
Quando Sergej Bubka parla di Mondo Duplantis ricorda di aver impiegato 10 anni per salire di 20 centimetri, per arrivare fino a 6.14. Gli pare naturale, allora, immaginare che questa sua proiezione nel presente possa toccare di qui a sei-sette anni altezze che altri hanno solo sognato, lui compreso. Bubka ha smesso col rimpianto di non essere mai andato oltre 6 metri e 20. Un centimetro alla volta Mondo Duplantisi s’è portato a sette di distanza dai 6 metri e 30, senza che paia un abuso credere che un giorno li passerà. «Guardate quanta luce c’è sempre fra il suo corpo e l’asticella quando la sorvola. È inutile porgli limiti» ha detto una volta alla Gazzetta il saltatore ex sovietico, ucraino.
Povera Gudaf Tsegay. Aveva battuto da pochi minuti il record del mondo dei 5.000 metri sulla pista di Eugene, nell’ultima tappa stagionale della Diamond League. Per soli centesimi non è stata la prima donna sotto la barriera dei 14 minuti, ma ha tolto 5 secondi al vecchio primato di Faith Kipyegon, vecchio per modo di dire perché era del 9 giugno.Tsegay è la ragazza di 26 anni che in agosto aveva vinto il titolo mondiale dei 10.000 a Budapest e l’anno scorso quello dei 5.000 proprio a Eugene. Per non farsi mancar nulla, in questo sport contemporaneo di stelle che sanno far tutto o forse niente da domani si vedrà, è stata anche campionessa mondiale dei 1.500 metri indoor [nel 2022] e ne detiene il primato. Viene dal Tigray, la regione del suo Paese da tempo in conflitto con il potere di Addis Abeba. È stata portata nella capitale dal marito Hiluf, che durante il conflitto era stato incarcerato per alcune ore dalle autorità etiopi. Era uscita delusa dal 13esimo posto dei Mondiali di Budapest, si era sentita indebolita, chiedeva risposte da sé stessa e un buon ritmo alla lepre, Birke Haylom, etiope come lei. Non solo a Birke, ma pure alle luci che a bordo pista lampeggiano e dettano il ritmo, scandiscono il tempo da tenere per arrivare al primato. La rivoluzione del mezzofondo.
Povera Tsegay, un gran personaggio dell’atletica scivolata così nel cono d’ombra, perché Mondo Duplantis ha preso la sua asta, l’ha piegata e s’è arrampicato lassù. Ci sono record del mondo che restano con i piedi sulla terra, altri che fanno alzare gli occhi al cielo. Nelle tabelle di conversione in punti di tempi e misure, il 6 e 23 nell’asta ne vale 1330. Il primato di Tsegay arriva a 1282. Se i suoi formidabili cinque km corsi in 14 minuti fossero un salto con l’asta, misurerebbero 6 metri e 05.
Il salto mondiale di Mondo è arrivato al primo tentativo. L’asta ha ballato un poco ma non è caduta. Duplantis ha fatto una corsa verso le tribune, rincorso e catturato dai colleghi che volevano portarlo in trionfo. Così son fatti i saltatori verso l’alto, incapaci di rivalità e di inimicizia. Dev’essere l’aria buona che respirano lassù.

L’ascesa di Duplantis. Tre anni di Mondo nell’archivio di Slalom
Duplantis è venuto al Mondo a febbraio del 2020, quando passò di un centimetro i 6 metri e 16 di Renaud Lavillenie solo tre mesi dopo aver compiuto i vent’anni. Ancora pochi giorni e il virus ci avrebbe rinchiuso dentro casa, introducendo nel nostro lessico quotidiano l’obbrobrio di un ossimoro che ci obbligava al distanziamento sociale. Duplantis fece il suo primo record nella città di Copernico e della sua rivoluzione dei pianeti. Carlos Arribas, la firma olimpica spagnola di El Pais, scrisse che “pur se in questo momento sembra esagerato, quelle persone prodigiose che fanno cose apparentemente inspiegabili e grandiose, dovremmo chiamarle Duplantis della vita. Perché nessuno dubita che Duplantis sia un genio. Un Mozart. Un tipo biondo, leggero, quasi controindicato per una disciplina che richiede barbarità, come accelerare la corsa a più di 10 metri al secondo, portando una canna lunga più di cinque metri e pesante 25 chili, da afferrare per la punta, infilare con precisione in una scatola minima, da piegare come una catapulta; e poi fare acrobazie per capovolgersi in aria sopra una barra. Ogni astista dice che qualsiasi persona in strada non sarebbe in grado nemmeno di tenerla in orizzontale per qualche secondo”.
