Il Mondiale di Gianmarco Pozzecco ha una sorprendente assonanza con l’Europeo di Antonio Conte, la missione calcistica in Francia di sette anni fa. Tutt’e due le nazionali sono arrivate dove dovevano, al punto in cui più o meno alla vigilia parevano destinate. Ma tutt’e due ci sono arrivate con un cammino diverso da quello atteso, seguendo una linea più tortuosa del previsto. Così l’uno e l’altro paiono avere il crisma dell’impresa. L’Italia del basket era accreditata di un primo posto nel girone di partenza, pensavamo che avrebbe chiuso da seconda la seconda fase e che si sarebbe appaiata dunque agli USA imbattuti. Invece è andata che gli azzurri hanno sbandato alla chicane della Repubblica Dominicana, hanno riacceso una luce mediatica con la vittoria sulla Serbia e si sono appaiati lo stesso agli USA, per via della loro sconfitta con la Lituania. Nei primi otto si poteva arrivare, nei primi otto alla fine Pozzecco è arrivato. Con una uscita di scena in tono minore per la disfatta contro il jazz di Paolo Banchero e la sua band.
Lui come Conte restano negli occhi perché riempiono lo spazio davanti alla panchina di urla, grida, falli tecnici, rimangono senza voce, senza forze, vengono premiati dall’opinionismo che ama il cûore, la maglia sudata, quella roba là. Nel pieno delle ore della Controriforma su Mancini, Cristiano Gatti sul Corriere dello Sport-Stadio sottolineava per esempio che l’ex Ct del pallone è “impeccabile, si presenta bene, sembra uscito dal Galateo di Monsignor Della Casa, mai una parola e un capello fuori posto. Per questo adorato e adulato dal bel mondo e dalla buona società, proprio gli stessi che adesso fingono di non conoscerlo”, mentre Pozzecco no, Pozzecco piace ai cultori di Erasmo da Rotterdam, “Pozzecco è svitato e smodato, sbrocca come un portuale – scriveva Gatti – capace che a tavola mangi il pollo con le mani. La sua storia di grande giocatore e poi di ct anticonvenzionale è lineare e coerente. Pozzecco esagera, viaggia sopra le righe, ha mille difetti, ma in mezzo a questi difetti mantiene un pregio impareggiabile: è irrimediabilmente se stesso. La mattina, quando si alza, non corre davanti allo specchio per mettersi la maschera: resta così com’è e va incontro al mondo così com’è”. Un elogio della spontaneità, anche se la maschera del Ct senza maschera non dovette fare una particolare impressione su Paolo Banchero, quando si incontrarono, e vabbè. Lo ricordava ieri mattina Walter Fuochi su Repubblica individuando nei quarti di finale il posto “dove si separano i lavori ben fatti dalle vere imprese” e parlando di un Pozzecco “che di solito sta simpatico ai giocatori”, ma che rimase per Banchero, “italiano eventuale mai stato in Italia, un alieno senza argomenti persuasivi”.
Mario Canfora sulla Gazzetta lucidamente sottolinea allora che “raccogliamo poco ancora una volta, purtroppo. Perché se è vero che siamo tornati nelle prime 8 al Mondo dopo 25 anni, è altrettanto vero che l’ultimo e diremmo unico nostro scalpo “vero” del nostro torneo, la Serbia, è nelle prime 4 dopo aver triturato la Lituania che a sua volta si era imposta proprio sugli americani”. Insomma, per dirla tutta e chiara: bene così, ma lasciamo stare la retorica del nessuno se lo aspettava. Un posto fra le prime otto era nei pronostici. È lo stesso posto già conquistato da Romeo Sacchetti a Tokyo, spezzando un lungo incantesimo.
