Marta come sono tante, Marta permalosa. In principio no, in principio era quasi da sola, era unica, era Marta. Era la più leggendaria tra tutte, nella squadra che dietro la schiena scrive solo i nomi, non perché siano donne e con le donne ci si prende questa libertà; ma perché in Brasile si fa, lo fanno pure gli uomini, e allora Marta – ma pure Cristiane, Barbara, Monica, Thaisa, Debinha, Andressa, Tamires – con le sue cinque lettere sopra il numero 10 era come Vinicius, come André, come Rodrygo, come Anthony.
L’èra di Marta è finita. Senza un titolo. Il suo Brasile ha giocato nove Mondiali senza mai vincerne uno, una finale persa nel 2007 contro la Germania, alle Olimpiadi altri due argenti [2004 e 2008]. Marta Vieira da Silva ha 37 anni e si ferma qui, lei che ai Mondiali ha segnato più gol di Klose e che in patria chiamano Pelé con faldas, Pelé con la gonna, ma più di O Rei ha fatto gol e glielo ha riconosciuto finanche lui.
È nata ad Alagoas, una delle aree più povere nel Brasile nord-orientale. Sua madre, Dona Tereza, parrucchiera, ha cresciuto da sola i quattro figli. Marta si è salvata con i piedi, giocando con i maschi, a 14 anni venne notata da un manager che la portò a Rio de Janeiro, impiegarono tre giorni di viaggio in autobus, finì tra le giovanili del Vasco da Gama, a 17 anni aveva già la maglia oro e verde ai Mondiali. È ambasciatrice Onu per l’uguaglianza di genere. Dopo un rigore segnato all’Australia quattro anni fa, ha indicato a tutti le sue scarpette, senza sponsor e con il logo a favore della parità. Ci stava dicendo: io sono Marta e nessuno mi ha mai offerto un contratto che meritavo.
Quando allo scorso Mondiale il Brasile uscì contro la Francia, guardò dentro le telecamera e tenne un discorso che era un lascito. «Bisogna dare più valore a quello che abbiamo fatto. Chiediamo tanto, chiediamo appoggio, dobbiamo saper apprezzare tutto questo. Volevo essere qui sorridente, piangere di gioia. Dobbiamo piangere all’inizio, per sorridere alla fine. Bisogna desiderare di più. Allenarsi di più. Bisogna essere pronte a giocare novanta minuti, anzi trenta minuti in più del tempo che dura una partita. Questo dico oggi alle bambine: non avranno Formiga per sempre, non avranno Marta per sempre, non avranno Cristiane. Il calcio femminile dipende da voi per sopravvivere. Piangete all’inizio, per sorridere alla fine».
S’è spinta a un altro Mondiale ancora, ma la fine è arrivata. Nel solco dei risultati di questo primo torneo femminile a 32 squadre, dove i confini allargati stanno mostrando che ce n’era bisogno, se la Giamaica ferma la Francia sul pareggio e fa fuori il Brasile, se la Colombia batte la Germania, se agli ottavi di finale ci sono il Sudafrica, la Nigeria e ha una chance ancora il Marocco.
Come scrive il New York Times siamo dentro “un torneo che suggerisce un cambio della guardia alle porte, con risultati stravolti all’ordine del giorno, l’emergere di nuovi talenti, il tramonto di vecchie stelle. Era forse giusto che fosse proprio la Giamaica a sferrare il colpo del ko al Brasile e a Marta, in una notte gelida, a sangue freddo. Mentre le brasiliane crollavano a terra per lo sgomento, la squadra della Giamaica si lanciava sul prato credendo a malapena a quanto aveva ottenuto, essendo arrivata al torneo dopo una crisi economica che ha visto le calciatrici chiedere al pubblico un supporto finanziario”. Dai Caraibi sono arrivate in Oceania con la forza del crowdfunding.