Era il nuovo volto atteso dall’atletica per il dopo Bolt. Negli anni 60 Sports Illustrated aveva salutato il salto con l’asta come “l’atto supremo dell’atletica leggera” perché in un unico gesto si trova “la sintesi di tutti loro, combinando la velocità di uno sprinter con la forza di un lanciatore di giavellotto e la molla e l’elasticità di un saltatore in alto, mentre la loro asta da 16 piedi rende necessario che siano furbi, per portarla in sicurezza da una competizione all’altra”.
Quest’ultimo punto è spesso più difficile di quanto sembri.
Sean Ingle sul Guardian raccontava che un ex detentore del record del mondo, Don Bragg, fu quasi fulminato quando la sua asta toccò una linea elettrica mentre cercava di salire a bordo di un treno alla stazione 30th Street di Filadelfia. “La domanda chiave – disse – è se l’atletica leggera saprà capitalizzare la sua nuova ondata di talenti. È un dato di fatto che sono passati quasi tre anni da quando Usain Bolt si è ritirato, lasciando un buco di un metro e 98 nello sport. In un anno olimpico, nomi come quello di Duplantis, di Noah Lyles – star dei 200 dalla parlata trash – e la ventenne ostacolista Sydney McLaughlin, devono essere spinti a venire allo scoperto”. Oggi sappiamo che è successo. In mezzo c’è stato il terrore globale della pandemia.
«Sognavo questo giorno da quando avevo sei anni», disse Armand Duplantis dalla Polonia. Nel 2005 aveva saltato 1 metri e 67 sulla pedana rudimentale costruita in giardino a Lafayette, in Louisiana, da papà Greg, un ex astista americano con 5 e 80 di personale, mentre mamma Helena nata a Hedlund in Svezia, ex eptatleta e pallavolista, osservava lo sviluppo del suo terzo figlio maschio, come raccontava Gaia Piccardi sul Corriere della sera. Andreas si è dato all’atletica, Antoine al baseball, Johanna era una matricola alla Louisiana State University. In effetti dentro Duplantis c’era un velocista da 10.57 sui 100 metri e un lunghista da 7 metri e 12.
“È stimato dai rivali, rispettosi delle regole non scritte della confraternita dell’asta: ci si aspetta e si festeggia tutti insieme” scrisse Piccardi. «Sono fiero di te» twittò Kendricks.
Sulla pedana rudimentale del giardino, Mondo sarebbe tornato a saltare nel mese di maggio, stavamo provando a uscire dal lockdown aspettando l’arrivo dei vaccini. Anche Renaud Lavillenie era nel cortile di casa sua a Clermont-Ferrand e Sam Kendricks al suo angolo di allenamento con vista su Oxford, Mississippi. Tutti da soli ma tutti avversari, a distanza, precisi, esatti, dentro lo spirito di quei giorni. Un campione olimpico (Lavillenie), un campione mondiale (Kendrick) e il ragazzino di 20 anni (Duplantis) col record. Venticinque medaglie internazionali in tre, in quel momento, mentre proponevano la gara più nobile del 2020. Una sfida a distanza, in streaming: vediamo chi supera più volte i 5 metri d’altezza in mezz’ora. Duplantis e Lavillenie lo fecero trentasei volte, Kendrick si fermò a ventisei. Nessuno in diretta sapeva a che punto si trovassero gli altri. Chi sbagliava, doveva rimettere l’asticella a posto lassù da solo e perdeva tempo. La cosa faceva l’effetto di Giochi Senza Frontiere, un deux trois, anche il Belgio gioca il suo jolly. Ma era la loro solita gara, gli stessi attrezzi, gli stessi gesti di sempre, solo in condizioni nuove, forzate. Era un’idea. Spostavano l’accento dalla qualità della misura alla quantità dei salti. “Una faticaccia bestiale, una maratona verticale per chi è abituato ad alzarsi in volo solo 8/10 volte nelle due ore di una gara tradizionale” spiegò Marco Bonarrigo su Corriere della sera. Uno spettacolo per i 20 mila spettatori collegati attraverso i social.
