aggiornamento di una versione breve scritta sul tennis per il blog Puliciclone]

PUZZLE Che cosa si dice in giro dell’Italia
◇ il trascinatore | Oscar Eleni, il Giornale: “Simone Fontecchio, lombi nobili, eravamo con suo padre a Madrid nel 1986 quando vinse l’argento europeo dei 60 ostacoli, spesso abbiamo applaudito sua madre Malì della nobile stirpe sportiva dei Pomilio che ha indossato la maglia azzurra 119 volte, vincendo due scudetti con Vicenza. Fontecchio si è liberato della strega che mandava a vuoto i suoi tiri nelle prime giornate e ieri ha spedito il pallone dove doveva mentre Bogdanovic sparava alla luna il suo 1 su 13 da 3”.
◇ gli americani | Andrea Barocci, Corriere dello Sport-Stadio: “Non è un caso se i tre giocatori che ieri hanno trascinato l’Italia abbiano vissuto la NBA di persona: Datome e Melli negli anni passati, Fontecchio gioca con la maglia di Utah. Il che potrebbe sembrare scontato. Invece non lo è affatto. Basta leggere le statistiche di Bogdanovic, uno che nella prossima stagione riceverà da Altanta 18,7 milioni di dollari: 1/13 da tre punti. Perché le stigmate della NBA non sono garanzia di vittoria nelle competizioni FIBA, specie se non si è affiancati da compagni disposti a sacrificarsi in difesa anche per te”.
◇ i gregari | Cosimo Cito, Repubblica: “Nell’ultima stagione Severini è stato il 92° giocatore per media d’impiego in campionato (22 minuti). Spissu, con i suoi 25 minuti di media alla Reyer, tra gli azzurri è quello con più km nelle gambe, ma è solo 48° in Serie A. Pajola 17 nella Virtus. Tonut, titolare nell’Italia, gioca 14 minuti a partita a Milano, come Ricci. Tutti gregari che insieme fanno una squadra vera e dal cuore sconfinato”.
Piero Guerrini, Tuttosport: “Questa Italia andrà ancora in altalena, è nel sua Dna quanto l’assenza di paura, ma si è tolta i granelli di tensione da prestazione. E sa sempre cosa fare e come farlo. C’è lavoro dietro a tutto questo. E chi non ne dà atto al Poz, sbaglia”.
◇ il <cittì | Leonardo Coen, il Fatto Quotidiano: “ Petrucci difende la scelta di aver nominato Pozzecco nel giugno del 2022, al posto dell’esonerato Meo Sacchetti (suo ex allenatore ai tempi dell’Orlandina): “È una persona straordinaria”. Ma ha in serbo una frecciatina: “L’ho sempre paragonato a Erasmo da Rotterdam”. Che scrisse il celeberrimo Elogio della follia. Al Poz la battuta non piace. Ma ingoia. Un giorno si tinse i capelli di rosso fuoco, per la partita finale contro la Benetton, schiantata dalle sue prodezze. Un’altra volta, infuriato per essere stato escluso dall’allenatore Jasmin Repesa, aspettò il momento giusto per sfotterlo. Nel derby della bolognese “basket City” (Fortitudo contro Virtus), gli fumò sotto il naso un sigaro, lo gettò per terra e lo schiacciò col tacco. Poz è sempre stato così: polemico, estroverso, esuberante, ma straordinario sul parquet, con quegli assist improvvisi e fatali che disorientavano gli avversari. Clamoroso, appunto”
in tv domani ore 10 Rai2, Sky e Dazn: Italia-Porto Rico
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