Succede. In genere le nostre analisi sono assai mameliche, spesso piene di strani condizionali e di bizzarre ipotesi. Se arrivano un bronzo o un argento, vale quasi sempre oro. Una finale per il terzo posto è sempre difficile da giocare dopo la delusione per la semifinale persa. Ma qualche volta quando arriva un quarto posto, be’, siamo stati i primi degli umani. Stavolta, contemporaneamente, ci sono il bravissimo Melli che dice «meritavamo di superare i quarti» [boh, perché?] e il Ct Pozzecco che rilancia «non ci meritavamo di incontrare gli Stati Uniti». In telecronaca Rai, a inizio del terzo periodo contro Porto Rico, si sentiva ripetere che forse l’Italia era stanca, per aver giocato una partita così importante contro la Serbia. Come se Porto Rico non avesse dovuto giocarne una analoga contro la Repubblica Dominicana.
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Flavio Vanetti sul Corriere della sera parla stamattina di una punizione subita dagli Stati Uniti, “sulla quale c’è poco da recriminare. Team Usa ha predicato basket, l’Italia ha ascoltato l’omelia, preparandosi ora a dare la caccia a quel quinto posto che potrebbe valere un buon ranking in uno dei quattro tornei preolimpici che completeranno il cast di Parigi 2024.
Certo, fa rabbia vedere che in semifinale va la Serbia, capace di strapazzare la Lituania — fresca vincitrice degli Usa —, dopo aver perso da Azzurra. Ma così è: lo sport può cambiare gli scenari giorno dopo giorno”.
Vanetti sottolinea che “ancora una volta la balistica ha fatto cilecca: solo 13% nelle triple, per dire. Inoltre, il gioco impostato sulla flessibilità e sulla ricerca dei vantaggi, marchio di fabbrica della gestione Pozzecco, non si è mai visto: mancando le basi tecniche, non poteva manifestarsi”.
Ora il Mondiale svanisce con Gianmarco Pozzecco che recrimina: «Siamo arrivati ai quarti da primi, immaginavo di affrontare la Lituania. Se fosse successo, saremmo in semifinale». Giustamente sottolinea Vanetti che “lo pensano in molti, ma non ne siamo così sicuri: in questi casi non ci sarà mai la controprova. Prendiamoci piuttosto ciò che è giusto prendere: l’idea di una squadra che, al di là di questa batosta, ha davvero un presente e un futuro”.
C’è da augurarsi che sia così. La terza uscita ai quarti di finale tra Olimpiadi 2021, Europei 2022 e Mondiali 2023 produce la certezza di non essere ancora qualificati per Parigi. Dopo aver sofferto “contro le folate di Bridges, le schiacciate di Reaves, l’atletismo di Banchero”, come dice Cosimo Cito su Repubblica, “a giugno prossimo bisognerà vincere uno dei tornei preolimpici come nel 2021: quattro gironi da sei, passano solo le vincenti di ognuno”.
Per esser chiari: Sergio Scariolo, Ct della Spagna campione del mondo uscente e campione d’Europa in carica, accompagnerà la squadra al primo pre-olimpico dopo un trentennio e sta ripetendo che qualifcarsi per Parigi sarà un’impresa.
Andrea Barocci sul Corriere dello Sport-Stadio fa notare che per chiudere dignitosamente questo Mondiale bisogna arrivare quinti. “La seconda tappa sarà quella di individuare lunghi in grado di tenere il campo, lavorando su di lui con l’aiuto delle società . Perché per avere una possibilità di vedere la Torre Eiffel non ci si può precludere alcuna possibilità. I giovani ci sono, i veterani anche: va sfruttato questo anno che ci separa dal preolimpico per continuare a crescere”.
Piero Guerrini su Tuttosport invita a non fermarsi all’ultima immagine, quella dell’Italia che si arrende, “impotente”, davanti agli USA, anche lui sottoscrive il pensiero che i quarti di finale fossero un traguardo prevedivile [“ma non nel modo”] e sottolinea questo Mondiale in altalena, “normale quando si gioca in modo estremo per mascherare i limiti”. Ci sono tre ventenni nella rosa, Spagnolo, Procida e Diouf. Tornerà Mannion. L’Under 16 è reduce da un podio europeo. “Il quarto di finale – scrive allora Guerrini – deve indicare alla Fip, al movimento e ai club, che è la strada giusta. E che si può avere più fiducia nei giocatori italiani”.
Solo che la parola impresa adesso serve davvero. Per andare a Parigi.
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