Messi uno sopra l’altro, i salti di Duplantis e di Lavillenie misuravano 180 metri a testa. Era un valore atletico. Non era un circo. Oggi possiamo finanche azzardare che fosse il grido dell’umanità contro il virus. Holly Bradshaw la definì “la cosa più epica che abbia mai visto. Una grande propaganda per il nostro sport”. Katerina Stefanidi fece sapere che “non ci sono parole per descrivere la mia invidia”. The Ultimate Garden Clash si chiamava, e per Lucas Sáez-Bravo di El Mundo si trattava di “uno spettacolo tanto insolito quanto divertente”.
Sean Ingle sul Guardian scrisse: “Non è stata esattamente una finale olimpica di fronte a 80.000 spettatori urlanti, né un normale evento di atletica leggera, ma per i fan affamati di sport dal vivo, guardare tre dei migliori atleti del mondo si è rivelata una prospettiva sorprendentemente allettante”.
Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta dello sport trovò lo spettacolo “body da gara, chiodate e cartelli col numero delle prove riuscite aggiornato a mano a bordo pedana da allenatori e familiari – degno e divertente2. Juan Gutiérrez su Diario As la giudicò “un’idea originale in questo periodo oscuro, per esplorare nuovi modi di fare sport e comunicazione”, mentre Stéphane Kohler su l’Équipe parlava di “un esperimento che ha dato buone idee ad altri atleti”.
Promossi. Del resto la disciplina si presta alla metafora. Negli anni 90 Germano Bovolenta, firma raffinata in Gazzetta, spiritoso e autoironico, dinanzi a certi svolazzi amava ripetere: «Sento puzza di poeti». Perché ci vuole un attimo a perdersi nella tentazione di partire con la simbologia dell’uomo che si stacca dalla terra e vola verso il cielo, supera la barriera, sconfigge il virus, cerca i suoi limiti, eccetera eccetera. Cinque metri sopra il cielo, direbbe quello là. Solo che Mondo andava a sei.
A proposito di scrittori. Nel suo libro su una buona serie di meravigliosi fallimenti, Io ce la potevo fare [Fazi, 2015], Fabio De Santis si domanda quale sia il sentimento di un saltatore verso l’asticella, se di complicità o di sfida, se di amore o di odio. Se lo chiede nel raccontare la parabola da perfetto secondo di Thierry Vigneron, rivale di Sergej Bubka nella misura in cui era possibile esserlo. Tipico prodotto della scuola francese che privilegia la tecnica alla forza, Vigneron con la sua famosa sigaretta tra le labbra in pedana, ha battuto ben quattro volte il record del mondo fra 1980 e 1984, negli anni in cui il suo Paese poteva contare pure su Philippe Houvion e Pierre Quinon. Poi sarebbe arrivato Jean Galfione. A cosa rivolge il suo amore un saltatore: all’asta o all’asticella?