«Oggi potrebbe essere il nuovo giorno più bello nella storia del calcio giamaicano» ha detto l’attaccante Kayla McKenna. L’eliminazione del Brasile al primo turno è un affronto alla storia del calcio che tra le donne non accadeva dal 1995, otto anni prima che Marta esordisse in nazionale. Marta è uscita di scena ora che la scena s’affolla di figure nuove e nuove stelle, dopo aver abbracciato Khadija Shaw, 26 anni, detta Bunny. Marta le ha puntato un dito addosso e ha iniziato a parlare, “come per dire che stava passando a lei il testimone e la responsabilità di portare avanti il gioco, di trascinare altre giovani star come lei” scrive il New York Times.
Il futuro del Brasile stamattina pare un’incognita, con la ct svedese Pia Sundhage spietata nell’analisi finale del torneo. Ha trovato le sue giocatrici troppo lenti e troppo pesanti par fare possesso palla. Arriverà una rivoluzione, ha scritto Tariq Panja. Anzi, la rivoluzione è già arrivata. In tutto il mondo.
ITALIANISMI
L’eliminazione delle azzurre
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Oddio, tutto tutto no. L’Italia per esempio. Il divario tra l’élite e le nazioni in crescita si riduce, ma da noi siamo sempre nei paraggi dell’azzurro tenebra, come titola stamattina il Giornale per commentare l’eliminazione, un altro naufragio dopo quello agli Europei dell’estate scorsa.
Filippo Ferraioli ha scritto: “Una disfatta che, col senno di poi, verrebbe quasi da definire annunciata. Dalle discusse convocazioni della ct, con le esclusioni eccellenti di Gama e Piemonte, passando per il totale disinteresse della Figc, che ha incredibilmente disertato la trasferta delle azzurre non inviando alcun dirigente nella delegazione in Nuova Zelanda. Il disastro, poi, si è completato in campo: una squadra improvvisata e senza idee nelle gare criciali contro Svezia e Sudafrica. Peccato che questa eliminazione incida eccome sulle prospettive del nostro calcio femminile, che dopo il brutto colpo del ko Europeo ha incassato un’altra batosta notevole in termini di visibilità e credibilità. Al successore di Bertolini e a una Figc meno assenteista il compito di ridare entusiasmo a un movimento che, dopo la conquista del professionismo, ha ancora molta strada da fare”.
Leonardo Iannacci su Libero parla di “cronaca annunciata di un fallimento. L’idea di grandeur che si è dato il calcio in rosa come l’equiparazione al calcio maschile, il professionismo delle calciatrici e le partite teletrasmesse da Sky non ha funzionato. Si è rivelato un boomerang. Il campionato unico è troppo costoso per realtà che non hanno alle spalle società organizzate come la Juventus. Siamo davvero all’anno zero. La serie A non decolla, i club boccheggiano, la nazionale viene presa a schiaffi ai mondiali e la ct Bertolini è sull’uscio, anzi già fuori dal progetto. Quale futuro per il calcio in rosa?”.
Gaia Piccardi sul Corriere della sera racconta: “Magari fossimo tutte Marta, l’icona 37enne del Brasile eliminato che saluta il calcio al quinto Mondiale con il rossetto rosso fuoco, andando ad abbracciare una ad una le giamaicane che passano agli ottavi, in particolare Khadija Shaw, capitano delle reggae girls. Agli antipodi dall’orgoglio di Marta abita la piccola Italia delusa e masochista, capace di farsi autogol in tutti i sensi”.
Il riferimento è al retropassaggio di Orsi a Durante che ha rimesso in corsa il Sudafrica dopo il rigore iniziale di Caruso, Piccardi lo definisce fantozziano. Ha cambiato il verso alla partita e “i due risultati su tre a disposizione per meritarci l’Olanda negli ottavi evaporano in una notte di pioggia e vento. L’era Bertolini – continua Piccardi – finisce con il pianto disperato delle giocatrici strapazzate, lo straordinario Mondiale 2019 (quarti di finale) ci aveva illuse però il professionismo concesso dalla Federazione, troppo fresco per dare già risultati, non ha prodotto il salto di qualità necessario per reggere l’urto, dopo l’Europa, di un mondo in cui anche gli Usa, la squadra più forte del pianeta, stanno avendo difficoltà di galleggiamento. Il gap fisico e atletico non è colmato, la tenuta di testa è un limite, e d’altronde la si migliora solo confrontandosi ad alto livello, la tecnica c’è ma non basta. Se ci facciamo gol da sole e il Sudafrica corre più di noi, c’è poco da inventarsi”.