PAGINE | “Inarcati, tesoro, dammi la spinta e io ti prometto che ti carezzerò piano, lasciandoti dondolare fiera e dritta alla fine della nostra fugace storia. E quella si piega, sembra che sudi per lo sforzo elastico che concentra in un secondo, si spezza, sì, si spezza, no, ce la fa, ce la fa. … Vigneron ci prova, e ci prova sul serio, non ci va neanche tanto lontano, ma la storia d’amore con le sue signorinelle è finita. Non si è mai saputo chi lo abbia tradito per prima, quella verticale o quella orizzontale, forse sono gelose l’una dell’altra” – di fabio de santis, Io ce la potevo fare (Fazi, 2015)
Per Yelena Isinbaeva andare su con l’asta era come trovare un secondo respiro. Disse così in una intervista con Rosalba Castelletti per D, magazine di la Repubblica: «È la disciplina tecnicamente più difficile e pericolosa. Gli infortuni possono essere fatali. L’asta non perdona. Devi saper controllare e coordinare ogni parte del corpo in terra e in aria». Yelena è la figlia di una operaia e di un idraulico musulmano di etnia Tabasaran del Daghestan. Aveva cominciato con la ginnastica, dieci anni su trave e parallele, poi si era scoperta troppo alta per il volteggio. Nel 1997 il salto con l’asta era ancora una novità nell’atletica femminile. Quando Rosalba andò a trovarla la vide che “sta sdraiata in un cantuccio, avvolta in una coperta, occhi chiusi sotto a un berretto, finché non viene il suo momento. Dopo la metodica ingessatura delle mani e incatramatura dell’asta, sussurra una giaculatoria segreta all’attrezzo che la fionderà tra le stelle”. Era agosto 2017 e la guerra era lontana.
L’asta alle Olimpiadi
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Il primo a usare un’asta di bambù al posto di quelle in frassino e noce fu Charles Dvorak, oro ai Giochi di Saint Louis nel 1904. Fino al 1908 era permessa la tecnica detta ad arrampicata, dovuta anche alla mancanza della buca nella quale fare perno. Nel 1936 a Berlino, dietro l’americano Meadows, si piazzano con la stessa misura i giapponesi Nishida e Oe. La gara dura fino a sera inoltrata, così i due rinunciano allo spareggio. Al ritorno in patria fanno tagliare a metà le medaglie e le fondono in modo che ognuna sia per metà d’argento e metà di bronzo. In piena guerra fredda, ai Giochi del 1952, Bob Richards fraternizza con il sovietico Pyotr Dyenysenko, al quale dà consigli durante la gara e dal quale sarà portato in trionfo dopo l’oro. Quattro anni più tardi si affaccia un altro innovatore, il greco Georgios Roubanis, bronzo, il primo a usare l’asta in fibra vetrosa. Si migliora di 8 centimetri. Nel 60 il vincitore di Roma, Donald Bragg, è detto Tarzan perché fa l’urlo della giungla quando passa l’asticella. Firma con un produttore un contratto per sei film nel ruolo dell’eroe di Burroughs ma poi non se ne fa niente. Nel 72 sono messe al bando le “aste verdi” perché erano in commercio da meno di un anno. Il 1980 è l’anno del gesto dell’ombrello con cui il polacco Kozakiewicz festeggia l’oro a Mosca.
Quarant’anni dopo, Emanuela Audisio sul Venerdì scrisse che “assomigliava più a Groucho Marx che a Charlot quando mandò a quel paese lo stadio Lenin che lo fischiava e sapeva benissimo che a casa, nei cantieri di Danzica, stava nascendo il primo sindacato libero dal blocco comunista, Solidarnosc (Solidarietà), guidato da Lech Walesa. E che il suo salto impertinente come i pugni neri di Città del Messico nel ’68 avrebbe sfondato il cielo, irritato sensibilità, e mischiato sport e politica”. L’Urss protestò ufficialmente, volevano portargli via l’oro, l’ambasciatore polacco spiegò che si era trattato di uno spasmo involontario. Kozakiewicz ne parla qui.
Il 92 di Barcellona è invece l’anno in cui Bubka fallisce la misura d’ingresso a 5,70. La stessa cosa gli ricapita a Sydney nel 2000, ma tredici giorni dopo batte il record del mondo. Nel 2004 Toby Stevenson, argento, salta con un elmetto. La figura più affascinante è forse quella di Cornelius Warmerdam, californiano di origini olandesi, considerato uno dei più grandi atleti a non essere mai stato ai Giochi olimpici. La guerra lo privò delle edizioni del 40 e del 44, quando era primatista del mondo. Nel 48 fu escluso perché era diventato professionista. Ha battuto il record 9 volte, tre all’aperto e sei indoor. Si allenava in casa, usando una buca scavata nella fattoria della famiglia, tra gli spinaci e la frutta.
Primavera 2022. Una volta usciti dal covid, nella Svezia di Duplantis – su Aftonbladet – Mats Wennerholm considerava in un articolo che “non dovremo aspettare ancora a lungo per i 6,20. Ci sono voluti due anni, venti giorni e 51 tentativi per battere il vecchio 6,18 di Glasgow. Il prossimo record arriverà prima”. Annabelle Rolnin su l’Equipe scrisse che “anche quando sei Armand Duplantis, salti con l’asta dall’età di 4 anni e hai qualità eccezionali, ci sono vette difficili da attraversare, come i dieci millimetri che lo hanno spesso lasciato frustrato”.
Anche Secondo Tim Adams della rivista Athletics Weekly, “è sicuro che lo svedese avrà ulteriori possibilità di battere presto il proprio primato mondiale e superare 6,20. Questo è un segno del suo grande impatto sulla storia del salto con l’asta. Potrebbe finire per trascendere l’atletica”.
Sul Corriere dello sport-stadio, l’ex maratoneta Franco Fava scriveva all’epoca che “per la sua esecuzione, perfetta tecnicamente quanto frenetica in aria, lo svedese è stato ribattezzato “il Michelangelo dell’asta”. A bordo pedana avevamo ricominciato a vedere mamma Helen, allenatrice, manager, consigliera. Durante la pandemia, quando i pochi voli rendevano difficoltoso il trasporto delle aste, era lei che dalla Svezia attraversava l’Europa in auto con il carico.
La fisica
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A proposito di libro delle leggi. Nel salto con l’asta si passa attraverso tutte le forme di energia, scrive Andrea Frova in La scienza di tutti i giorni. È la trasformazione dell’energia cinetica della rincorsa in energia potenziale gravitazionale, grazie al caricamento dell’asta in alcune fasi. La prima è la rincorsa, il gesto della propulsione. Una progressione ritmica che prevede l’accelerazione negli ultimi passi, quando dal terreno della biomeccanica si passa nell’area della tecnica, quando ci si prepara cioè per quella che viene detta presentazione, il momento più delicato. Si passa allora da una fase in cui si corre con l’asta quasi verticale, a un altro in cui la cima dell’attrezzo comincia a scendere per entrare nella cassetta d’imbucata, il posto dove tocca terra. Il braccio anteriore rimane vicino al petto, quello posteriore sale per girarsi davanti alla testa. Il cuore e la mente.
Lo stacco è la prosecuzione naturale e precede il caricamento dell’attrezzo. L’atleta spinge l’asta ormai piantata a terra verso l’avanti-alto. Le spalle devono avanzare, il corpo assume una postura a forma di arco. Siamo al massimo piegamento. Il corpo e l’asta assumono una forma simmetrica, come di fronte a uno specchio. L’atleta compie un contromovimento con le spalle per dare al corpo un’oscillazione in avanti, il gesto che precede il ribaltamento completo, fino alla verticalità, con il corpo vicino all’impugnatura, per sfruttare la risposta elastica. Così arriverà il raddrizzamento, la testa verso il basso, i piedi verso l’alto. Una inversione che riallinea atleta e attrezzo sulla stessa verticale, consentendo il volo oltre l’asticella.