▥ le prospettive ► Matteo Dovellini su Repubblica per la panchina fa i nomi di Gautieri, Nicolato, Stramaccioni e Panico, mentre Alessandra Bocci sulla Gazzetta dello sport considera “Gli errori tecnici fanno parte della carriera di qualsiasi allenatore e allenatrice, oltre che di qualsiasi lavoratore, però anche i vertici federali dovrebbero assumersi una buona dose di colpe. Forse perché Milena andava cambiata prima, già alla fine della spedizione europea. E in generale perché il movimento, se davvero si vuole che cresca, deve essere supportato in altro modo. La legge sul professionismo non poteva essere e non è stata la panacea di tutti i mali. Anzi. E adesso sarà necessario da parte della federazione confermare un indirizzo preciso. Dopo l’avvicendamento alla presidenza della divisione di Serie A femminile e la fallimentare conclusione del Mondiale, serve tenere la barra dritta. Scelte di basso profilo ricondurrebbero il calcio femminile in Italia alla situazione di quattro anni fa, dopo l’innamoramento mediatico del 2019”.
L’amore che strappa i capelli è perduto. Nel 2019 c’era una Nazionale che andava ai Mondiali un anno dopo la mancata qualificazione dei maschi di Ventura per la Russia. L’eliminazione dell’Italia femminile adesso è un’eco dei passi falsi tra gli uomini. Sui tre quotidiani sportivi sta alle pagine 17, 24 e 27. Silvia Campanella su Tuttosport lo dice bene: “Non c’è più nessun carro. Sul quale salire, ma neanche dal quale scendere. Si è sgretolato, attimo dopo attimo”.
IL TORNEO
Oggi le ultime due qualificate agli ottavi
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COREA DEL SUD-GERMANIA
La Germania finalista all’Europeo non è ancora certa d’aver un posto agli ottavi, dopo aver perso con la Colombia, ma è impensabile che stamattina si faccia battere dalla Corea del sud, due sconfitte in altrettante partite finora, l’ultima contro il Marocco è stata la decima in 12 impegni ai Mondiali, l’ottava in cui non è riuscita a segnare. Delle tedesche, casomai, preoccupa che siano la squadra con il minor numero di km percorsi finora, 1.793 nella fase ai gironi, quasi la metà rispetto ai 3.428 delle coreane. Per andrae avanti servono i gol di Alexandra Popp, che ha messo il piede in otto gol nelle sue ultime dieci presenze tra club e nazionale, inclusa la finale di Champions League. Die Zeit celebra in un podcast Lena Oberdorf, maestra della scivolata, mentre der Spiegel la definisce una figura chiave per l’attacco.
MAROCCO-COLOMBIA
Alla sua prima partecipazione in un Mondiale, il Marocco ha ancora la chance di raggiungere Nigeria e Sudafrica agli ottavi di finale. L’allenatore Reynald Pedros ha elogiato la mentalità fantastica della sua squadra dopo la vittoria sulla Corea del sud. Alla Colombia basta un pareggio, dopo la sorpresa dei gol felici e drammatici segnati contro la Germania, alla seconda giornata. Una vittoria al 97esimo con Manuela Vanegas, nella partita dominata dalla storia di Linda Caicedo, 18enne, crollata in allenamento due giorni prima dell’apertura dei Mondiali, a 15 anni operata di un tumore alle ovaie. La Colombia ha perso solo due delle ultime 16 partite. “Una figura ispiratrice dentro e fuori dal campo” l’ha definita Giorgia Belardelli su Huffington Post.
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