La fisica offre un’altra curiosità interessante. L’attrazione verso il basso data dalla gravità terrestre varia da un punto all’altro, sia perché è influenzata dalla forma della Terra sia perché il movimento rotatorio crea una forza verso l’esterno. Questi effetti sono minuscoli rispetto ai massimi sistemi, ma la variazione da un luogo all’altro può arrivare allo 0.7%. È così lieve che non la notiamo camminando per strada, ma è sufficiente per far sì che quando compriamo una bilancia possa essere necessario calibrarla, perché la gravità nella fabbrica potrebbe essere leggermente diversa dalla gravità a casa nostra. Nel giugno 2004 Elena Isinbaeva stabilì il record mondiale a 4,87 a Gateshead, in Inghilterra. Una settimana dopo Svetlana Feofonova lo batté di 1 cm, a Heraklion, in Grecia, dove l’attrazione della gravità è considerata leggermente più debole. Una differenza sufficiente a sostenere che Isinbaeva poteva dirsi danneggiata da quello.
Questo e altro scrive Randall Munroe, ex ingegnere della NASA, nel libro Come si fa. Consigli scientifici assurdi per problemi comuni. Trova che la fisica di questo salto sia ancora più interessante, perché “l’asta stessa – dice – ha meno importanza di quanto si possa pensare. L’aspetto fondamentale per il salto non è la sua elasticità, ma la velocità a cui corre l’atleta. L’asta è solo un modo efficiente per reindirizzare la velocità verso l’alto. In teoria il saltatore potrebbe usare qualche altro metodo per cambiare direzione da in avanti a in alto. Anziché piantare un bastone nel terreno, potrebbe saltare su uno skateboard e salire su per una rampa curva liscia. Raggiungerebbe quasi esattamente la stessa altezza”.
La scienza ha trovato anche una formula per calcolare l’altezza massima a cui ciascun atleta può arrivare. La premessa è che se lanciamo un oggetto verso l’alto, alla stessa velocità con cui uno sprinter core 100 metri in 10 secondi, dentro il campo gravitazionale terrestre l’altezza raggiunta seguirà questo calcolo:
Ma il saltatore con l’asta corre prima del salto, il suo centro di massa inizia già sollevato dal suolo e va addizionato alla somma finale. Il centro di massa di un adulto si trova nell’addome, in un punto pari a circa il 55% della sua statura. Il centro di massa di Renaud Lavillenie (1,77) è di 0,97. Quello di Duplantis (1,81) è di 0,99. La previsione scientifica di un suo salto, secondo la formula di Munroe è di 6,10. Come dire che stamattina Duplantis è già tredici centimetri oltre le previsioni della NASA. Dovrebbero dargli il premio Nobel per la fisica. Un premio svedese come lui.
I confronti
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Andrea Buongiovanni sulla Gazzetta dello sport scrisse già due anni fa che “un confronto con Bubka è sempre meno azzardato. Il personaggio Mondo ribalta le prospettive, riscrive il libro delle leggi. Non ha un fisico da marziano (è 1.81 per 79 kg), non ha spalle particolarmente larghe e possenti. È quasi mingherlino. E a guardar bene ha il collo persino un po’ incassato. I maligni sostengono sia vagamente gobbo. Però, con l’asta in mano – provate anche solo a reggere in orizzontale un palo lungo 5.20 – fa meraviglie. Impugnando l’attrezzo del mestiere è rapidissimo: al punto da coprire i venti passi della rincorsa a una velocità prossima ai 10 metri al secondo”.
Nel tempo ogni gara di Duplantis è diventata un potenziale attacco al primato del mondo. L’Équipe è giunto a definire lo svedese “inaccessibile. Le possibilità di vederlo battuto sono prossime allo zero”. Philippe d’Encausse, allenatore di Lavillenie, disse: «Io saltavo ai tempi di Bubka, quando sapevi che avevi poche possibilità di vincere. Ma sapevi pure che potevano succedere delle cose. Ai Giochi di Barcellona non vinse. C’erano condizioni di merda e fu una lotteria».
Duplantis ti dà l’idea che se pure la gara fosse una lotteria, il biglietto vincente l’ha già comprato lui. Stéphane Kohler, ancora su L’Équipe, rivelava in quei giorni come – durante il lockdown – il golf fosse diventato “una parte importante della sua vita, in un momento in cui buona parte del pianeta aveva smesso di girare, quando le ore passavano molto lentamente a Lafayette, in Louisiana, uno dei luoghi di residenza di Duplantis, con Stoccolma”.
Come accadde a Luigi Tenco quando si innamorò, Duplantis si è dato al golf perché non aveva niente da fare. «Era tutto chiuso, tranne alcuni corsi sul green, così è iniziato tutto con alcuni amici. Siamo diventati subito dipendenti. Da attività di svago – parole sue – il golf è diventato rapidamente per me una forma di terapia. Quando cammino lungo il percorso, riesco a non pensare a tutto il resto e mi concentro solo sul prossimo tiro. È un bel modo per trovare una via di fuga, e poi ci sono posti molto belli da vedere. Normalmente il golf mi tranquillizza, tranne quando rompo le mazze con rabbia, dopo un tiro sbagliato».
Ecco.
Non risulta invece che abbia mai spaccato un’asta. Non di proposito. Qualche tempo fa, il giornale francese ha messo a confronto tecnica e attrezzi degli ultimi tre grandi interpreti del gesto, chiedendo all’ex campione Jean Galfione e all’allenatore Damien Inocencio di individuare punti in comune e differenze tra lo svedese, Sergej Bubka e Renaud Lavillenie.
Ebbene. Bubka si allenava facendo molta ginnastica, corsa e bodybuilding. Eccelleva nella corsa, era un atleta completo, ma era molto meno tecnico dei successori. Un atleta esplosivo, dalla frequenza del passo notevole, grazie a un’altezza di 1,83 e un peso di 80 chili, mentre Lavillenie è di qualche taglia inferiore (1,76 m per 70). Il francese è stato un pioniere nella tecnica della rincorsa. Ha rivoluzionato l’interpretazione degli ultimi 20 metri. Ha superato i 5 metri solo a 19 anni, arrivando tardi alla maturità completa, mentre Duplantis ne aveva 18 quando ha passato i 6,05. Lo svedese ha un fisico più simile a Bubka (1,81 per 80 chili) e si sta ancora potenziando muscolarmente. Secondo i due esperti ascoltati da l’Equipe, Duplantis ha spensieratezza e un atteggiamento mentale mai appartenuti agli altri due. Non c’è una sostanziale differenza tecnologica, invece. L’asta è sostanzialmente invariata da molti anni. Si può dire che Bubka, Lavillenie e Duplantis hanno utilizzato o utilizzano lo stesso attrezzo, per gli amanti dei dettagli: del produttore americano UCS Spirit, in fibra di vetro. La differenza è che da dieci anni uno smartphone o un tablet permettono di avere riscontri immediati sulle sessioni tecniche e perfino durante la gara. Bubka doveva filmare, tirare fuori il VHS dalla camera, trovare un registratore, un monitor, eccetera.
Il resto è leggenda. Ma fino a un certo punto. Chi si immerge negli archivi, scopre che di Duplantis i giornali internazionali si sono occupati sin da quando era un bimbo prodigio. C’è un vecchio pezzo di Jere Longman, sul New York Times nel quale si racconta di come fosse “temerario perfino quando portava il pannolino e si arrampicava sull’albero di mirto di un vicino. Una volta un passante in preda al panico ha chiamato il pronto soccorso. Qualche anno più tardi è caduto dal tetto giocando con lo skateboard. Ha iniziato a volteggiare con un manico di scopa in soggiorno, usando un pouf come fossa di atterraggio Suo padre ha dovuto costruire una fossa nel cortile sul retro, utilizzando prima un tappeto legato a una rete a strascico, alla fine della schiuma, un materassino regolamentare acquistato all’asta, una pedana realizzata in compensato, telaio in alluminio e ammortizzazione in gomma”. Prima ancora che diventasse campione d’Europa a Berlino con il primato del mondo jr, il New York Times lo definì il Tiger Woods del salto con l’asta.
Per L’Équipe è diventato definitivamente il Mozart dell’asta, “recita con i suoi voli virtuosistici, con apparente disinvoltura, una sicurezza di sé che non sorprende ma continua a turbare. A volte le cose sono semplici. Mondo Duplantis non è il più potente nella storia della sua disciplina, ma questo ragazzino nato con un’asta in mano, nel giardino di un padre saltatore e di una madre eptatleta, della potenza non ha bisogno”.
Nel salto con l’asta non esiste più la distinzione con il record del mondo indoor. Nel settembre del 2020 Duplantis fece a Roma la sua migliore misura all’aperto, 6 metri e 15 centimetri, in un Golden Gala, Rai 2 aveva appena dato la linea alla pubblicità e al Tg della sera. “L’uomo che vola” lo chiamò quella volta Tuttosport celebrandolo degnamente con la foto principale della sua prima pagina. “Un record del mondo stratosferico” lo giudicò Franco Fava sul Corriere dello sport-Stadio.
“I due – scriveva Giulia Zonca su la Stampa, lui e Bubka – non si somigliano proprio. Epoche diverse e stili che non hanno nulla in comune, ma condividono una serialità destinata a creare strade parallele, rimandi continui. La festa in aria è la posa di un supereroe e Mondo Duplantis ha il nome giusto, l’età perfetta, 21 anni ancora da compiere e i poteri. Vola. Era in perfetta sincronia con l’anno olimpico. È successo l’imponderabile, gli hanno spostato i Giochi e lui si è inventato una stagione da non dimenticare”.
Roma è in effetti un un posto speciale per il salto con l’asta. Al Golden Gala fece il primato del mondo una prima volta Thierry Vigneron nel 1983 saltando 5 metri e 83. L’anno dopo: doppio primato nella stessa gara. Era il 31 agosto 1984 e il giorno dopo Emanuela Audisio raccontava su la Repubblica tutto così: “C’è stato un momento in cui anche le macchine da scrivere hanno taciuto. Sembrava irreligioso. C’erano due uomini-contro: Vigneron e Bubka. Due scuole dell’asta che si stavano soffiando addosso come bestie nella tana. Dopo oltre cinque ore di gara, i due, rimasti soli, combattevano la loro guerra privata. Vigneron saliva agilmente a 5,84 seguito da Bubka. Per Vigneron era la miglior prestazione personale, ma non si accontentava: l’asta andava a 5,91. L’annuncio era: tento il mondiale. Ci riusciva. Ma l’annuncio seguente era di Bubka: tento anch’io: 3 centimetri più su. L’asta nemmeno vacillava. Era il suo sesto salto: elastico, veloce, netto. 5,94: nuovo record”.
Mancava un quarto d’ora a mezzanotte, e Massimo Fabbricini sul Corriere della sera raccontò così il duello e poi il tentativo di Bubka ai 6 metri, quando nella meravigliosa stagione dei giornali s’aspettavano gli eventi un quarto d’ora a mezzanotte. Finanche l’atletica.
“Bubka ha caricato forsennato la sua asta come una fionda ed è schizzato a tirar calci al buio della notte al di là del nuovo grattacielo. Ha chiesto i sei metri, ha cercato di schiudersi non una porta ma un portone nella storia dell’atletica. Ha impugnato proprio all’estremità dei cinque metri e venti la sua asta americana, fabbricata appositamente per lui nel Minnesota, ha fatto viaggiare le gambe con tutta la velocità che sapevano esprimere perché solo quella oramai si può incrementare e ha dato appuntamento alla prossima volta. Lui pensa che sarà vicina”. Passò i 6 metri a Parigi per la prima volta 11 mesi dopo.
Quanti sono 6 metri e 15? Ne diede un’idea Piero Mei sul Messaggero. “Con un tipo come Armand Duplantis detto Mondo a spasso per la città, c’è da tenere le finestre chiuse abitando al primo e forse anche al secondo piano: Armand potrebbe non suonare alla porta ma entrare direttamente dalla finestra, giacché salta abitualmente ben oltre i sei metri ed ha una passione per il salto libero, visto che può farlo (e all’occasione lo fa) in piazza”.
Stéphane Kohler de l’Équipe lo chiamò “il re dell’aria”.
Ecco. Ora pensate che si trattava di otto centimetri fa.